«Amo l’inflazione». Lo ha detto il presidente Donald Trump commentando il dato di maggio, con il carovita americano salito al 4,2%, spinto dallo shock energetico. La amano però un po’ meno i mercati in generale, il comparto dell’auto in particolare e Stellantis nello specifico.
Dopo aver perso oltre il 4% a Piazza Affari mercoledì 10 giugno, il titolo del gruppo guidato da Antonio Filosa ha lasciato sul terreno il 6,7% a Wall Street e la mattina successiva ha nuovamente aperto tra i peggiori del Ftse Mib, cedendo un altro 1,5% a 5,65 euro. L’azione ha poi chiuso gli scambi giovedì 11 in lieve recupero (+0,3% a 5,79 euro) ma durante la seduta è finita a ridosso dei minimi storici toccati a marzo, quando era scesa fino a quota 5,5 euro.
L’inflazione americana, che significa minore potere d’acquisto per clienti e potenzialmente meno auto vendute, rappresenta soltanto l’ultimo tassello di un newsflow che continua a penalizzare il costruttore nato dalla fusione tra Fca e Psa. A preoccupare gli investitori sono soprattutto i tempi del rilancio operativo negli Stati Uniti, la pressione sui margini e una serie di problemi che continuano ad alimentare la prudenza degli analisti.
Un’altra tegola è l’ultimo maxi richiamo appena annunciato negli Usa. Stellantis ha comunicato alle autorità federali la necessità di richiamare oltre 1,3 milioni di Jeep Wrangler e Gladiator prodotte tra il 2021 e il 2025 per un difetto nel cablaggio della pompa del servosterzo idraulico che potrebbe provocare incendi anche a veicolo spento. Il gruppo ha riconosciuto almeno 72 episodi potenzialmente collegati al problema e, aspetto che ha ulteriormente innervosito il mercato, non dispone ancora di una soluzione definitiva, attesa entro luglio. Nel frattempo ai clienti è stato raccomandato di parcheggiare i veicoli all’aperto e lontano da edifici.
A peggiorare il sentiment è intervenuta anche Citigroup, che il 9 giugno ha ridotto il target price sul titolo da 7,5 a 7,2 euro, confermando il giudizio neutral. Gli analisti della banca americana ritengono che il piano di rilancio illustrato durante il Capital Markets Day sia credibile sul fronte dei prodotti e dei volumi, ma ancora insufficiente per convincere il mercato sulla capacità del gruppo di recuperare redditività.
Secondo Citi, Stellantis continua infatti a fare troppo affidamento sulla crescita delle vendite e sui nuovi modelli, mentre mancano dettagli convincenti sulle misure di riduzione dei costi, sui miglioramenti operativi e sulle eventuali riduzioni di capacità produttiva. La banca ha quindi rivisto al ribasso le stime sui margini operativi e sugli utili dei prossimi anni.
A deludere sono stati anche i dati commerciali americani di maggio. Le vendite sono cresciute del 5,8% a circa 112 mila unità, ma la quota di mercato è scesa al 7,5%, il livello più basso dall’agosto 2025. Citi evidenzia inoltre che Stellantis ha dovuto aumentare gli incentivi medi negli Stati Uniti fino a 4.724 dollari per sostenere la domanda, con inevitabili ripercussioni sulla redditività, mentre le scorte restano superiori a quelle dei principali concorrenti.
Il giudizio degli analisti sintetizza il problema che il mercato continua a vedere nel gruppo: il turnaround esiste sulla carta, ma procede più lentamente del previsto. Gli investitori attendono risultati concreti prima di tornare a scommettere sul titolo.
In questo contesto iniziano a emergere diverse riflessioni tra alcuni operatori di mercato. Con Stellantis che capitalizza ormai poco più di 16 miliardi di euro e tratta vicino ai minimi storici, c’è chi si domanda se non sia arrivato il momento per gli azionisti di riferimento di inviare un segnale più forte al mercato attraverso acquisti di azioni. Secondo queste fonti, un rastrellamento di un pacchetto di azioni per qualche decina o un centinaio di milioni di euro contribuirebbe a rafforzare la fiducia degli investitori in una fase particolarmente delicata per il gruppo. I soci che di fatto controllano Stellantis sono Exor (famiglia Agnelli-Elkann), con il 15,5% del capitale e il 23,8% dei voti, Établissements Peugeot Frères (famiglia Peugeot), con il 7,7% del capitale e l’11,9% dei voti, e Bpifrance (Stato francese) con 6,6% del capitale e il 10,2% dei voti.
Gli ultimi documenti depositati presso la Securities and Exchange Commission mostrano invece che il presidente John Elkann e l’ad Filosa hanno comunicato la vendita di una parte delle azioni ricevute attraverso i piani di incentivazione del management. Elkann ha notificato la possibile cessione di 20.449 azioni per un controvalore di circa 159 mila dollari, mentre Filosa ha indicato la vendita di 14.109 azioni per circa 110 mila dollari. In totale le operazioni riguardano 34.558 azioni per circa 268 mila dollari.
Si tratta di importi modesti e soprattutto di titoli assegnati nell'ambito dei piani di remunerazione in equity. I documenti mostrano inoltre che entrambi i manager hanno mantenuto una quota significativa delle azioni ricevute e che nei tre mesi precedenti non risultano altre vendite. Per il mercato non rappresentano quindi un segnale di disimpegno nei confronti della società.
Resta però il fatto che, mentre il management è impegnato a dimostrare la validità del piano di rilancio, la borsa continua a chiedere prove concrete. E secondo gli analisti, finché non arriveranno miglioramenti tangibili nelle quote di mercato americane, nei margini e nella generazione di cassa, il titolo Stellantis rischia di restare intrappolato in una spirale di sfiducia che lo mantiene pericolosamente vicino ai minimi storici. (riproduzione riservata)