Ti sei perso il Btp Valore? Tutte le alternative per non rinunciare al rendimento
Ti sei perso il Btp Valore? Tutte le alternative per non rinunciare al rendimento
Dopo il collocamento chiuso con 16,6 miliardi di raccolta e il rialzo delle cedole, la partita si sposta sul secondario. Ecco come e cosa scegliere

di di Marco Capponi 23/10/2026 20:00

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Oltre 560 mila. Tanti sono i risparmiatori italiani che hanno acquistato i nuovi Btp Valore emessi dal ministero dell’Economia. Per un totale di 16,6 miliardi di euro di raccolta.

Ma mentre centinaia di migliaia di cittadini acquistavano il Btp tradizionale quinquennale con cedole crescenti (12 miliardi di ordini) o il nuovo Btp Valore Insieme con cedola unica finale (4,6 miliardi) il mercato del reddito fisso era in subbuglio. Il rendimento del titolo a tasso fisso di pari durata è salito, nel corso del collocamento, dal 3,95% fino a un massimo del 4,07%, spingendo il Mef, dopo il gong finale, a rivedere al rialzo le cedole.

I nuovi rendimenti effettivi dei Btp Valore

Ecco allora che quelle del Btp tradizionale sono state ritoccate al rialzo al 3,75% (da 3,7%) per i primi due anni, 4,2% (da 4,1%) per il terzo e quarto e 4,75% (da 4,7%) per il quinto, mentre il cedolone del Btp Valore Insieme è stato alzato dal 22,25% al 22,7%. Dati alla mano, l’investitore che ha piazzato un ordine da 100 mila euro (tabella in basso) nel Btp tradizionale incasserà nel corso dei cinque anni, al netto della tassazione, 18.069 euro di cedole, mentre chi ha puntato lo stesso importo sul Btp Insieme porterà a casa in un’unica soluzione 19.863 euro oltre al capitale iniziale.

Uno scarto di circa 1.800 euro calcolato dal Tesoro già in partenza per compensare i detentori del Btp Insiem, che non intascando cedole periodiche non avranno la possibilità di reinvestirle. Con i nuovi tassi cedolari, calcola Skipper Informatica, i due Btp debutteranno sul mercato secondario con rendimenti effettivi lordi annui del 4,17%, mentre il netto sarà del 3,65% per il tradizionale e del 3,69% per l’Insieme.

La partita si sposta ora sul mercato secondario, dove i due Btp Valore disegneranno verosimilmente due percorsi un po’ differenti. L'Insieme, non pagando cedole periodiche, ha una duration maggiore del Btp Valore tradizionale: a parità di altre condizioni il suo prezzo dovrebbe quindi essere più sensibile alle variazioni dei rendimenti di mercato.

Chi avesse perso l'occasione di acquistare il Btp Valore in collocamento potrebbe quindi ora osservare i due bond proprio sul secondario: in caso di nuovi rialzi dei tassi Bce il prezzo dei due titoli potrebbe scendere offrendo la possibilità di acquistarli a condizioni diverse da quelle dell'emissione.

Le alternative sui tassi fissi nel mercato secondario

Un'alternativa è cercare sul mercato secondario titoli a tasso fisso che possano essere concorrenziali con i nuovi Btp. Prendendo come riferimento il 3,65% netto annuo del Btp Valore tradizionale, sul mercato secondario si possono trovare rendimenti potenzialmente più interessanti allungando la scadenza solo di uno o due anni. Tale scelta in genere aumenta però la sensibilità del portafoglio obbligazionario alle variazioni dei tassi.

Le opzioni sono essenzialmente due. La prima è cercare bond quotati sotto la pari da portare fino alla scadenza per intascare la plusvalenza finale e ricevendo anche delle cedole periodiche. Un esempio di questa tipologia è un Btp in scadenza nel dicembre 2032 con cedola annua del 2,5% (1,25% ogni sei mesi) che sul secondario prezza poco più di 91 e ha un rendimento a scadenza netto annuo del 3,67%.

