Finché c’è guerra c’è rialzo dei tassi: ecco come Bce e Fed affronteranno gli esiti del conflitto Usa-Iran
Finché c’è guerra c’è rialzo dei tassi: ecco come Bce e Fed affronteranno gli esiti del conflitto Usa-Iran
La tregua in Medio Oriente ha ridotto le attese di strette Bce, ma gli operatori vedono ancora due aumenti. Negli Usa il balzo dell'inflazione rende più difficili i tagli voluti da Trump

di Francesco Ninfole 10/04/2026 21:00

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Lo shock dell’energia per la guerra in Medio Oriente è arrivato proprio mentre nell’Eurozona era stato smaltito il precedente, quello del conflitto in Ucraina. L’inflazione era tornata attorno al 2% e l’economia viaggiava a ritmi vicini al potenziale. La Bce aveva riportato i tassi al 2%, un livello considerato neutrale.

Adesso invece la politica monetaria è tornata un enigma perché dipende in gran parte da variabili fuori dal controllo della banca centrale, a cominciare dai prezzi di gas e petrolio. Le attese dei operatori si muovono di nuovo in modo ampio.

Le mosse della Bce

L’8 aprile l’annuncio della tregua aveva riportato un po’ di ottimismo: i mercati iniziavano a scontare due rialzi dei tassi quest’anno (erano tre nei giorni precedenti), con una probabilità del 25% di una prima mossa ad aprile.

Nei giorni seguenti le previsioni sono diventate più falco, con una probabilità su tre di un rialzo ad aprile e di tre strette complessive nel 2026. In modo simile si sono mossi i tassi dei titoli di Stato europei: l’8 aprile sono scesi in modo rilevante, ma nei giorni successivi sono tornati a salire.

In un contesto di forte incertezza, la Bce può solo definire le modalità di reazione nei possibili scenari. In tal senso la presidente Christine Lagarde ha detto che Francoforte potrebbe alzare i tassi «in modo misurato» anche se l’inflazione salirà sopra il 2% in modo «ampio ma non troppo persistente». Ha aggiunto che la lezione dell’Ucraina è stata appresa e che ora sono compresi meglio i meccanismi di trasmissione del costo dell’energia al resto dell’economia.

Il confronto con lo shock energetico del 2022

La memoria del 2022, ha osservato Lagarde, è ancora «fresca» per imprese (che potrebbero imporre prezzi più alti più rapidamente) e individui (che potrebbero anticipare le richieste di salari più alti). Questo fa pensare che la Bce sia diventata più attenta a rispondere con rapidità allo shock energetico, anche a costo di porre minore attenzione alla crescita.

Ma nello stesso tempo ci sono differenze rispetto al 2022, quando l’inflazione era già vicino al 6% (2,5% a marzo), i tassi erano negativi, la domanda era spinta dalle riaperture della pandemia e il gas era arrivato a 340 euro per megawattora (oggi è attorno a 45).

Perciò ora la Bce è in una posizione più favorevole, come ha detto Lagarde, anche se i rischi restano quelli di una stagflazione: è questo lo scenario peggiore per una banca centrale perché l’arma che riduce il carovita (ovvero la stretta sui tassi) è la stessa che aggrava la frenata economica.

In tal senso sono arrivati segnali negativi dalla Germania: la produzione industriale è scesa a febbraio e ora gli economisti ipotizzano una contrazione del pil tedesco nel primo trimestre 2026, nonostante il maxi-piano sulla difesa che doveva spingere la crescita anche nel resto dell’Eurozona.

I dati monitorati per le prossime decisioni

Il focus della Bce sarà così soprattutto sugli effetti dello shock dell’energia. Se l’aumento dei prezzi fosse temporaneo e riguardasse solo petrolio e gas, Francoforte potrebbe «guardare oltre», cioè restare ferma sui tassi.Ma la banca centrale deve considerare anche l’impatto indiretto dell’energia (come quello sui prezzi delle aziende, del cibo e dei trasporti) e sugli effetti di secondo livello (in particolare sui salari, nel caso si attivi una spirale con i prezzi).

Perciò la Bce guarderà i dati a disposizione e tra questi soprattutto l’inflazione e le aspettative sul carovita, gli indici Pmi, la fiducia di aziende e consumatori, le indicazioni sui salari e quelli delle imprese sui prezzi di vendita.

Resta da vedere se già ad aprile ci saranno segnali sufficienti per alzare i tassi. Nella riunione successiva, quella di giugno, saranno aggiornate anche le proiezioni Bce, rendendo più chiaro il quadro nel medio periodo.

La maggior parte degli economisti vede così un rialzo a giugno, ma anche la riunione di aprile resta aperta, soprattutto in caso di notizie negative dal Medio Oriente.

I possibili scenari

L’ipotesi di una tregua ha comunque riavvicinato i prezzi del petrolio (96 dollari al barile il 10 aprile) e del gas (44 euro al megawattora) allo scenario base della Bce, nel quale Francoforte ha indicato 81 dollari per il petrolio e 46 euro per il gas in media quest’anno (rispettivamente 119 e 87 nello scenario avverso). Nell’ipotesi baseline la Bce vede l’inflazione al 2,6% nell’area euro nel 2026, con crescita dello 0,9%.

In ogni caso le proiezioni di base sul carovita per quest’anno sono state alzate a marzo in modo significativo rispetto a dicembre (quando erano all’1,9%): segno che comunque il conflitto ha avuto un impatto rilevante per l’economia dell’Eurozona.

Il governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta ha ricordato che «anche ipotizzando una rapida cessazione delle ostilità, il ritorno alla normalità produttiva sarebbe lento: ai tempi tecnici necessari per il ripristino della capacità estrattiva si aggiungerebbero quelli per la riattivazione dell'intera filiera energetica».

Le analisi di Bofa e Capital Economics

Bofa prevede prezzi alti dell’energia anche in caso di de-escalation in Medio Oriente da fine aprile. In uno scenario con petrolio a 100 dollari e gas a 90 euro fino a fine anno, gli economisti della banca americana stimano un’inflazione al 3,3% quest’anno nell’Eurozona, quindi superiore all’obiettivo Bce del 2% nel medio termine, e una crescita del pil dello 0,6% (solo 0,2% per l’Italia).

Così Bofa prevede due rialzi dei tassi a giugno e luglio. Capital Economics invece ritiene che la Bce quest’anno resterà ferma, sulla base di una previsione del gas a 50 euro a fine anno. In generale le attese sui tassi sono legate a filo doppio alle ipotesi sui prezzi dell’energia.

L’outlook per la Fed

Negli Stati Uniti il balzo dell’inflazione è stato rilevante a marzo: il carovita (Cpi, Consumer Price Index) è arrivato al 3,3%, il valore più alto ma maggio 2024, dal 2,4% di febbraio. Il rialzo, sebbene lievemente inferiore alle attese, ha mostrato che l’aumento di petrolio e gas sta arrivando anche ai consumatori Usa, nonostante gli Stati Uniti siano un Paese produttore di energia (a differenza di quelli dell’Eurozona).

Un’inflazione alta complicherebbe molto i piani di Trump di un taglio dei tassi, nonostante l’arrivo alla presidenza di Kevin Warsh al posto di Jerome Powell. Dopo gli ultimi dati di inflazione, i mercati hanno ridotto al 30% la probabilità scontata di una sforbiciata nel 2026. La guerra in Medio Oriente, assieme ai dazi, sarà con ogni probabilità un boomerang per il carovita negli Usa e potrebbe esserlo anche per Trump nelle elezioni di metà mandato. (riproduzione riservata)