Surplus addio, in pericolo il modello di crescita dell’Eurozona imposto dalla Germania. Pesano energia e Cina
Surplus addio, in pericolo il modello di crescita dell’Eurozona imposto dalla Germania. Pesano energia e Cina
La bilancia commerciale europea è in difficoltà a causa degli shock su gas e petrolio. In futuro peserà soprattutto la concorrenza cinese nei settori chiave Ue

di Francesco Ninfole 09/05/2026 09:00

Ftse Mib
49.289,54 6.55.10

0,00%

Dax 30
24.338,63 23.50.39

-1,32%

Dow Jones
49.609,16 21.56.33

+0,02%

Nasdaq
26.244,60 23.50.39

+1,71%

Euro/Dollaro
1,1789 23.00.33

+0,09%

Spread
71,75 17.29.41

-0,96

Il modello di crescita dell’Eurozona imposto dalla Germania è in pericolo. Il segno più evidente è la discesa del surplus commerciale dell’area, che ha motivazioni cicliche e anche strutturali.

La pandemia è stato il primo colpo alle certezze europee. Poi è arrivata la guerra in Ucraina, adesso quella in Medio Oriente. Gli effetti andranno oltre lo scenario attuale e segneranno per molti anni l’economia dell’area euro.

Un ribilanciamento verso la domanda domestica, invece che sulle esportazioni, può essere salutare. Ma come ha osservato una ricerca di Ing la flessione del surplus appare un segno di debolezza, più che di forza, considerando i maggiori costi dell’energia, i dazi Usa e, più di ogni altra cosa, la perdita di competitività rispetto alla Cina in settori fondamentali per la crescita europea.

La formula economica dell’Eurozona si è delineata dopo la crisi finanziaria del 2008 e quella del debito sovrano del 2011. In precedenza la Germania era in surplus commerciale grazie all’export, ma questo fattore era controbilanciato dai deficit nei Paesi del Sud.

Quando gli Stati in disavanzo hanno dovuto mettere in ordine i conti, di fatto sono diventati più tedeschi. Anche loro hanno dovuto puntare su salari bassi e crescita delle esportazioni.

La ricetta è stata costosa per alcuni Paesi (in primis per la Grecia) ma per un po’ ha funzionato nell’insieme: il risultato è stato un surplus commerciale di circa 50 miliardi a trimestre per l’Eurozona fino a fine 2019.

La fine dell'energia a basso costo e l'impatto dei conflitti

Il sistema, che si fondava sulla disponibilità di energia a basso costo, è andato in frantumi quando si sono chiusi i rubinetti dalla Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina. I costi dell’energia sono diventati più alti e il surplus europeo è sceso del 30%.

Il conflitto in Medio Oriente è ora un colpo ulteriore: Ing stima che la bilancia commerciale dell’Eurozona sarà positiva per 49 miliardi in tutto il 2026, in discesa dai 149 miliardi del 2025. In uno scenario avverso l’area potrebbe anche andare in negativo e chiudere con un deficit di 115 miliardi.

La dipendenza dall’energia proveniente dall’estero rende l'Eurozona «vulnerabile agli shock», ha rilevato Ing. «Dopo un periodo caratterizzato da una situazione geopolitica favorevole, le tensioni degli ultimi anni stanno aumentando la volatilità della bilancia commerciale e stanno determinando una riduzione del surplus medio».

Nei giorni scorsi Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Bce, ha evidenziato la necessità per l’Europa di puntare sulla transizione energetica non solo per ragioni ambientali, ma anche di sicurezza, stabilità dei prezzi e prosperità economica.

L'incognita dei dazi Usa

In questo quadro i dazi di Donald Trump sono considerati da Ing «non irrilevanti, ma neppure drammatici» per l’Eurozona. Nella seconda metà del 2025 le esportazioni Ue verso gli Usa sono scese del 20%, ma è ancora presto per arrivare a conclusioni sulle tariffe. Di certo aumenteranno le importazioni di energia dagli Stati Uniti che sostituiranno in parte le forniture da Russia e Medio Oriente. Inoltre la Commissione Ue si è impegnata a maggiori acquisti negli Usa, anche se gli impatti concreti sono da verificare.

La sfida strutturale della concorrenza cinese

Il fattore principale in grado di condizionare l’Europa è secondo Ing la concorrenza della Cina. Pechino ha una strategia aggressiva sull’export, a causa della sovrapproduzione domestica e della bassa domanda interna.

La Cina produce per vendere altrove. Ma soprattutto ha ormai sottratto all’Europa una parte della catena del valore. Le importazioni europee dalla Cina sono cresciute del 51% tra il 2019 e il 2025, mentre le esportazioni sono scese dell’1%. Il deficit commerciale così è aumentato di oltre 150 miliardi di euro.

La forza dell’industria cinese si è manifestata soprattutto nei settori chiave dell’Eurozona, come i macchinari e i trasporti che pesano per il 50% dell’export dell’area.

L’esempio più significativo è quello del comparto automotive. I Paesi europei erano esportatori netti di veicoli verso la Cina, mentre oggi sono importatori. È la conseguenza del dominio cinese sulle auto elettriche, oltre che dell’indebolimento della competitività Ue a causa dei più alti costi dell’energia per l’industria.

Pechino sta guadagnando terreno anche in altri ambiti: per esempio nel settore farmaceutico che pure è stato uno dei più resistenti dell’Ue nei confronti degli Stati Uniti.

Le prospettive per la crescita europea

Guardando al futuro, Ing prevede un minore contributo dell’export alla crescita europea. Gli shock dell’energia e i dazi possono essere transitori, così come l’incremento delle importazioni nel settore della difesa. Ma la concorrenza cinese è un fattore strutturale.

Così per Ing «a meno che l’Eurozona non ritrovi competitività nei settori chiave, cosa difficile da realizzare, i giorni di un forte surplus commerciale di beni a sostegno della crescita potrebbero benissimo essere finiti». (riproduzione riservata)