In Europa l’integrazione finanziaria tra Paesi avanza molto lentamente. I mercati restano frammentati nei confini nazionali. Un segnale è però arrivato negli ultimi mesi dalle banche. Gli istituti di credito non guardano più soltanto ai bond sovrani nazionali e stanno mettendo da parte la sfiducia verso gli altri Paesi che a volte ha prevalso in passato nelle decisioni di investimento. Nei primi otto mesi del 2026 le banche europee hanno comprato in termini netti 60 miliardi di bond statali domestici e 130 di altri Paesi dell’area, secondo dati Bce elaborati da Unicredit.
Alcune ragioni spingono verso una maggiore diversificazione. Innanzitutto lo chiedono le autorità europee: la Commissione Ue ha evidenziato la materia nel rapporto sulla competitività bancaria a luglio e potrebbe presentare proposte legislative a inizio 2027. Inoltre le banche vanno a caccia di bond esteri con rendimenti più alti, come quelli francesi e italiani. Così gli istituti più attivi nella diversificazione sono stati per il momento quelli in Germania e Spagna.
I gruppi tedeschi hanno più titoli non domestici (per 211 miliardi) che domestici (173 miliardi). Quelli spagnoli hanno 264 miliardi di bond nazionali e 156 miliardi di altri Paesi. L’orientamento domestico è invece più accentuato in Francia (314 miliardi di bond nazionali su un totale di 424 miliardi europei) e in Italia (411 su 551 totali). Per gli istituti italiani il livello complessivo dei titoli del Paese si è mosso attorno ai 400 miliardi da metà 2013, con un picco di 450 miliardi nell’estate 2020 in emergenza Covid.
Le banche di solito stabilizzano il debito domestico nei momenti di tensione sui mercati. Gli istituti italiani avevano 220 miliardi di Btp ad aprile 2011, poco prima della crisi del debito sovrano. Due anni dopo il livello è salito per la prima volta sopra 400 miliardi. Durante la crisi dello spread invece alcune banche estere (come Deutsche Bank) hanno venduto i titoli del Paese in grande quantità.
Così la diversificazione dei bond in bilancio è una buona notizia dal punto di vista dell’integrazione finanziaria Ue, ma resta da verificare il comportamento dei gruppi esteri in uno scenario di stress: confermeranno l’esposizione su un Paese in difficoltà o lasceranno questo ruolo soltanto agli istituti di quello Stato?
Più in generale la quota di Bot e Btp detenuti da soggetti non residenti (anche non bancari) è salita negli ultimi anni fino ad arrivare al 36% del debito totale, dal 31% di fine 2024. È un segno di fiducia per l’Italia, anche se espone di più il Paese agli umori degli investitori internazionali.
Secondo i dati aggregati della Bce, l’esposizione delle banche europee (italiane incluse) a Bot e Btp è arrivata a 599 miliardi, dai 480 miliardi di fine 2024. Gran parte di questo aumento è dovuto agli istituti esteri, considerando che gli acquisti dei gruppi italiani nel periodo sono stati di circa 40 miliardi.
Quest’anno i Paesi dell’Eurozona dovrebbero emettere 525 miliardi di euro di titoli a breve e medio-lungo termine in termini netti, quasi 50 miliardi di euro in più rispetto al 2025, secondo Unicredit. Le banche dell’Eurozona stanno contribuendo ad assorbire questa attività di emissione, sebbene in misura meno marcata rispetto al 2025. Da gennaio ad agosto le banche dell’Eurozona hanno acquistato quasi 200 miliardi di titoli, 70 miliardi in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Anche nei primi otto mesi del 2026 le banche tedesche e spagnole sono state quelle che hanno comprato più titoli di altri Paesi. L’interesse per le obbligazioni di altri Stati «contribuisce a ridurre l’esposizione ai rischi domestici, ma suggerisce anche che le banche siano diventate più disposte a cogliere opportunità di investimento all’estero», ha osservato Francesco Maria Di Bella, fixed income strategist di Unicredit. I tassi dei titoli europei e gli spread sono aumentati nel corso del 2026. La ricerca di rendimenti ha spinto la diversificazione. Ma per una vera integrazione finanziaria in Europa non si potrà fare a meno del rafforzamento dell’Unione bancaria e di un mercato unico dei capitali. (riproduzione riservata)