Una tregua duratura in Medio Oriente avrebbe conseguenze di rilievo per la Bce. La flessione dei prezzi dell’energia ridurrebbe le pressioni inflazionistiche e attenuerebbe la necessità di rialzi dei tassi. L’8 aprile i mercati hanno aggiornato le attese in questa direzione: gli operatori scontavano una stretta nella riunione del 30 aprile con una probabilità del 25% (dal 60% dei giorni scorsi), con un totale di due aumenti dei tassi quest’anno (erano tre prima della tregua).
Anche i tassi dei titoli di Stato sono precipitati, come conseguenza delle previsioni di una minore inflazione energetica e minori rialzi Bce: i rendimenti dei bond italiani a due anni sono scesi di 28 punti base al 2,68%, quelli dei titoli decennali di 27 punti base al 3,7%.
La presidente Bce Christine Lagarde ha definito nei giorni scorsi le modalità di reazione della banca centrale in base alla guerra: Francoforte non si muoverebbe in caso di shock dell’energia lieve e di breve durata, mentre potrebbe decidere un aggiustamento «misurato» della politica monetaria in caso di superamento del 2% di inflazione «ampio anche se non troppo persistente».
A marzo il carovita nell’Eurozona è salito al 2,5%, dall’1,9% di febbraio, a dimostrazione della rapidità di trasmissione dello shock energetico. Il governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta ha ricordato nei giorni scorsi che «anche ipotizzando una rapida cessazione delle ostilità, il ritorno alla normalità produttiva sarebbe lento: ai tempi tecnici necessari per il ripristino della capacità estrattiva si aggiungerebbero quelli per la riattivazione dell'intera filiera energetica».
C’è inoltre una forte incertezza sulla resistenza della tregua e sui meccanismi che saranno definiti riguardo al passaggio delle navi dallo stretto di Hormuz. I prezzi di petrolio e gas sono in parte risaliti ieri in serata, in seguito al nuovo stop iraniano alle petroliere dopo gli attacchi di Israele in Libano.
Gli scenari più negativi elaborati da Bce e Bankitalia sarebbero comunque lontani con le quotazioni di ieri, ovvero con il petrolio a 94 dollari al barile e il gas a 45 euro al megawattora. Questi valori si sono avvicinati invece alle stime di base di Francoforte per l’Eurozona (81 dollari per il petrolio e 46 euro per il gas in media quest’anno) e di Via Nazionale per l’Italia (90 dollari e 51 euro in media quest'anno).
Nello scenario di base la Bce vede l'inflazione al 2,6% nell’area euro nel 2026, con crescita dello 0,9%. Le proiezioni di base sul carovita per quest’anno sono state alzate a marzo in modo significativo rispetto a dicembre (quando erano all’1,9%): segno che comunque il conflitto ha avuto un impatto rilevante per l’economia dell’Eurozona.
«Affinché i prezzi si stabilizzino a livelli più bassi, i flussi di petrolio e gas attraverso lo Stretto devono riprendere, cosa che rimane ancora incerta», ha osservato Hsbc. «Inoltre le economie europee stanno iniziando solo ora a sentire le conseguenze delle ultime sei settimane di conflitto». Ubs prevede due rialzi dello 0,25% ciascuno a giugno e settembre: in tal caso i tassi salirebbero al 2,5% dall’attuale 2%.
Intanto il Fmi, in un’anticipazione del World Economic Outlook, ha sottolineato che i conflitti generano «perdite di produzione ingenti e persistenti e persistenti nelle economie in cui si svolgono i combattimenti, oltre a ripercussioni non trascurabili su altri Paesi. Tali perdite superano quelle associate alle crisi finanziarie o alle gravi catastrofi naturali e danno origine a difficili compromessi macroeconomici tra i settori monetario, fiscale ed estero, oltre a lasciare cicatrici durature».
La ripresa economica dopo una guerra, ha aggiunto il Fondo Monetario Internazionale, è «lenta e irregolare e dipende in modo determinante dalla durata della pace. Quando la pace resiste, il prodotto si riprende ma spesso rimane modesto rispetto alle perdite subite in tempo di guerra». (riproduzione riservata)