«Mia moglie ed io abbiamo deciso che se la Cina si prende Taiwan o la Russia i Paesi baltici, il giorno dopo saremo lì». Parola di Martín Varsavsky, vulcanico imprenditore argentino con cittadinanza anche spagnola e statunitense. Fondatore di Jazztel, concorrente privato della spagnola Telefonica, ha poi messo in piedi diverse altre aziende in svariati settori, dalle energie rinnovabili, alle cliniche della fertilità fino all’intelligenza artificiale.
Il «lì» a cui si riferisce è l’Argentina, per la precisione un’area cinque volte più grande di Manhattan ai piedi delle Ande nella provincia di Mendoza, nota per i suoi ottimi vini. Qui Varsavsky, insieme ad altri cinque imprenditori, tra cui Alec Oxenford, l’ambasciatore argentino a Washington, sta costruendo il ranch Wamani, dove riparare nel caso in cui scoppi la guerra nucleare. Il gruppo vi ha per ora investito quasi 10 milioni di dollari.
«Siamo già nella Terza Guerra Mondiale; le linee del fronte sono già tracciate», ha dichiarato Varsavsky al Financial Times, descrivendo un conflitto che vede contrapposti Russia, Cina, Corea del Nord e Iran contro «la maggior parte del resto» del mondo. «È semplicemente logico avere un rifugio».
Potrebbe sembrare una bizzarria, ma in anni non sospetti un altro celebre argentino, Papa Francesco, era stato il primo a parlare, inascoltato, di guerra mondiale «a pezzi». E da allora le cose sono decisamente peggiorate.
L’idea di Varsavsky non è nuova: l’Argentina è sempre stata considerata un rifugio ideale perché è situata nell'emisfero australe, totalmente isolata rispetto ai grandi blocchi di potere e alle aree densamente armate dell’emisfero boreale (America del Nord, Europa e Asia), dove si concentrerebbero gli obiettivi missilistici.
I modelli meteorologici globali indicano che le nubi radioattive e il fumo stratosferico di un ipotetico inverno nucleare si muoverebbero principalmente all'interno dello stesso emisfero di emissione, impiegando molto tempo o riducendo drasticamente la propria densità prima di superare la barriera dell'equatore e delle correnti australi.
Secondo uno studio della Rutgers University, pubblicato nel 2022, a livello mondiale, la produzione di cibo crollerebbe del 90% entro tre anni dal conflitto, portando alla carestia oltre 5 miliardi di persone. Ma grazie alla minore densità di fumo sopra i propri cieli, l'Argentina riuscirebbe a mantenere una produzione di grano e mais biologicamente attiva. I modelli indicano che le colture di queste aree continuerebbero a generare abbastanza calorie per sostentare la popolazione locale.
È poi vero che in caso di guerra nucleare, i mercati internazionali collasserebbero immediatamente e l'Argentina si ritroverebbe isolata dal punto di vista tecnologico, medico ed energetico. Ma appunto per questo Varsavsky esorta il presidente Javier Milei a porsi l’obiettivo dell’autosufficienza (o autarchia, che dir si voglia).
Obiettivo che il ranch Wamani sta già perseguendo. Qui sono state costruite case modulari, cupole geodetiche e una pista di atterraggio. Pannelli solari e turbine eoliche forniranno energia agli edifici e all'infrastruttura tecnologica. Il progetto prevede l'installazione di sistemi informatici e database per l'archiviazione di grandi modelli linguistici su computer alimentati a energia solare per creare, come dice Varsavsky, «una propria rete internet limitata» completamente autonoma nel caso in cui i server globali smettessero di funzionare.
In un video postato sui social giovedì 13, Varsavsky ha voluto correggere l’impressione avuta dai molti lettori del Financial Times che gli hanno scritto: Wamani, ha detto, «non è un bunker», il nostro è un terreno normalissimo. I giornalisti hanno calcato la mano sul concetto sbagliato di bunker solo per andare a caccia di click. Ma se stiamo al gioco, allora tutta l’Argentina è un bunker, ha sottolineato Varsavsky, cioè un luogo dove rifugiarsi non solo in caso di guerra nucleare (e qui c’è la novità rispetto all'articolo di Ft) ma anche se l’Europa diventasse una grande Ceuta. D’altronde, la butta lì, «se uno passeggia per le strade di Buenos Aires si può vedere che è molto più europea di Barcellona».
A questo punto viene il sospetto che il progetto di Varsavsky sia ora molto più ambizioso, con l’obiettivo di far ridiventare l’Argentina un magnete per l’immigrazione (danarosa e preferibilmente bianca). D’altronde l’arrivo di Milei alla presidenza ha cambiato molte cose: le sue riforme pro-mercato sono state premiate dalla Borsa di Buenos Aires, che dal giorno del suo insediamento, il 10 dicembre 2023, ha guadagnato il 207,1%. Ma soprattutto sta esaltando non solo Trump ma anche tanti esponenti della Silicon Valley al punto che Peter Thiel, il co-fondatore di Palantir, si è trasferito a Buenos Aires con la sua famiglia.
Tutto perfetto? Non proprio, c’è una non trascurabile controindicazione: Milei potrebbe perdere le prossime elezioni, in programma il 24 ottobre 2027, spalancando la porta al ritorno dei peronisti, sempre più caratterizzati da uno spirito anti capitalista e dei quali Varsavsky dice peste e corna. (riproduzione riservata)