La seconda opzione è puntare su titoli molto generosi dal punto di vista cedolare - anche più del Btp Valore - mettendo però in conto una minusvalenza finale. Rientra in questa casistica, sempre a titolo di esempio, un titolo di Stato al febbraio 2033 con cedola annua del 5,75% (2,88% a semestre), che sul secondario prezza 108 e ha un rendimento a scadenza netto del 3,7%.

I titoli indicizzati all'inflazione

Con un rendimento effettivo netto annuo del 3,65% il Btp Valore offre oggi una remunerazione inferiore all'inflazione italiana registrata a settembre, pari al 4,2%. Un confronto che fotografa la situazione attuale ma non consente di prevedere il rendimento reale del titolo sull'intero orizzonte quinquennale.

Ecco allora che in ottica di diversificazione diventano interessanti anche i titoli indicizzati. Tra Btp Italia (legati all’inflazione tricolore Foi) e Btpi (indicizzati al carovita dell’Eurozona) l’investitore ha oggi a disposizione sul secondario una ventina di strumenti. Ma circoscrivendo il campo alle sole scadenze comparabili (cinque-sette anni) le opzioni di riducono a quattro. Tra queste un Btpi in scadenza nell’agosto del 2031, che sul secondario prezza 97,4, prevede una cedola annua dell’1,1% pagata semestralmente e, con l’inflazione attuale, ha un rendimento lordo annuo del 5,5% e netto del 4,84%. Il rendimento effettivo del titolo dipende chiaramente dal meccanismo di indicizzazione: non equivale a un rendimento nominale garantito in qualsiasi scenario inflazionistico.

Gli Etf a scadenza come soluzione di risparmio gestito

Il problema degli altri Btp sul secondario (e più in generale di gran parte dei titoli di Stato) è quello dei lotti minimi da 1.000 euro: paradossalmente per reinvestire le cedole del Btp Valore ogni tre mesi per tutta la durata del bond non sarebbe sufficiente nemmeno un investimento da 100 mila euro.

Ecco allora che un’ulteriore alternativa potrebbe arrivare dal risparmio gestito e più precisamente dagli Etf obbligazionari a scadenza. Una categoria di prodotti che «risolve il principale limite degli Etf sui bond tradizionali, cioè l'assenza di una data di rimborso», spiega Lorenzo Demaria, country manager per l’Italia di JustEtf. L'Etf a scadenza «ha una data scritta nel nome: arrivato a quel punto si chiude e liquida il controvalore sul conto». I potenziali vantaggi rispetto a una singola obbligazione sono tre: «Portano diversificazione su centinaia di titoli, hanno un taglio minimo pari al prezzo di una quota (poche decine di euro contro migliaia, ndr) e, nelle versioni ad accumulazione, prevedono il reinvestimento delle cedole senza passare per il fisco ogni trimestre».

Di contro un Etf obbligazionario prevede costi di gestione (seppur minimi, in genere intorno allo 0,1% annuo) e soprattutto non garantisce un valore certo per il rimborso del capitale, a differenza di un Btp detenuto fino alla scadenza (salvo insolvenza dell'emittente). Il rimborso indicato dall'emittente dell’Etf «è una stima accurata e non un valore garantito, perché l'ultimo tratto dipende dai tassi a breve di quel momento e lungo la strada la composizione del paniere può cambiare».

Un’ulteriore differenza riguarda la fiscalità. Le versioni più grandi degli Etf obbligazionari a scadenza di durata comparabile al Btp Valore hanno come sottostanti emittenti corporate, e quindi sono tassati al 26% sull’eventuale plusvalenza finale. Infine, «con un Etf il guadagno è sempre reddito di capitale e non compensa le minusvalenze pregresse, mentre il guadagno su un Btp (a differenza delle cedole, ndr) rientra tra i redditi diversi e le compensa», conclude Demaria. (riproduzione riservata)