Stiglitz: La bolla AI scoppierà
Stiglitz: La bolla AI scoppierà
Le valutazioni dell’intelligenza artificiale presuppongono guadagni enormi e duraturi ma la concorrenza ridurrà i margini, avverte l’economista Stigliz. Che vede Xi molto più forte di Trump

di di Andrea Cabrini 16/05/2026 09:00

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«Trump non ha le carte, Xi sì. È iniziata una nuova fase storica; lo shock geopolitico arriva dagli Usa, non dalla Cina. E Draghi ha ragione: l’Europa deve imparare a fare da sola. L’Italia è un puzzle bello e complicato, pieno di eccellenze che non riesce a trasformare in crescita». Il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz, 83 anni, in questa intervista concessa a ClassCNBC durante Linkontro di NielsenIQ riflette sugli scenari dopo lo storico incontro Xi-Trump a Pechino di questa settimana ma anche sul futuro di mercati e tecnologia. «Sull’AI i mercati sono miopi; vedo una bolla pronta a scoppiare. Avrà impatti sociali prima che finanziari. Se lasciamo che l’AI rubi attenzione e ricavi ai media, l’informazione vera collasserà portandosi dietro l’economia».

Domanda. Professor Stiglitz, partiamo da Pechino. Chi è più forte dopo il summit?

Risposta. Xi Jinping, che ha lanciato i due messaggi politici più chiari. Il primo riguarda Taiwan: la Cina considera la questione centrale e non accetterà provocazioni. Gli Stati Uniti hanno aumentato le forniture militari all’isola e Pechino lo considera un segnale ostile. Il secondo messaggio è economico: le guerre commerciali fanno male a tutti. Trump ama i dazi, lo dice apertamente, ma i dazi sono il preludio di una guerra commerciale. E nella prima guerra commerciale con la Cina gli Stati Uniti hanno dovuto fare marcia indietro.

D. Quindi anche questa volta Trump ha fatto Taco (Trump Always Chickens Out), come dicono i mercati?

R. Penso di sì. Trump ama la teatralità, ama il simbolismo del potere. Vuole la grande Ballroom a Washington, come fosse l’Arc de Triomphe americano. Xi Jinping lo sa benissimo e ha giocato anche su questo terreno. Ma quando si passa dalla scena alla sostanza emerge una differenza enorme: Xi parla di equilibrio geopolitico globale, Trump è arrivato chiedendo più acquisti di soia americana. Con tutto il rispetto per la soia, non sono sullo stesso piano.

D. E, usando il linguaggio di Trump, chi ha le carte migliori per il futuro?

R. Xi Jinping. È lui che ha le carte migliori.


D. Perché?

R. Perché controlla le materie prime strategiche: terre rare e minerali critici, componenti indispensabili per tutta l’industria tecnologica e automobilistica. La Cina domina l’80-95% delle filiere fondamentali. Senza quei materiali non produci auto elettriche, semiconduttori, magneti avanzati, componenti industriali. Prima di entrare in un conflitto commerciale o geopolitico bisognerebbe chiedersi quali leve possiede l’altra parte. Trump non lo ha fatto. Ha portato a casa promesse di apertura del mercato alle sue aziende, ma vaghe e non impegnative.

D. Oltre i sorrisi e le strette di mano resta lo scoglio di Taiwan. Qui nessuno si è tirato indietro.

R. Sì e credo che Xi non abbia alcuna intenzione di fare concessioni significative. In realtà penso che Pechino stia osservando con una certa soddisfazione il caos strategico in cui Trump si è infilato tra Iran e Stretto di Hormuz.

D. Gli Stati Uniti hanno sottovalutato le conseguenze della guerra all’Iran?

R. Assolutamente sì. L’Iran controlla un passaggio strategico da cui transita un quinto del petrolio mondiale. Ma oggi non passa solo energia: transitano fertilizzanti, alluminio, elio e molte altre materie essenziali. Il mondo del 2026 è molto più interdipendente rispetto agli anni ‘70.

D. Eppure il prezzo del petrolio non è esploso come molti temevano.

R. Perché il mercato non ha ancora incorporato completamente la portata dei danni. All’inizio Trump continuava a dire che il conflitto sarebbe durato poche settimane. Ora siamo a mesi di guerra e le infrastrutture energetiche del Medio Oriente hanno già subito danni pesantissimi. Alcuni esperti mi dicono che ci vorranno anni per ripristinare gli impianti.

D. Quindi che cosa succederà alla economia globale nei prossimi mesi?

R. La crescita mondiale rallenterà sensibilmente. Negli Stati Uniti l’inflazione sta tornando a salire. I dati recenti mostrano che l’aumento dei prezzi non riguarda più soltanto energia e materie prime ma si sta diffondendo nell’economia reale. E quando l’inflazione sale le banche centrali aumentano i tassi frenando inevitabilmente la crescita.

D. Lo si diceva anche per l’effetto dei dazi. Ma l’economia americana è ancora forte e, anzi, sembra inarrestabile.

R. Sì, ma in larga parte grazie all’intelligenza artificiale e agli investimenti nei data center. Oggi circa un terzo della crescita americana è legato direttamente a quel settore. Non è una crescita equilibrata. Ed è anche per questo che continuo a parlare di bolla.


