L’opas di Poste su Tim valuta la società delle tlc italiane con uno sconto fino al 30%, come è emerso dalle prime analisi. Martedì 24 marzo i broker iniziano a valutare possibili rilanci della parte in contanti di Poste senza che per questa ragione il gruppo guidato dall’ad Matteo Del Fante perda il giudizio investment grade da parte delle agenzie di rating.
Secondo Barclays, l’offerta è sottostimata nei confronti di Tim alla luce delle numerose «opzioni» cui è esposto il gruppo, tra cui il consolidamento del mercato domestico, possibili accordi di condivisione delle reti radio (Ran sharing) e i potenziali earn-out. Inoltre, a fronte di sinergie stimate da Poste per 0,7 miliardi di euro l’anno, gli analisti ritengono che anche gli azionisti di minoranza di Tim dovrebbero beneficiarne almeno in parte, fatto che — a loro avviso — non è riflesso nell’attuale prezzo dell’offerta.
Da segnalare che sempre martedì Banca Akros ha alzato il target price su Poste da 22,5 a 23,8 euro grazie alle sinergie che si verranno a creare nel nuovo gruppo per 3,6 miliardi nel 2027.
Barclays mantiene invariato il prezzo obiettivo di 0,62 euro per azione (che non incorpora né i benefici di un eventuale consolidamento di mercato né l’offerta di Poste), ma alza lo scenario «upside» da 0,82 a 0,95 euro. Questo scenario include, oltre ai benefici già considerati in precedenza, anche il 50% delle sinergie potenziali indicate da Poste. Il confronto con il prezzo dell’offerta — pari a 0,635 euro per azione (sceso a circa 0,61 euro dopo la chiusura del mercato) — porta gli analisti a ritenere che vi sia spazio per un miglioramento della proposta.
Tim ha comunicato il 23 marzo, a mercato chiuso, che il consiglio di amministrazione ha avviato la valutazione dell’offerta. Secondo Barclays, ciò conferma che il management della società non era stato informato in anticipo dell’operazione. Gli analisti sottolineano inoltre che, nonostante la partecipazione del 27%, Poste non ha rappresentanti nel consiglio di amministrazione di Tim, nominato prima del suo ingresso nel capitale.
Il target price di 0,62 euro per le azioni ordinarie si basa su due elementi: una valutazione fondamentale tramite Dcf (sum-of-the-parts) pari a 0,60 euro per azione; un’esposizione ad alcune opzioni positive, come gli earn-out legati alla cessione di FiberCop e la creazione di valore attraverso una possibile società delle reti (RANCo), che portano il prezzo obiettivo a 0,62 euro.
Lo scenario «upside», rivisto al rialzo a 0,95 euro, incorpora una maggiore probabilità di realizzazione degli earn-out e della creazione di valore legata alla RANCo. A questo si aggiungono i benefici potenziali di un consolidamento del mercato domestico — anche senza una partecipazione diretta di Tim — e una quota delle sinergie che Poste ritiene di poter generare con l’acquisizione. Barclays precisa che non si aspetta che Poste arrivi a pagare un prezzo di questo livello, poiché include elementi che potrebbero non concretizzarsi. Tuttavia, la valutazione rappresenta un riferimento importante per giudicare l’offerta attuale, che al 23 marzo si attestava intorno a 0,61 euro per azione, al di sotto del prezzo ufficiale di 0,635 euro, anche a causa del calo di circa il 7% del titolo Poste successivo all’annuncio.
Di qui le due ipotesi che Barclays avanza, tendendo conto che in entrambi gli scenari Poste non perderebbe il rating investment grade.
1. L’offerta base valorizza Tim 0,635 euro, implica un premio del 9% rispetto alla chiusura del giorno prima dell’annuncio ed è composta da una componente in azioni Poste pari a 0,468 euro e una in contanti di 0,167 euro. La parte cash è del 26% e porta ad un debito netto del gruppo risultante di 11 miliardi per una leva di 1,47 volte (l’importante è stare sotto le 3,0 volte).
2. Nel primo scenario di rilancio, l’offerta prevede un premio del 20% per un totale di 0,7 euro in cui la parte in contanti sale a 0,232 euro e incide alla fine per il 33%. Il debito netto del gruppo post opas sale a 12,1 miliardi, la leva a 1,61.
3. Qui il premio è del 30%, equivale ad un’offerta di 0,758 euro, dove la parte in contanti è di 0,290 euro e incide per il 38%. Il debito netto alla fine si attesterebbe a 13,1 miliardi per una leva di 1,75 volte. (riproduzione riservata)