Le banche possono contribuire ai conti pubblici, ma il governo deve garantire equilibrio e parità di trattamento, rispettando gli accordi già raggiunti con il settore e gli interessi degli azionisti. È il messaggio di Carlo Messina, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, intervenuto martedì 27 al Forum Moneta di Roma sulla proposta di un nuovo prelievo per finanziare la manovra. La posizione arriva dopo le critiche espresse nei giorni scorsi dal banchiere, quando aveva ricordato che, a fronte di 50 miliardi di utili, gli istituti verseranno allo Stato 25 miliardi di imposte, contestando la richiesta di ulteriori sacrifici dopo l'accordo triennale raggiunto con il governo nel 2025.
Messina aveva inoltre chiesto di estendere l'eventuale contributo ad altri settori con utili elevati, anziché concentrarlo sulle banche. Al Forum Moneta il ceo ha ribadito il legame tra la stabilità dei conti pubblici e quella del sistema finanziario, avanzando anche una proposta per ridurre il debito: valorizzare parte del patrimonio immobiliare pubblico attraverso strumenti finanziari destinati alle famiglie.
«Se il bilancio pubblico è gestito correttamente, il principale creditore dello Stato, che sono le banche e le assicurazioni, ne trae un vantaggio», ha spiegato Messina, indicando nella solidità dei conti una condizione essenziale anche per il sistema finanziario. La relazione funziona però anche in senso opposto: «Se lo spread mi va a 300, io sopporto delle perdite e rischio di innescare una crisi di fiducia anche nei confronti delle banche». Il riferimento è alle conseguenze che un forte aumento del differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani e tedeschi avrebbe sul valore dei titoli pubblici detenuti dagli intermediari.
È in questo quadro che il ceo di Intesa colloca la discussione sul prelievo. «È chiaro però che ci deve essere il giusto equilibrio e un'equità di trattamento», ha precisato, ricordando che gli amministratori devono rispondere agli investitori. «Noi abbiamo degli azionisti e la gran parte delle banche sono con azionisti internazionali. Cioè il 70% del capitale sono investitori internazionali, quindi non è che le banche possono decidere di fare delle cose che vanno a detrimento degli azionisti in una fase come questa». Il punto, per Messina, non è negare il contributo del settore, ma stabilirne condizioni e limiti senza ignorare gli obblighi verso chi ha investito negli istituti.
La presa di posizione segue quella dei giorni scorsi, quando Messina aveva invitato il governo a non concentrare sulle banche gli oneri della manovra e a considerare anche altre imprese con utili elevati. Il manager aveva richiamato l'accordo triennale sul contributo degli istituti raggiunto con l'esecutivo nel 2025, sostenendo la necessità di rispettare gli impegni assunti. La questione investe quindi sia la distribuzione del carico fiscale sia la prevedibilità delle regole per società quotate e investitori.
Al Forum Moneta, Messina ha indicato anche una strada per ridurre lo stock di debito. Lo Stato e gli enti territoriali, ha ricordato, dispongono di un patrimonio immobiliare del valore stimato in «500-600 miliardi» di euro. Una parte, nell'ordine di «50-100 miliardi», potrebbe essere smobilizzata e destinata alle famiglie italiane mediante operazioni finanziarie dedicate. «In questo modo avremmo una riduzione del debito pubblico», ha affermato.
Intesa Sanpaolo è disponibile a collaborare alla costruzione degli strumenti necessari. L'ipotesi è collocare presso i risparmiatori prodotti rappresentativi degli immobili pubblici, concepiti per offrire caratteristiche di protezione analoghe a quelle ricercate nei titoli di Stato. Le banche, secondo Messina, «possono dare un supporto con prodotti equivalenti ai titoli di Stato per dare garanzia ai risparmiatori». Non si tratta ancora di un piano operativo: restano da chiarire la selezione dei beni, la struttura dei prodotti, le garanzie effettive e l'impiego dei proventi per abbattere il debito.
Il messaggio al governo è che il settore bancario può offrire anche un contributo diverso da un nuovo prelievo: mobilitare il risparmio privato e mettere a disposizione competenze finanziarie e reti distributive per valorizzare attività oggi iscritte nei bilanci pubblici. Una soluzione ancora da costruire, proposta da Messina per conciliare la riduzione del debito con la tutela degli investitori.
«Sono disinteressato al potere, mi interessa fare bene per gli azionisti», ha spiegato Messina poi in relazione all’opus Montepaschi. Il risparmio degli italiani afferma è l'unico vantaggio competitivo che può avere il Paese e «nel portafoglio di Mps ci sono degli elementi di sicurezza nazionale come Mediobanca e la quota Generali che vista la «fragilità del cda» di Rocca Salimbeni, Intesa Sanpaolo può stabilizzare anche rendendo le Generali «non più scalabili».
Intesa punta a rafforzare l’azionariato delle Generali senza interferire nella gestione. Ereditando in portafoglio il 13% delle Generali, Ca’ de Sass intende rendere il Leone di Trieste non più scalabile e a condividere con gli altri soci, Unicredit, Delfin, Caltagirone e Benetton l'indipendenza del gruppo assicurativo «con nessuna volontà di interferire con la gestione». Per Messina, Intesa ha un interesse a non perdere la leadership nel wealth management e questo potrebbe avvenire se le Generali venissero scalate. «Quindi zero potere» nel razionale dell'opas ma una difesa del business del gruppo. (riproduzione riservata)