Sulla AI l’Europa sarà innovativa e conquisterà la sovranità digitale. Parla Roberto Viola, a capo della Dg Connect
Sulla AI l’Europa sarà innovativa e conquisterà la sovranità digitale. Parla Roberto Viola, a capo della Dg Connect
Viola è responsabile della direzione della Commissione Ue che ha varato i regolamenti su digitale e AI: pronti 200 miliardi da investire in innovazione, che è anche stimolata dalla regole. Chi prenderebbe un ascensore supervisionato dall’AI che non ha avuto alcuna certificazione di sicurezza?

di di Roberto Sommella 13/03/2026 19:47

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L’Europa si è iscritta alla corsa per la AI e ha già «i suoi corridori, le start up e le regole» per rispettare la concorrenza e rendere il mercato unico più competitivo e tecnologicamente avanzato. Lo garantisce Roberto Viola, direttore generale della Dg Connect, la direzione della Commissione che ha varato tutti i regolamenti in materia di digitale, concorrenza e Intelligenza Artificiale. Viola, un italiano che conta a Bruxelles, parla per la prima volta con Milano Finanza in questa intervista esclusiva di tutte le sfide che governi, imprese e famiglie hanno davanti.

Domanda. Direttore Viola, quali sono gli obiettivi dell’AI Act e delle normative nazionali cui dà luogo?

Risposta. L’AI Act nasce con l’obiettivo di garantire che i prodotti basati sullo sviluppo e l’uso dell’intelligenza artificiale in Europa siano sicuri, affidabili e al tempo stesso vi sia un ecosistema aperto all’innovazione, perché l’AI rappresenta la nuova rivoluzione industriale che l’Europa non può mancare. Utilizziamo tutti i giorni ascensori, automobili, aeroplani o dispositivi medici che sono sicuri e affidabili perché rispondono a norme rigorose sulla sicurezza e credo che tutti vogliamo che questo sia il caso anche nell’era dell’AI. L’AI renderà i prodotti ancora più efficaci e sicuri, ma chi prenderebbe un ascensore supervisionato dall’AI che non ha avuto alcuna certificazione di sicurezza?

La governance basata sulla gestione dei rischi

D. L’AI Act garantisce questa sicurezza?

R. Il regolamento europeo introduce una governance basata sulla gestione dei rischi: si applica solo quando l’AI può comportare impatti significativi sulla salute, sulla sicurezza o sui diritti delle persone. In questo modo si rafforza la fiducia dei cittadini e delle imprese nell’adozione di soluzioni basate sull’AI, offrendo certezza giuridica e creando un contesto favorevole ad uno sviluppo responsabile e competitivo dell’AI nel mercato europeo. Un altro obiettivo centrale dell’AI Act è evitare la frammentazione normativa all’interno dell’UE. Senza un quadro comune, il rischio concreto sarebbe quello di avere in Europa 27 o più AI acts con contenuto diverso. Le norme nazionali si devono limitare a sviluppare il sistema di governance, senza introdurre nuovi obblighi per le imprese.

Un quadro normativo dinamico e adattabile

D. Considerando la velocità di crescita e di potenzialità dell’AI, la normativa europea è efficace a ridurre impatti negativi sulle famiglie e sul lavoro, come a questo giornale ha spiegato il presidente dell’Inps Fava?

R. Proprio per rispondere alla rapidità dell’evoluzione tecnologica, l’AI Act è stato concepito come un quadro normativo dinamico e adattabile, capace di evolvere nel tempo. L’AI Act non si limita a fotografare lo stato della tecnologia al momento della sua adozione, ma introduce un impianto normativo capace di rispondere a sviluppi futuri.

D. Come?

R. Le spiego. Lo fa innanzitutto attraverso un approccio basato su obiettivi chiari di tutela e sicurezza senza cristallizzare soluzioni tecniche specifiche. Questo consente all’industria di adeguarsi attraverso standard tecnici e codici di autoregolamentazione flessibili, adattabili a diversi casi d’uso e all’evoluzione tecnologica, evitando che la regolazione diventi rapidamente obsoleta.
Inoltre, il regolamento prevede ampie deleghe alla Commissione europea: alcune parti dell’AI Act possono essere aggiornate tramite atti delegati e di esecuzione all’emergere di nuovi usi dell’AI che possono avere impatti significativi sul lavoro, sull’accesso ai servizi o sulla vita delle famiglie. Infine, l’AI Act incorpora una logica di valutazione continua. Sono previste revisioni periodiche di disposizioni specifiche e, nel tempo, una valutazione complessiva del regolamento, proprio per individuare tempestivamente eventuali lacune o la necessità di correzioni.

