Una chiusura prolungata o una militarizzazione dello Stretto di Hormuz non rappresenta solo un rischio locale, ma può innescare una crisi sistemica delle principali vie marittime globali. È l’avvertimento lanciato da Igor Sechin, amministratore delegato del colosso petrolifero russo Rosneft e stretto alleato del presidente, Vladimir Putin.
Secondo Sechin, un’eventuale escalation nello Stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e permette il transito del 20% del petrolio consumato quotidianamente a livello mondiale, può avere ripercussioni dirette anche su altre arterie fondamentali del commercio globale: lo Stretto di Malacca, Bab el-Mandeb e Gibilterra.
Nel suo intervento al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Sechin ha sottolineato come il blocco dello Stretto di Hormuz non resterebbe un evento isolato. L’eventuale deviazione dei flussi energetici, ha spiegato, potrebbe danneggiare rotte già sensibili come, appunto, Malacca, che separa Malesia e Indonesia, Bab el-Mandeb, che separa Asia e Africa, e Gibilterra, che separa Europa e Africa, trasformando il rischio geopolitico in un problema strutturale per il commercio mondiale.
E la Cina, ha aggiunto, sarebbe l’unico Paese davvero preparato ad affrontare una crisi simile grazie a una politica energetica statale ben strutturata e fondata su una valutazione realistica dei rischi.
Poi l’alleato di Putin ha puntato il dito sulle società energetiche statunitensi a suo dire le principali beneficiarie della chiusura dello Stretto con Washington che bloccando i porti iraniani punta a modificare i mercati energetici globali per soddisfare i suoi interessi.
L’ultima stoccata l’ha rivolta all’Opec+, di cui fa parte anche la Russia. Per il ceo di Rosneft ha perso parte del suo potenziale in seguito all'uscita degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar dall’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio.
Di conseguenza, la produzione dell'alleanza è scesa da 58 a 37 milioni di barili al giorno negli ultimi dieci anni, ha osservato. Solo in Russia di 1,5 milioni di barili al giorno. «Si tratta di un calo del 15% che dovrà essere compensato da investimenti per almeno dieci mila miliardi di rubli. Prevediamo che si espanderà anche la cooperazione in materia di investimenti tra i Paesi membri dell'alleanza e il nostro Paese», ha detto Sechin, come riportato da Reuters.
Le dichiarazioni di Sechin arrivano in un contesto di forte tensione. L’Iran il 6 giugno ha infatti lanciato diversi droni verso l’area dello Stretto. Le forze statunitensi ne hanno abbattuti almeno quattro. A quanto pare i droni erano diretti contro navi mercantili in transito. Successivamente, le forze statunitensi hanno colpito siti radar a Goruk e sull’isola di Qeshm, sostenendo che l’azione è stata intrapresa per prevenire ulteriori attacchi.
Questo dopo che Teheran ha annunciato l’intenzione di introdurre una tassa di transito per le navi che attraversano lo Stretto, una misura senza precedenti che rappresenta un ulteriore segnale di irrigidimento della posizione iraniana nei colloqui di pace.
Un quadro che si inserisce in una fase già complessa per i mercati energetici, caratterizzata da una volatilità elevata dei prezzi e dal rischio in aumento di interruzioni nelle supply chain marittime. Il 6 giugno i prezzi del petrolio tirato il fiato (future sul Brent -2% a 93,09 dollari al barile, ma viene da una corsa di due settimane) dopo che l’Oman ha annunciato che le attività nel porto di Mina al Fahal sono tornate alla normalità: il carico del greggio era stato sospeso in seguito a un’esplosione.
Tuttavia, le speranze di un accordo di pace tra Stati Uniti e Iran sono venute meno dopo che Hezbollah ha respinto il cessate il fuoco tra Israele e Libano, definendo l’accordo mediato dagli Stati Uniti «assurdo, umiliante e offensivo». Usa e Israele hanno lanciato un’operazione congiunta contro l’Iran alla fine di febbraio, conflitto che da allora si è esteso ad altre aree, incluso il Libano, dove l’esercito il 6 giugno ha dichiarato che diversi soldati sono rimasti uccisi in un attacco israeliano contro un veicolo nel sud del Paese.
Mentre missili iraniani nei giorni scorsi hanno colpito il Kuwait e il Bahrein e quelli statunitensi l’isola iraniana di Qeshm vicino allo Stretto di Hormuz che resta di fatto quasi chiuso. Uno studio della Fed di Boston, pubblicato il 5 giugno, ha analizzato l’attuale vulnerabilità dell’economia statunitense agli shock petroliferi: con un +33% dei prezzi del greggio, l’inflazione Pce Usa è destinata ad aumentare di 1,5 punti percentuali.
E Goldman Sachs ha avvertito che la domanda globale di petrolio è diminuita più del previsto, comportando rischi in entrambe le direzioni per le sue previsioni sui prezzi del greggio Brent e del Wti per il quarto trimestre del 2026, rispettivamente, a 90 dollari al barile e 83 dollari al barile.
La banca d’affari americana ha stimato una contrazione della domanda globale di petrolio compresa tra 4 e 5 milioni di barili al giorno ad aprile perché la chiusura dello Stretto di Hormuz alle petroliere ha ridotto la domanda globale dal 4% al 5%. Sebbene il calo della domanda comporti rischi al ribasso per i prezzi del petrolio, Goldman Sachs ha osservato che esistono significativi rischi al rialzo se lo Stretto rimane chiuso e le forniture globali subiscono un ulteriore crollo.
In uno scenario di ulteriore escalation in Medio Oriente, il petrolio potrebbe rapidamente tornare sopra la soglia dei 100 dollari al barile, con effetti immediati su inflazione, costi energetici e stabilità macroeconomica globale. «Lo Stretto di Hormuz resta il punto più delicato, perché da lì passa una quota enorme del petrolio mondiale. Se le tensioni dovessero riaccendersi, il petrolio potrebbe tornare rapidamente sopra i 100 dollari, aumentando il rischio di uno scenario in cui inflazione e pressione sui consumatori diventano molto più difficili da gestire», ha sottolineato il team di gestione di Pharus. (riproduzione riservata)