La primavera è la stagione dei ricchi dividendi a Piazza Affari, i più generosi in Europa, tenuti sotto osservazione anche da parte degli investitori esteri. La borsa milanese staccherà quasi 46 miliardi di cedole nel 2026, secondo le attese di Intermonte, in rialzo del 14% rispetto a quanto distribuito nel 2025. Ai prezzi attuali, il rendimento medio del listino italiano si colloca al 4,4%, quello da buyback all’1,4%, per un totale complessivo del 5,8%. Per fare un confronto, il Btp decennale rende oggi il 3,8%. Il giorno più importante per incassare le cedole sarà lunedì 18 maggio, ma da segnare sul calendario vi sono anche lunedì 20 aprile e lunedì 22 giugno. Come si può leggere in tabella, i primi 40 titoli più generosi hanno un dividend yield che va dal 3,2% all’11%. I primi cinque più corposi sono quelli di Mfe e di Mps per quasi l’11%, a seguire Nexi con il 10,2%, Banca Ifis con il 10% e Intesa Sanpaolo con quasi il 9%.
Alberto Villa, responsabile Equity Research di Intermonte, spiega infatti che si aspetta nei prossimi mesi «un monte dividendi e buyback molto ricco, a 57,8 miliardi di euro, di cui 46 miliardi relativi a dividendi». I settori più ricchi? «Senza dubbio sono finanziari e utilities a contribuire in maniera più consistente», aggiunge Villa. Secondo cui l’aspetto «confortante è dato dal fatto che non si tratta di distribuzioni straordinarie o slegate dagli utili ricorrenti, ma di dividendi che vengono distribuiti sulla base della redditività ottenuta nell’anno. I titoli con maggiori dividend yield attesi sono banche e istituti finanziari - come Bper, Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Unicredit, Poste Italiane, Ifis - e utilities - come Enel, Eni, Italgas, Snam - oppure titoli che hanno avuto performance negative pur in presenza di dividendi interessanti, come nel caso di Nexi».
Per quanto riguarda il monte utili e dividendi del prossimo anno, la situazione appare più incerta. Molte società avranno «ripercussioni sui margini date dall’aumento del costo dell’energia e delle materie prime e difficilmente potranno recuperare totalmente con rialzi dei prezzi», avverte l’analista. Gli utili dei titoli finanziari sono in parte soggetti alla volatilità dei mercati, che tuttavia, escludendo forti correzioni, Intermonte ritiene siano gestibili. Il contesto rimane «di visibilità discreta sui dividendi anche per il futuro, con qualche rischio in più, legato al peggioramento dello scenario geopolitico» legato alla guerra in corso in Iran e alle esternazioni contraddittorie del presidente Usa, Donald Trump che preannuncia un giorno la pace, un altro attacchi massicci contro Teheran. I settori energy e utilities appaiono senz’altro godere di «maggiore visibilità in questa situazione, mentre per gli industriali e il consumer il protrarsi del conflitto potrebbe avere conseguenze indesiderate maggiori e richiedere una certa prudenza anche nelle politiche di remunerazione degli azionisti», nota infine Villa.
Il dividendo è uno degli elementi da valutare prima di comprare un titolo e la prospettiva di un total return (ovvero un rendimento che includa i dividendi incassati) è un calcolo necessario, interviene Fabio Caldato, Portfolio Manager del fondo AcomeA Strategia Dinamica Globale. Che ricorda: «va fatta poi un’ulteriore analisi sulla sostenibilità dello stesso: aziende con business a margini bassi o in calo strutturale possono modificare l’entità del pagamento, trasformando l’investimento in senso negativo». Per l’investitore di lungo periodo che considera il flusso cedolare «come caratteristica primaria», Caldato considera «sensato concentrarsi sulle assicurazioni (Generali), utilities (Enel), petroliferi (Eni). La stabilità e profittabilità di questi settori e in particolare delle tre società citate, rassicura sulle prospettive di flussi».
