Dopo un anno esatto di tassi stabili al 2%, la Bce è pronta ad alzarli al 2,25% nella riunione dell’11 giugno. Sarà un rialzo dovuto alla guerra in Iran e al successivo aumento dei prezzi di gas e petrolio.
La banca centrale si muoverà per preservare la credibilità nel contrasto all’inflazione che ha già raggiunto il 3,2% nell’Eurozona a maggio, livello superiore all’obiettivo del 2% nel medio termine. Le nuove proiezioni Bce dovrebbero anche alzare le stime sul carovita atteso.
A gennaio l’inflazione era all’1,7%, quindi semmai gli analisti di mercato ipotizzavano un taglio. La guerra in Medio Oriente ha cambiato del tutto lo scenario.
A maggio è aumentata anche l’inflazione di fondo, cioè senza energia e cibo (al 2,5%, dal 2,2% di aprile), così come quella nei servizi (al 3,5%, dal precedente 3%). Alcuni economisti hanno visto in questi dati il segnale di una propagazione dell’inflazione alle componenti non energetiche.
Gli analisti prevedono ora in media un secondo rialzo quest’anno, probabilmente a settembre in corrispondenza delle proiezioni economiche, aggiornate ogni tre mesi. I mercati scontavano il 5 giugno anche un terzo rialzo entro marzo-aprile 2027.
L’obiettivo della stretta Bce è evitare la trasmissione dei rincari di gas e petrolio (fuori dal controllo della banca centrale) agli altri prezzi e poi alle aspettative di inflazione di medio termine.
In tal senso le imprese potrebbero alzare i listini con maggiore velocità rispetto al passato, sulla base di quanto osservato dopo la guerra in Ucraina. Le aspettative di inflazione dei consumatori sono già salite nel breve termine.
«La politica monetaria non può evitare che il rincaro dell'energia si trasmetta al sistema produttivo», ha detto il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta nelle Considerazioni Finali.
«Deve però impedire che questo processo dia luogo a un'inflazione persistente, radicata nelle aspettative e nelle scelte di imprese e lavoratori. Una spirale tra prezzi e salari va prevenuta: una volta avviata, sarebbe dannosa e costosa da eliminare».
Il contesto è caratterizzato dalla forte incertezza della guerra in Medio Oriente.
«Anche nell'ipotesi di una rapida risoluzione del conflitto, una pronta normalizzazione delle quotazioni di petrolio e gas appare improbabile», ha detto Panetta che ha anticipato una possibile «ricalibrazione» della politica monetaria con un aumento dei tassi l’11 giugno «per contrastare il rischio di tensioni inflazionistiche persistenti».
La stretta è stata discussa dai banchieri centrali Bce già ad aprile.
Per i prossimi mesi, secondo il governatore della Banca d’Italia, «resta essenziale non vincolarsi a un percorso predeterminato».
Sulla stessa linea, dettata dall’incertezza del contesto geopolitico, la presidente Christine Lagarde dovrebbe dare indicazioni limitate sulle mosse future dopo il prossimo consiglio direttivo.
Il quadro economico, come ha osservato il membro del comitato esecutivo Piero Cipollone, «sembra allontanarsi dalle proiezioni di base di marzo, il che aumenta la probabilità di un adeguamento dei tassi».
Sta svanendo così l’ipotesi del «look through», ovvero del «guardare oltre» lo shock inflazionistico senza intervenire. Ma non si è ancora materializzata l’ipotesi di un disancoraggio delle aspettative di medio termine, che richiederebbe una risposta significativa della politica monetaria.
Al momento la Bce si trova in una situazione intermedia che, in base alla funzione di reazione indicata da Lagarde, prevede un intervento «misurato», quindi secondo molti un paio di rialzi.
Assieme ad alcuni fattori che possono complicare la lotta all’inflazione (come la memoria dell’andamento dei prezzi del 2022), ce ne sono altri che possono facilitarla.
I tassi sono già al 2%, in territorio neutrale, mentre nel 2022 erano negativi. Inoltre la domanda è più debole: questo potrebbe rendere difficile un aumento significativo dei prezzi da parte delle aziende. Perciò potrebbe bastare un numero ridotto di rialzi dei tassi, se sarà mantenuto l’ancoraggio delle aspettative di inflazione.
La guerra è stata una doccia fredda anche per il pil che a inizio anno sembrava tornare a una fase di espansione. Ora lo shock stagflazionistico (anche se Lagarde ha respinto i paragoni con gli anni Settanta) produrrà danni anche alla crescita.
Le proiezioni Bce dovrebbero segnalare un peggioramento delle prospettive. Intanto Eurostat ha rivisto la crescita dell’Eurozona nel primo trimestre, abbassata a -0,2% nel periodo (da +0,1%). Perciò l’area euro rischia la recessione tecnica nel secondo trimestre.
Gli ultimi dati sono stati influenzati dai valori dell’Irlanda, sempre volatili a causa della presenza delle filiali di molte aziende Usa. Ma il calo degli indici Pmi (Purchasing Managers' Index) indica che la crescita resterà vicino allo zero nei prossimi mesi rendendo meno probabili rialzi significativi dei tassi. (riproduzione riservata)