Tassi, la stretta Bce non è finita. I mercati guardano alla riunione di settembre e alle mosse di Trump
Tassi, la stretta Bce non è finita. I mercati guardano alla riunione di settembre e alle mosse di Trump
La Bce è rimasta ferma a luglio ma gli operatori attendono altri aumenti dei tassi, salvo novità positive da inflazione e guerra. Salgono i rendimenti dei titoli di Stato. Allo studio misure per ridurre le perdite delle banche centrali

di Francesco Ninfole 24/07/2026 20:00

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La tregua tra Usa e Iran a metà giugno aveva dato l’illusione che il peggio per l’economia europea fosse alle spalle e che la stretta monetaria della Bce avrebbe potuto concludersi con un solo aumento dei tassi, dal 2% all’attuale 2,25%. Anche i dati economici hanno mostrato un miglioramento. L’inflazione è scesa al 2,8% a giugno, sotto le attese della Bce, dal 3,2% di maggio. L’economia ha dato segni di resistenza.

Ma nel giro di pochi giorni il quadro è cambiato in misura significativa. La tregua è apparsa fragile sin da inizio luglio. Petrolio e gas sono tornati a salire. Anche i mercati obbligazionari hanno iniziato a muoversi.

Rispetto a inizio mese, il tasso dei titoli di Stato italiani a dieci anni è aumentato dal 3,6% al 4,02% del 24 luglio, quello a due anni da 2,7% a 3,07%. Il rendimento del Bund a dieci anni ha toccato nuovi massimi dal 2011.

In questo scenario sono cambiate anche le prospettive per la Bce.

Le prospettive della Bce sui tassi

Un secondo aumento dei tassi (dal 2,25% al 2,5%), dopo quello di giugno, è stato considerato da alcuni governatori già nella riunione di luglio, anche se poi il consiglio direttivo all’unanimità ha deciso di aspettare.

I banchieri centrali hanno finora osservato effetti indiretti dell’aumento dell’energia (per esempio sui costi dei trasporti) ma non impatti di secondo livello, come sarebbero quelli su salari e aspettative di medio termine. Ma più a lungo continua la guerra, più aumentano i rischi per l’inflazione (che risalirà da luglio) e di conseguenza salgono le probabilità di altri interventi sui tassi.

La Bce resta per ora in una posizione che richiede una risposta «misurata» dei tassi. La presidente Christine Lagarde ha detto che lo scenario macro è tornato vicino a quello base indicato a giugno, con tassi di mercato che incorporavano allora altre due strette Bce (cioè fino al 2,75%). In questo caso l’incremento dei tassi complessivo (0,75%) sarebbe ancora moderato, ben lontano dalla stretta del 4,5% tra il 2022 e il 2023, servita per contrastare un’inflazione arrivata al picco del 10,6% a ottobre 2022.

La speranza diffusa è che Donald Trump faccia marcia indietro sull’Iran nelle prossime settimane, a causa dell’approssimarsi delle elezioni di midterm di novembre.

In tal caso i prezzi di gas e petrolio potrebbero scendere in misura significativa, come si è visto proprio dopo la tregua di metà giugno, quando il costo dell’energia sui mercati è sceso oltre le attese degli economisti. Di fatto solo uno scenario di questo tipo (difficile, anche se non impossibile) potrebbe bloccare una stretta a settembre.

La Bce, considerando l’alta incertezza, non ha preso impegni sui tassi, ma ha ricordato che considererà «durata, intensità e propagazione» dello shock energetico.

I mercati monetari scontano al 90% un rialzo nella prossima riunione, con un’altra mossa entro febbraio e con una probabilità del 60% di un intervento ulteriore più avanti nel 2027.

Le previsioni degli analisti e delle banche

Gli economisti ritengono in maggioranza che ci sarà un ultimo aumento dei tassi a settembre, anche se sono in crescita le probabilità di un’altra stretta.

«I rilievi di Lagarde hanno mostrato bene quanto una banca centrale possa avvicinarsi a un impegno preventivo senza effettivamente assumerlo», ha osservato Ing. «A meno che i prezzi del petrolio non inizino a scendere in modo significativo nelle prossime settimane, le proiezioni macro della Bce di settembre richiederanno un altro rialzo dei tassi, in modo forte e chiaro».

Unicredit si aspetta un ultimo rialzo a settembre ma con rischi di nuove strette dovuti alla minaccia di un’escalation militare, all’apertura di un nuovo fronte nel Mar Rosso, alle scorte di petrolio al di sotto dei livelli prebellici e all’aumento dei prezzi del gas. Per Unicredit «le mosse della Bce oltre settembre dipenderanno in larga misura dall’evoluzione altamente imprevedibile degli eventi in Medio Oriente».

Anche Barclays vede un rialzo di 25 punti base a settembre e poi tassi al 2,5% nel 2027. «Anche se il conflitto dovesse placarsi, un ulteriore rialzo dei tassi sarebbe comunque giustificato per motivi di risk management», ha osservato Barclays aggiungendo che i rischi sono orientati verso «un ulteriore inasprimento qualora il conflitto in Medio Oriente dovesse intensificarsi ulteriormente o se il trasferimento dei prezzi energetici all’inflazione diventasse più evidente».

Pictet WM ha osservato che «a meno di un calo significativo dei prezzi del petrolio nelle prossime settimane, un aumento dei tassi a settembre è altamente probabile» ma le attuali attese di mercato sui rialzi sono «eccessive, data l’assenza di effetti di secondo impatto, l’allentamento del mercato del lavoro e la debolezza di fondo dell’economia, che è aggravata dallo shock energetico».

Per Bofa «l’equilibrio dei rischi si è spostato verso una maggiore probabilità di un terzo rialzo rispetto a uno scenario one and done».

Le ipotesi sulle riserve minime delle banche

Intanto la Bce, come osservato da Lagarde, sta pensando anche a misure sulle riserve minime che le banche devono depositare alle banche centrali nazionali. Una possibilità è quella di aumentare i livelli minimi obbligatori (oggi pari all’1% dei depositi) che non sono remunerati dagli istituti centrali, mentre le riserve in eccesso rendono oggi il 2,25%. Un’altra possibilità è creare fasce di remunerazione differenti (attraverso il cosiddetto tiering). In questo modo si ridurrebbe il denaro versato dalle banche centrali agli istituti di credito europei. (riproduzione riservata)