Super Treasury contro Btp: ecco chi rende di più e cosa conviene comprare ora
Super Treasury contro Btp: ecco chi rende di più e cosa conviene comprare ora
È in corso una maxi vendita di debito pubblico globale e i rendimenti schizzano: i Treasury Usa offrono circa l’1% in più dei Btp. Ma tra cambio, dollaro e geopolitica i rischi non mancano. Ecco cosa conviene fare

di di Elena Dal Maso 22/05/2026 19:00

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Il campanello d’allarme è arrivato quando il rendimento del Treasury a 30 anni è salito al 5,198%, il livello più alto dal luglio 2007, in pieno scoppio della crisi finanziaria globale. Nel frattempo il rendimento dei titoli di Stato giapponesi a 10 anni è balzato sopra il 2,8%, raggiungendo il livello più alto dal 1996. Lo stesso Btp a 10 anni, che rendeva il 3,28% a inizio marzo, si è portato al 4% alla fine dello stesso mese e oggi scambia al 3,8%. Nei mercati obbligazionari, quando i rendimenti salgono significa che i prezzi, che si muovono in direzione opposta, stanno calando. È quindi in atto in questo periodo un selloff globale sul debito pubblico. Con una serie di warning da parte di banchieri ed esperti che mettono in guardia da un fenomeno che potrebbe durare più a lungo.

Tassi più alti a lungo

In primo luogo perché la guerra Usa-Iran ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz tenendo i prezzi del petrolio sempre alti (attorno a 100 dollari il barile), con l’effetto di alzare l’inflazione. E di conseguenza le attese che le banche centrali aumentino i tassi, di qui il selloff sui bond già emessi. «I tassi potrebbero essere molto più alti di oggi», ha avvertito Jamie Dimon, storico ceo di JP Morgan, durante un’intervista a Bloomberg Television. A questo si aggiungono le preoccupazioni sulla spesa pubblica in Giappone, Regno Unito e Stati Uniti, ha aggiunto Dimon, oltre al boom dell’intelligenza artificiale che continua a sostenere la crescita della maggiore economia mondiale. Tutti fattori che stanno spingendo gli investitori a chiedere rendimenti più elevati per detenere debito a lunga scadenza.

Dal momento che non ci sono segnali di una rapida soluzione del conflitto in Medio Oriente, i trader ora attribuiscono una probabilità del 70% a un rialzo dei tassi Fed di 25 punti base entro dicembre, mentre un aumento di pari entità entro marzo viene considerato quasi certo. Si tratta di un netto cambio di scenario rispetto a prima della guerra con l’Iran, quando il mercato si aspettava oltre due tagli dei tassi da 25 punti base entro la fine dell’anno.

«Il debito pubblico americano è di 30.000 miliardi di dollari e il tasso medio è del 3,5%. Quest’anno gli Stati Uniti devono rifinanziare altri 2.000 miliardi di dollari, ma il problema è che non sappiamo quando il mondo inizierà ad avere davvero paura di questa situazione, o quando l’inflazione porterà gli investitori a non voler più detenere titoli a lunga scadenza», ha messo le mani avanti il ceo.

All’avvertimento di Dimon si è aggiunto quello di Moody’s, secondo cui i mercati globali dei bond sono destinati a subire pressioni a lungo termine che portano al rialzo delle curve dei rendimenti e dei costi di finanziamento. Lo ha detto Philipp Lotter, Head of Global Ratings and Research di Moody’s, intervistato dalla CNBC. Secondo Lotter, i governi stanno affrontando crescenti esigenze di spesa, dinamiche demografiche sfavorevoli e ingenti necessità di investimento. L’esperto ha citato in particolare i «forti aumenti delle spese per la difesa», soprattutto in Europa, oltre ai «miliardi e miliardi» necessari a livello globale — e in particolare in Asia — per sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei data center. Questi fattori stanno creando «un ulteriore squilibrio tra spesa e risparmio, alimentando un disequilibrio strutturale globale sempre più marcato».

Tutti i rialzi attesi

Mauro Valle, Head of Fixed Income di Generali AM, sottolinea dal canto suo che la «guerra in Iran rischia di produrre uno shock stagflattivo (mix di inflazione alta e bassa crescita, ndr) con effetti negativi sul ciclo economico. Tuttavia, rispetto allo shock del 2022, l’impatto dovrebbe risultare più contenuto grazie a condizioni iniziali più favorevoli e a una maggiore resilienza della domanda». Resta comunque il rischio che flussi limitati di materie prime dall’area del Golfo e prezzi elevati possano «amplificare le pressioni inflazionistiche e deprimere la crescita in misura più che proporzionale». La Fed appare orientata a mantenere i tassi invariati nel breve e potrebbe considerare la possibilità di un rialzo verso la fine dell’anno o l’inizio del prossimo, riprende Valle. L’insediamento del nuovo presidente Warsh potrebbe però favorire, nel tempo, un «orientamento leggermente più accomodante».