Il 2026 è l'anno in cui il dividendo torna ad essere «una scelta strategica», non solo una componente accessoria del rendimento, avverte Gabriel Debach, market analyst di eToro. L’esporto ritiene che una «lettura superficiale, quella della media semplice, porta a un rendimento intorno al 4% una volta esclusi gli outlier (i titoli con un payout ratio maggiore dell’80%)». Un numero che si avvicina molto al rendimento Btp (3,8%) e che potrebbe far pensare a un «premio limitato». È un dato «corretto, ma fuorviante. Il portafoglio non è una media aritmetica. È selezione, è peso, è qualità», sottolinea l’analista.
Sui nomi investibili, Debach applica alcun «criteri semplici ma rigorosi», esclude società con una capitalizzazione sotto ai 4 miliardi e un payout ratio superiore all’80%. A quel punto il dividend yield si attesta intorno al 4%, «ma è il rendimento complessivo a fare la differenza: includendo i buyback si sale al 5%, mantenendo un premio rispetto al risk free (il Btp, ndr)». In un contesto di «crescita incerta, volatilità politica e tassi ancora al centro della narrativa, il mercato sta tornando a pagare il cash oggi più delle promesse di crescita futura», sottolinea Debach. Non è un caso che «il total shareholder return complessivo (dividendi + buybak, senza filtri di market cap) si avvicini al 6,5%. È un livello che riporta l’equity verso un profilo più ibrido, a metà tra azionario e obbligazionario».
Ma il vero filtro resta la sostenibilità. Ed è qui che il quadro sorprende in positivo, nota l’analista di eToro. Guardando ai payout ratio (percentuale di utile netto che una società distribuisce agli azionisti sotto forma di dividendi), la fotografia è più solida di quanto il contesto macro suggerirebbe. Escludendo i pochi casi estremi (payout oltre l’80%), il payout medio si colloca intorno al 48%. «Significa che i dividendi sono coperti dagli utili, non sono compressi al limite», sono quindi sostenibili. I grandi nomi lo confermano, riprende Debach: Unicredit intorno al 50%, Eni sotto il 45%, tra i profili più conservativi del listino. Intesa Sanpaolo, Enel e Poste tra il 70% e il 75%, «livelli più elevati ma sostenuti da modelli di business solidi. Non siamo di fronte a dividendi tirati. Siamo di fronte a distribuzioni coerenti con la capacità di generare cassa e supportate da una crescita attesa degli utili anche nel 2027».
Come costruire quindi un basket di titoli solidi con un buon dividendo? La costruzione, secondo Debah, passa da tre pilastri. Il primo è il blocco bancario, «che resta il principale motore di rendimento, oltre che del principale listino milanese. Non solo per i dividend yield elevati, come Unicredit al 6,25% o Intesa all’8,77%, ma per la combinazione di utili robusti, capitale in eccesso e buyback significativi. È il motore del total return, ma va gestito con attenzione perché sensibile ai tassi, rialzi dello spread o compressione dei margini».
Il secondo è il blocco difensivo, rappresentato da utility e infrastrutture. Quindi Enel, Snam, Iren offrono «cash flow regolati, visibilità sugli utili e dividendi prevedibili. È la componente che stabilizza il portafoglio».
Il terzo è il blocco della flessibilità. Si tratta di società con «payout più contenuto e ampio margine di crescita del dividendo». Quindi Eni, Prysmian, Leonardo e Interpump rappresentano« esempi chiari di distribuzioni sostenibili oggi e con elevata capacità di aumentare nel tempo senza stressare il bilancio», prosegue l’analista. Leonardo in particolare ha fissato un «target payout strutturale del 30-40% con impegno esplicito di crescita del dividendo per azioni. Recordati mantiene un profilo simile ma è da monitorare per le voci (non confermate) di possibile acquisizione e delisting».
A completare il quadro ci sono i buyback, spesso sottovalutati. Per Debach non sono un elemento accessorio, ma una «componente centrale del rendimento». E cita il caso di Unicredit ed Eni. (riproduzione riservata)