Non sono certo eccitanti come le Nvidia, le Microsoft, le Broadcom o le varie startup Usa impegnate nello sviluppo dell’AI. Non sono cercate con bramosia come le banche europee che da tre anni inanellano record su record sui listini. Non sono volatili. Non hanno mai grandi oscillazioni. Ma se volete stare investiti in borsa, senza soffrire i sù e giù delle quotazioni, allora ecco che le infrastrutture energetiche fanno al caso vostro.
E a Piazza Affari ci sono due titoli che non fanno mai clamore, ma assicurano performance e rendimenti sul lungo periodo più che allettanti quasi senza rischio. O, meglio, con lo stesso rischio dei titoli di Stato: Terna e Snam, i due operatori pubblici posseduti dal Tesoro che gestiscono la rete nazionale dell’elettricità e del gas.
Operano in regime di monopolio naturale, hanno ricavi pressoché predeterminati e generano grandi flussi di cassa stabili nel tempo e ricchi dividendi.
È la loro forza tranquilla. tranquilla. Niente scossoni sul listino, ma un lento e continuo apprezzamento che fa la gioia dei cassettisti di lungo corso.
Del resto il loro business model è di una semplicità disarmante. Sono asset regolati, dove lo Stato garantisce ogni anno tariffe certe che coprono l’inflazione e remunerano gli investimenti, più un quid che assicura redditività nella gestione della rete.
Per gli analisti sono business noiosi e prevedibili. Ma dalla loro hanno il vantaggio di garantire rendimenti annui tra rivalutazione del titolo e cedole ben superiori ai titoli di Stato con ovviamente solo il rischio sovrano.È come stare in Borsa con il paracadute sempre aperto. E lo dicono i numeri che evidenziano rialzi continui nel tempo.
Il gruppo della rete elettrica guidato da Giuseppina Di Foggia ad esempio nei giorni scorsi ha agguantato il suo massimo storico sul listino, dove è quotata dal lontano 2004. Il titolo ha superato per la prima volta nella sua carriera borsistica i 10 euro (10,2 per l’esattezza) a fine mese scorso. Per poi tornare poco sotto quella soglia psicologica nei giorni successivi.
Nell’ultimo anno ha messo a segno un progresso del 23% che sale al 62% a 5 anni e che diventa un poderoso +474% dall’ipo del giugno del 2004 con il titolo sbarcato in Borsa a 1,7 euro per azione. Di fatto una corsa lunga e senza grandi oscillazioni che ha visto quintuplicare il valore di mercato dell’infrastruttura che gestisce la rete degli elettrodotti.
Anche Snam, quotata qualche anno prima, nel dicembre del 2001, ha garantito una crescita costante delle quotazioni. Sbarcata sul mercato a un prezzo di 2,8 euro per azione, la società guidata da Agostino Scornajenchi in questi giorni quota anch’essa ai suoi massimi di sempre a 6,39 euro. Un apprezzamento del 40% negli ultimi 12 mesi e una performance, meno brillante di Terna, di oltre il 230% dall’ipo.
Ma la rivalutazione pressoché assicurata del titolo dei due monopolisti delle reti energetiche si gonfia ancor di più se di considera la politica dei dividendi più che copiosi e garantiti ogni anno. Ebbene il total shareholding return (Tsr), cioè il rendimento cumulato tra apprezzamento e dividendi reinvestiti, diventa stellare. Per Terna il Tsr a 10 anni segna un 210% e il ritorno, dividendi reinvestiti inclusi, dall’ipo di oltre 20 anni fa segna un valore a 4 cifre (1.647%). Snam a sua volta presenta un Tsr a 10 anni del 167% e dall’ipo di fine 2001 del 1.517%%.
Ovviamente performance per quei soci che reinvestono sul titolo i dividendi incassati. Ma se anche i dividendi fossero, come nella gran parte dei casi, non reinvestiti sul titolo stesso, il rendimento annuo è pressochè a due cifre. Del resto la cassa prodotta in genere è tale ed in eccesso che finisce per tornare agli azionisti senza compromettere la struttura finanziaria delle società.
Che siano grandi cash cow lo dicono i numeri. Terma da tempo presenta un ebitda margin vicino al 70%, un margine dell’utile operativo al 45% e utili netti vicini al 30% dei ricavi. Snam ha numeri simili se non addirittura più elevati. Ovvio che così tanta produzione di ricchezza, pur avendo spesati gli investimenti, può finire ai soci, Stato italiano in testa.
E la politica di dividendi è crescente nel tempo. Terna li ha raddoppiati negli ultimi dieci anni da 20 a quasi 40 centesimi, con un dividend yield vicino al 5% (in realtà in calo dall’8% di molti anni fa proprio per la grande rivalutazione del titolo). Snam vanta un dividendo a 30 centesimi previsto in crescita nei prossimi anni verso quota 37 cent, anche qui con dividend yield vicino al 5% annuo.
Vista così non sorprende che siano assai interessanti per un investitore di lungo periodo che ha la garanzia di cedole annue superiori al Btp e l’attesa di una lenta ma costante rivalutazione del titolo. Le uniche incognite vere sono il rischio sovrano, cui sono ovviamente legati a doppio filo e la gestione del debito ovviamente alto per entrambe, sopra le 4 volte il mol: sarebbe preoccupante per un’azienda manifatturiera che compete sul mercato, ma per utilities in regime di monopolio è più che fisiologico. Un profilo di rischio da titoli di Stato, ma con rendimenti doppi se non tripli: è questa la carta d’identità dei due moloch delle infrastrutture dell’energia italiana. (riproduzione riservata)