D. Si spieghi meglio.

R. Le valutazioni attuali presuppongono profitti enormi e permanenti. Ma questo settore sarà inevitabilmente investito dalla concorrenza. E la concorrenza riduce i margini. È la regola fondamentale dell’economia.

D. Eppure il mercato è ai massimi e considera le aziende tech come i campioni di una nuova rivoluzione industriale appena iniziata.

R. L’intelligenza artificiale avrà certamente effetti profondi e duraturi, ma molte delle aspettative finanziarie sono probabilmente irrealistiche. Gli indici danno una visione distorta. Il rialzo è molto concentrato su pochi nomi, mentre il resto non va particolarmente bene. I mercati sono quasi sempre un po’ miopi; guardano all’oggi e non si chiedono come sarà il mondo futuro. Lo abbiamo già visto in occasione della bolla internet di fine anni ‘90: grandi trasformazioni tecnologiche possono convivere con enormi distruzioni di valore per gli investitori.

D. La storia non si ripete mai allo stesso modo. Che cosa la fa pensare che accadrà di nuovo?

R. La velocità con cui nuovi concorrenti stanno recuperando terreno. Anthropic ha raggiunto rapidamente OpenAI. DeepSeek in Cina ha sviluppato modelli competitivi con una frazione delle risorse. E nei Paesi emergenti sta crescendo molto perché costa meno ed è open source. Questo significa che i margini si ridurranno rapidamente.

D. Ma intanto la produttività sta accelerando. Lo si vede anche a livello aziendale in una stagione di trimestrali migliori delle attese.

R. In alcune imprese sì. Ma non vediamo ancora un miglioramento significativo nella produttività aggregata dell’economia. Inoltre c’è un altro rischio enorme: la destabilizzazione del mercato del lavoro.


D. Cioè?

R. Se l’AI sostituisce lavoratori più rapidamente di quanto le economie siano capaci di creare nuovi posti, il risultato sarà una crisi sociale e macroeconomica. Non si può avere un sistema economico sano se una parte crescente della popolazione perde reddito e sicurezza. L’AI comporta rischi enormi se non governata correttamente.


D. A che cosa pensa?

R. Al sistema dell’informazione, che è a rischio. L’AI oggi si alimenta dei contenuti prodotti da giornali, editori, televisioni, media professionali. Sta utilizzando quell’informazione senza costruire un modello sostenibile di remunerazione. Ma se togli attenzione e ricavi a chi produce informazione di qualità, distruggi l’intero ecosistema informativo. Questo può avere effetti enormi non solo sulla democrazia ma persino sulla produttività economica complessiva. Una società male informata prende decisioni peggiori.

D. Su questo non potremmo essere più d’accordo, ma che cosa propone di fare?

R. Faccio parte della International Association for Safe and Ethical AI, insieme con premi Nobel che hanno creato l’intelligenza artificiale. La visione di alcuni di loro è che i pericoli della nuova tecnologia siano confrontabili a quelli della bomba atomica. Quindi sono molto favorevole a una regolamentazione forte per indirizzare l’AI nella direzione giusta. Bisogna muoversi presto creando salvaguardie e guardrail.

D. Veniamo all’Europa. Nel discorso ad Aquisgrana Mario Draghi ha detto che per la prima volta in Europa siamo «insieme, da soli» e che l’unica risposta al nuovo quadro internazionale è una scossa verso una maggiore unione interna. È d’accordo?

R. Molto più di quanto lui stesso abbia detto. Anche perché oggi l’Europa è probabilmente l’unico luogo al mondo dove democrazia, diritti civili e libertà fondamentali stanno ancora reggendo davvero.

D. L’Europa che cosa dovrebbe fare in concreto?

R. Capire che non può più dipendere dagli Stati Uniti. Né per la difesa né per la tecnologia né per l’energia. Trump potrebbe interrompere il sostegno americano in qualsiasi momento. Per questo Draghi ha ragione quando parla di politica industriale europea e autonomia strategica.

D. E il rapporto con la Cina?

R. È molto complesso. La Cina oggi produce innovazione a costi inferiori e ha un enorme surplus industriale. Tagliarsi fuori completamente significherebbe perdere competitività. Ma allo stesso tempo l’Europa deve ricostruire una propria capacità industriale.

D. Le piace l’Italia? Come vede il Paese in questo quadro?

R. Amo tutto dell’Italia, dal cibo alla caffettiera che tengo in casa. Ma l’Italia è un puzzle affascinante.


D. In che senso?

R. Perché ci sono aree del Paese e aziende straordinariamente dinamiche. Imprese innovative, efficienti, competitive a livello globale. In molti settori il made in Italy continua a essere fortissimo: moda, design, alimentare, manifattura di qualità. Ma non si vede nei numeri della crescita. Ed è questa la contraddizione italiana. Quando guardo le statistiche aggregate sulla produttività degli ultimi vent’anni non vedo riflessa tutta l’eccellenza che invece emerge osservando le singole imprese. L’Italia riesce a produrre casi straordinari di successo ma fatica ancora a trasformarli in crescita strutturale dell’intero sistema economico. È questa la vostra sfida. (riproduzione riservata)