Digital Services Act e la trasparenza delle piattaforme

D. L’Ue ha varato, prima dell’Ai Act, due regolamenti molto importanti in fatto di Big Tech, il Digital Markets Act e il Digital Services Act. Come stanno funzionando?

R. Il Digital Services Act (DSA) è una legge europea che stabilisce norme per la responsabilità delle piattaforme online usate dai cittadini dell’UE, applicabile a social media come TikTok, X e Instagram, oltre a piattaforme di e-commerce come ad esempio Amazon, Zalando, Aliexpress, Temu, Shien e gli app store di Apple e Google. Questo regolamento offre ai cittadini europei nuovi strumenti per var valere i propri diritti. Il DSA offre una trasparenza senza precedenti nel funzionamento delle decisioni algoritmiche dei sistemi di raccomandazione, obbligando le piattaforme a fornire una sorta di «etichetta nutrizionale» per gli algoritmi. Oltre agli utenti, anche i ricercatori ed i giornalisti hanno a disposizione sia un volume significativo di dati sul funzionamento degli algoritmi, sia l’accesso al sistema di «ad repository», ovvero le informazioni su chi sono gli inserzionisti dietro gli annunci pubblicitari.

D. Risultati?

R. La mancata trasparenza è stata sanzionata in un caso, mentre in altri casi le imprese hanno preso impegni che sono stati accettati. Inoltre, il DSA offre la possibilità di scegliere feed che non utilizzino i nostri dati personali o la cronologia di navigazione, permettendo un’interfaccia meno personalizzata e che, di conseguenza, crei meno dipendenza.

La tutela dei minori e la sicurezza nell'e-commerce

D. I giovani sono però troppo esposti, alcuni paesi, Francia e Spagna hanno deciso per vietare i social sotto una certa età…

R. La dipendenza dagli schermi resta un forte rischio, soprattutto per le fasce d’età più giovani, dal momento che molti adolescenti trascorrono ore sui social media: secondo uno studio francese, l'8% dei ragazzi tra i 12 e i 15 anni trascorre più di 5 ore al giorno sui social. Abbiamo aperto istruttorie per quanto riguarda la dipendenza dei minori creata dal design di alcune piattaforme, contestando che gli attuali strumenti di gestione del tempo di utilizzo dello schermo non siano adeguati.

D. Sul commercio online cosa fate invece?

R. Sempre il DSA impone anche regole per garantire che gli acquisti online siano sicuri e trasparenti, permettendo a noi consumatori di conoscere il luogo di origine degli articoli e di accedere a tutte le informazioni necessarie prima di effettuare un acquisto. Ad esempio, sono state avviate procedure contro tre piattaforme di e-commerce per non conformità alle norme di sicurezza europee sui prodotti venduti online.

D. Passiamo al Digital Market Act sulle posizioni dominanti delle piattaforme: funziona questa misura antitrust?

R. Il Digital Markets Act (DMA) è l'altra regolamentazione chiave, che ha già avuto un significativo impatto nel garantire equità nel mercato unico digitale e si applica ai servizi di imprese quali Apple, Google, Booking, Microsoft, Meta ed altri. Questa legge facilita l'accesso equo degli sviluppatori, fornitori di servizi e contenuti alle piattaforme digitali prominenti e promuove l'interoperabilità tra dispositivi e servizi. Il DMA evita che le imprese dominanti (gatekeepers) favoriscano i loro prodotti e servizi.

D. Anche qui: risultati concreti? L’Unione viene spesso criticata per restare nella teoria…

R. In meno di due anni, il DMA ha reso più semplice il passaggio da un costruttore di smartphone ad un altro senza perdere dati, la scelta dei propri browser e motore di ricerca, e la connessione senza soluzione di continuità tra vari dispositivi – come telefoni, smart watch e auricolari. Inoltre, gli app stores stanno divenendo più aperti, offrendo vantaggi per gli sviluppatori ed i fornitori di contenuti, e due startup europee stanno già offrendo servizi di messaggistica interoperabili con WhatsApp.

