Tassi Bce, cosa cambia con l’accordo tra Usa e Iran? Un altro aumento è ancora possibile. Ecco perché
Tassi Bce, cosa cambia con l’accordo tra Usa e Iran? Un altro aumento è ancora possibile. Ecco perché
La presidente Christine Lagarde: l’intesa è una buona notizia ma resta da completare. Secondo Nagel (Bundesbank) ci vorranno mesi per il ritorno alla normalità e tutte le opzioni sono sul tavolo per luglio. Per la Bce l’ultimo rialzo dei tassi è giustificato in ogni caso

di Francesco Ninfole 15/06/2026 21:29

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L’accordo preliminare tra Usa e Iran non cambierà in modo significativo la politica monetaria della Bce, perlomeno nell’immediato, data l’incertezza sull’intesa e sugli effetti dell’inflazione.

Lo shock sui prezzi dell’energia è già durato quattro mesi e servirà tempo ulteriore perché ne svaniscano del tutto gli effetti. «La vicenda non è ancora conclusa», ha detto Lagarde in un’intervista a France Culture, spiegando che «l’accordo è una buona notizia» ma «la questione dell’arricchimento dell’uranio resta ancora da discutere e concordare». Nel frattempo, ha osservato la presidente Bce, «gli elevati prezzi dell’energia stanno iniziando a trasmettersi ad altri comparti dell’economia». 

In particolare Francoforte ha «iniziato a vedere effetti indiretti più o meno ovunque nelle ultime settimane». Rispondendo alle critiche sul freno al pil, Lagarde ha sottolineato che l’obbligo primario è «uccidere l’inflazione perché se sfugge di mano sarà molto più difficile riportarla sotto controllo».

La Bce ha alzato i tassi l’11 giugno (al 2,25%) per la prima volta dopo quasi tre anni. Nonostante l’accordo Usa-Iran, i mercati monetari scontano un’altra stretta entro ottobre, con la possibilità di un ulteriore intervento nei mesi successivi.

La cautela della Bundesbank

Anche il presidente della Bundesbank Joachim Nagel ha invitato alla cautela: «Nessun sollievo è in vista nel prossimo futuro. Al contrario, anche se lo stretto di Hormuz dovesse tornare presto navigabile, ci vorranno mesi perché l’offerta di petrolio ritorni alla normalità».

Perciò secondo Nagel tutte le opzioni (una pausa o un rialzo dei tassi) sono possibili per la riunione del 23 luglio. Il presidente della Bundesbank ha detto di attendere un’accelerazione dell’inflazione quando termineranno le misure governative per contenere i rincari energetici. Questi interventi, come lo sconto sulla benzina in Germania, hanno ridotto l’inflazione dell’Eurozona dello 0,4% a maggio.

Nagel ha aggiunto che il carovita resterebbe alto anche nello scenario più positivo elaborato dall’Eurosistema, che considera nel terzo trimestre prezzi del petrolio a 88 dollari e del gas a 41 euro per megawattora (circa il 15-20% in meno rispetto allo scenario base). I valori scenderebbero poi ulteriormente nel 2027.

Gli scenari sull'inflazione

Nell’ipotesi di scenario mite, l’inflazione sarebbe al 2,9% quest’anno (3% nelle proiezioni di base), per poi calare all’1,8% nel prossimo (2,3% nel caso base). Anche le previsioni di base prevedono una flessione dei prezzi dell’energia rispetto agli ultimi mesi, con petrolio attorno a 80 dollari al barile nel 2027. Questi scenari includono anche curve dei tassi con uno-due strette aggiuntive, anche se si tratta di valutazioni di mercato e non di promesse da parte della Bce.

Un’intesa credibile tra Usa e Iran di certo allontanerebbe gli scenari negativi (quello avverso e quello severo) e di conseguenza le ipotesi di strette dei tassi significative.

La scelta di Francoforte

Proprio la valutazione di tutti gli scenari di tutti gli scenari (positivi e negativi) ha convinto la Bce sulla necessità di alzare i tassi l’11 giugno. La decisione è stata perciò giudicata «robusta» da Lagarde.

Allo stesso modo la presidente Bce ha respinto la manovra come forma di «assicurazione»: questa definizione è considerata opportuna per situazioni come quella di settembre 2023, quando un rialzo non era necessario al 100% secondo i modelli, ma è stato varato lo stesso in funzione anti-rischio. La mossa dell’11 giugno invece è stata valutata corretta in ogni scenario.

La Bce ha ritenuto che, al contrario, sarebbe stato difficile spiegare una pausa sui tassi con l’inflazione al 3% e con crescenti segnali di effetti indiretti sull’inflazione, soprattutto in termini di aspettative sui prezzi di vendita delle imprese e di pressione sulle catene produttive (secondo l'indice della Fed di New York). L’incremento dell’inflazione nei servizi al momento non è invece considerato per il momento un chiaro segnale di effetti indiretti dell’energia.

Il rialzo dell’11 giugno è stato deciso anche in seguito ai segnali di resistenza della crescita (spinta dal boom degli investimenti per l’AI) e ai dati sulla bassa disoccupazione. Inoltre la salute del settore bancario è migliore rispetto al 2011, quando la Bce ha varato una stretta in seguito valutata come un errore (anche se nelle ultime ore la Vigilanza ha alzato la guardia sui rischi del credito privato).

Prospettive future e approccio dipendente dai dati

In definitiva, il rialzo dei tassi al 2,25% è stato indicato come «robusto» in ogni caso, ma questo non dice nulla riguardo al futuro. Perciò la Bce ha mantenuto un approccio «dipendente dai dati» con decisioni «riunione per riunione».

Francoforte era apparsa comunque orientata a non muoversi a luglio, già prima dell’intesa Usa-Iran: ora la Bce potrebbe avere un motivo in più per aspettare fino a settembre, quando sarà (forse) più chiara la situazione in Medio Oriente. (riproduzione riservata)