Nell’area euro il quadro macroeconomico è in progressivo rallentamento. L’inflazione, uscita «in aprile al 3%», riprende Valle, «dovrebbe consolidarsi su questi livelli anche nei mesi successivi se il prezzo del petrolio si stabilizzerà intorno i 100 dollari. In questo caso la Bce si muoverebbe all’interno dello scenario base delineato, che implica la possibilità di fare sino a due rialzi nel corso dell’anno». Nel scenario avverso della Bce, invece, con prezzi dell’energia più elevati e inflazione che punta al 4%, la banca centrale «si troverebbe costretta a considerare sino a 4 rialzi per tenere ferme le aspettative di inflazione nel medio termine. Al momento le attese sono per un paio di rialzi nel corso dell’estate».

Nel complesso, sul reddito fisso l’impostazione di Valle resta «prudente e neutrale» a causa del quadro macro instabile. Nell’area euro, «esiste il rischio che la Bce sia costretta a effettuare più rialzi di quanto scontato dal mercato se i prezzi dell’energia dovessero rimanere elevati, nonostante i crescenti rischi recessivi». Quanto ai Btp, secondo Valle esiste il rischio che un rallentamento macroeconomico potrebbe penalizzare i titoli italiani. In sintesi, con il rischio di crescita ancora sottovalutato, «è preferibile un approccio selettivo e difensivo, puntando sulle scadenze medio brevi e sulla diversificazione».

Diversificare con i T-bond

Una considerazione importante, quella di Valle, per chi fa trading con i bond, acquista quindi e vende durante la vita del titolo di debito. Per un investitore paziente, invece, bisogna considerare l’opportunità di comprare un titolo di Stato (ha una tassazione del 12,5%) con un buon rendimento di partenza. Nel caso del Btp non esiste poi il rischio di cambio. Qui è importante detenere il titolo fino a scadenza evitando di cadere nella trappola del prezzo che può oscillare molto durante la durata della vita del bond. Venerdì 22 maggio il Btp a 5 anni rende il 3,18%, quello a 10 anni il 3,79%, il 20 anni il 4,4%, mentre quello a 30 anni il 4,61%. I tassi ufficiali della Bce sono al 2-2,4%, quelli della Fed nell’intervallo 3,5-3,75%. Il rendimento del T bond a 5 anni è di conseguenza più alto, visto il maggior costo del denaro: 4,24%, quello a 10 anni è del 4,55%, quello a 20 anni del 5,09% e quello a 30 del 5,08%. Nell’idea di diversificare il portafoglio con i T bond, è importante ricordare che esiste il rischio di cambio. Tuttavia Giacomo Alessi, analista obbligazionario indipendente, nota che «il momento andrebbe sfruttato per considerare una porzione di investimento nel debito Usa visti i rendimenti molto alti ed il rischio di cambio contenuto tenendo conto della maggiore reattivitá della Fed ad alzare i tassi di interesse e quindi a stabilizzare il cambio con le altre valute». In caso di pace in Iran, riprende Alessi, «si possono prospettare delle performance sul valore nominale dei bond a lunga scadenza piuttosto importanti con potenziali prese di profitto, per chi vuole fare un minimo di trading, prima delle vacanze estive».

Se si va a guardare invece ai Gilt inglesi, oggetto di vendita per la crisi del governo guidato dal premier laburista Keir Starmer, il titolo a 5 anni rende il 4,48%, quello a 10 anni il 4,92%, quello a 20 anni il 5,53% e quello a 30 anni il 5,59%. Alessi trova interessanti i Gilt in sterline oltre i 5 anni e anche il Btp 2051 emesso in dollari che rende il 6%. L’analista ricorda in tal senso che «va sempre considerata la base di tasso diversa tra varie valute prendendo come misura l’Euribor 3 mesi al 2,2% e il T-Bill americano in area 3,6%: abbiamo un differenziale di 140 punti base, che è quanto dobbiamo aspettarci in più da un investimento in dollari rispetto a uno in euro». (riproduzione riservata)