Competitività e sovranità tecnologica europea

D. Sia il rapporto Letta sia quello Draghi hanno calcato la mano sul deficit di competitività e tecnologico dell’Unione. Come si possono colmare questi divari con la Cina e gli Usa?

R. Nel 2012 il Pil pro capite dell’Ue e degli Usa erano uguali. Da allora, il divario si è progressivamente allargato a favore degli Stati Uniti. Il rapporto Draghi individua la ragione principale di questa divergenza nella differenza di produttività nei settori del digitale e delle tecnologie avanzate. Il rapporto Letta è chiaro: la mancanza di un vero mercato interno in questi settori chiave è un colpo basso alla competitività e la dimensione del mercato interno è quella minima per competere a livello globale.

D. Quindi?

R. La sovranità tecnologica non è più un optional ma un imperativo in uno scenario globale sempre più polarizzato intorno a sfere di influenza. L’Europa deve essere preparata a giocare un ruolo da protagonista nella rivoluzione AI: collettivamente abbiamo la dimensione di mercato, capacità scientifica, industriale ed economica senza tanti eguali, ma la situazione attuale ci richiede di essere più disponibili ad un gioco di squadra.

Investimenti e infrastrutture: le fabbriche dell'AI

D. Ma quante risorse state mobilitando?

R. Per quanto riguarda la realizzazione di infrastrutture di calcolo sovrane, l'Europa ha compiuto notevoli progressi. L'UE è già un leader mondiale nel supercalcolo e l’Italia vanta ben due supercalcolatori fra i primi dieci al mondo. Quest’anno offriremo a ricercatori e startup accesso agevolato ad una capacità computazionale AI dieci volte superiore, grazie alle 19 fabbriche dell’AI co-finanziate dall'Ue con gli Stati membri. L’accesso a queste fabbriche di AI è gratuito per le startup e gli istituti di ricerca. Inoltre, l’ormai imminente gara europea per le nuove gigafactory dell’AI in cooperazione con investitori privati ci permetterà di fornire una capacità computazionale ancora più elevata alle imprese e pubbliche amministrazioni. È uno sforzo senza precedenti di investimenti pubblici e privati che ci permetterà di mobilitare 200 miliardi di euro per l’IA made in Europe.

D. Con questi sforzi e in questo scenario pieno di conflitti, l’Europa può essere competitiva dal punto di vista tecnologico?

R. Dobbiamo guardare con più fiducia alle capacità dell'Europa, che ospita talenti leader a livello mondiale nel campo dell'AI. Questo punto di forza non è solo qualitativo, ma anche quantitativo: l'Europa ha il 30% in più di specialisti AI pro capite rispetto agli Stati Uniti e l’adozione dell'AI da parte delle imprese europee è aumentata del 48% nel 2025 rispetto al 2024. In Italia, l'adozione dell'AI è addirittura raddoppiata. Le novità della strategia dell’Ue per l'AI non si fermano alle infrastruttture. Innanzitutto, investiremo in un’iniziativa che può essere definita il «Cern dell’AI», attirando in Europa i migliori ricercatori. Senza contare che, quest’anno, lanceremo anche una rete di centri di diagnostica avanzati basati sull'AI per migliorare l'individuazione e la diagnosi delle malattie cardiovascolari e dei tumori. Parallelamente svilupperemo progetti concreti nei campi dell’AI industriale, della robotica, difesa, della sicurezza e della guida autonoma.

L'era dell'AI agentica e il controllo umano

D. Siamo davvero fuori pericolo da una situazione in cui le macchine prenderanno il sopravvento sugli uomini?

R. I progressi dell’AI non smettono di sorprenderci e sempre di più l’AI può fare molte cose in modo più efficiente rispetto agli esseri umani, anche dal punto di vista cognitivo. L’AI agentica è la nuova frontiera ed è già fra noi. Gli agenti AI stanno dimostrando una straordinaria efficacia nel campo della scienza e della medicina, affiancando le migliori menti umane per accelerare scoperte che cambieranno in meglio la nostra vita. Delegare sempre più compiti ad agenti AI sarà la norma, sia nel nostro vivere quotidiano che nella sfera professionale. Per di più, gli agenti AI aumenteranno le loro interazioni con altri agenti AI, prendendo decisioni in modo autonomo: è stato perfino creato un social media dove ci sono solo agenti AI che chattano fra di loro.

D. Non le fa paura tutto ciò?

R. Personalmente, lo trovo inquetante ma innoquo. Diverso è perdere il controllo di agenti che operano sui mercati finanziari, regolano i sistemi energetici o, peggio, prendono decisioni in autonomia sul campo di battaglia. Le conseguenze possono essere molto serie o addirittura letali. Per evitare rischi gravi dobbiamo rapidamente sviluppare una nuova dimensione del controllo umano passando dall’human-in-the-loop all’human-on-the-loop, che significa in parole povere che non possiamo più controllare i singoli processi ma dobbiamo sempre progettare sistemi dove si può staccare la spina in caso ci sia un segnale evidente che si sta perdendo il controllo della situazione. Più facile a dirsi che a farsi. Per questo tutti gli sforzi dell’Ue per promuovere una scienza della valutazione e del controllo per un’AI sicura e affidabile non sono affatto tempo perso, quanto piuttosto un’assicurazione sul futuro.

L'impatto sul mercato del lavoro e le diseguaglianze


D. Anche se non perderemo il controllo, c’è il rischio che perderemo il lavoro?

R. Io non credo alla fine del lavoro. La prospettiva di un’umanità felice e in vacanza perenne è purtroppo per i romanzi di fantascienza. Invece il tema del lavoro che cambia con una velocità senza precedenti è estremamente serio e richiede la massima attenzione da parte di tutti. Questo giornale ha giustamente dedicato spazio al commento di una recente sentenza della sezione lavoro del Tribunale di Roma che ha ritenuto legittimo per un’azienda operare una riduzione del lavoro umano a seguito dell’introduzione dell’AI. Indubbiamente il tema generale degli effetti dell’AI sull’occupazione umana merita grande considerazione. Da una parte, l’obsolescenza delle figure professionali è una costante dell’evoluzione tecnologica e le imprese devono avere il diritto di adeguarsi.

D. E come si possono adeguare?

R. Un noto paradosso dell’economia spesso citato in questo dibattito è quello dell’economista Jevons, secondo cui l’aumento di produttività dovuto all’evoluzione tecnologica favorisce il mantenimento anziché una diminuzione dei posti di lavoro, poiché cresce la domanda. L’AI non diminuisce la domanda di radiologi, ma rende il loro lavoro più produttivo e quindi, aumentando il numero di referti, si riducono le liste d’attesa, apportando benefici per i cittadini. I lavori legati al software stanno mutando. Quindi, ad esempio, invece di un programmatore ci sarà un prompt engineer o altri nuovi lavori derivati dall’AI, come la classificazione dei dati di addestramento degli algoritmi.

D. Quindi nessun pericolo?

R. In realtà, questa visione ottimistica deve confrontarsi con le conseguenze sociali del processo di cambiamento che, come hanno osservato eminenti scienziati, si annuncia non scevro da conseguenze. La sostituzione di posti di lavoro che opera l’AI non è omogenea e rischia di colpire molto più alcuni tipi di lavoro, con gravi rischi dell’aumento delle diseguaglianze. Per questo la Commissione Europea sta lavorando ad un’iniziativa sui posti di lavoro di qualità.

D. Si ha la sensazione che la potenza dominante delle Big Tech si sia spostata dai mercati digitali, comunque regolati, alla AI che di fatto negli Usa non è regolata. È un modo per avere ancora più potere?

R. L’AI è il prossimo passo nell’evoluzione delle tecnologie digitali e, quindi, è naturale che il predominio delle piattaforme online di dimensioni molto grandi si sia inizialmente tradotto nella sfera dell’AI. Ma l’AI è molto di più di un chatbot: si pensi alle applicazioni industriali. È troppo presto per considerare che gli attuali attori siano necessariamente le sole forze dominanti nell’era dell'AI, dato che ci sono già tante novità. Abbiamo visto come startup sconosciute al grande pubblico sono diventate in pochissimo tempo delle superstar dell’AI. La corsa è aperta e noi ci siamo iscritti. I regolamenti europei ed il diritto della concorrenza offrono ampie protezioni affinché le regole di gara siano le stesse per tutti. Ora dobbiamo concentrarci sulla crescita dei nostri corridori europei e ne abbiamo tanti, giovani e molto bravi. (riproduzione riservata)