La Fiom fa sentire la sua voce sul futuro degli stabilimenti italiani di Stellantis e sulle indiscrezioni relative a possibili cessioni o partnership con gruppi cinesi come Byd, Dongfeng o Xiaomi. Durante l’assemblea nazionale del sindacato dei metalmeccanici della Cgil in corso a Bari, il segretario generale della Fiom Michele De Palma ha chiesto un intervento diretto del governo per difendere la capacità industriale italiana dell’automotive, criticando duramente l’assenza di una strategia nazionale.
Il segretario della Fiom ha raccontato la visita effettuata negli impianti di Byd, sottolineando la differenza tra il modello industriale cinese e quello europeo, con il primo che ha integrato produzione di software, batterie e componentistica strategica. De Palma ha ricordato che oggi il valore di un’auto si concentra soprattutto su batterie e chip e ha citato indirettamente le posizioni espresse anni fa da Sergio Marchionne sull’impossibilità di produrre utilitarie elettriche profittevoli. «Era lo stesso periodo in cui Byd passava dalle batterie alle auto», ha osservato, ricordando che il gruppo cinese ha lanciato il primo modello nel 2008 e che oggi la Cina produce circa 30 milioni di vetture l’anno.
Per il leader sindacale l’Europa rischia di sbagliare approccio se pensa di rispondere alla competizione asiatica costruendo «una muraglia». Secondo De Palma, il problema dell’industria europea è innanzitutto interno e riguarda la perdita di capacità industriale e tecnologica.
Da qui l’attacco diretto al governo e alla premier Giorgia Meloni. «La Presidente del Consiglio non può leggere sui giornali che un giorno uno stabilimento lo prende Dongfeng, un altro Xiaomi e un altro ancora Byd», ha dichiarato. «Quelle fabbriche oggi in mano a Stellantis sono i gioielli del Paese, non sono solo impianti produttivi ma parte della storia industriale e democratica italiana».
De Palma ha quindi criticato anche John Elkann, sostenendo che «la capacità produttiva dell’automotive italiano non è di John Elkann ma delle lavoratrici e dei lavoratori». Secondo il segretario Fiom, lo Stato italiano avrebbe investito per decenni ingenti risorse pubbliche nel settore automobilistico e non può ora limitarsi ad assistere passivamente a eventuali operazioni industriali.
Pur dicendosi non contrario agli investimenti cinesi in Italia, De Palma ha posto condizioni precise: tutela dell’occupazione, trasferimento di know-how e rispetto dei diritti sindacali e democratici. «Chi viene in Italia non può pensare di trasformarci in una fabbrica cacciavite», ha affermato. Il numero uno della Fiom ha inoltre richiamato il modello delle joint venture imposte dalla Cina ai costruttori occidentali nei decenni passati. «Quando Volkswagen andò in Cina dovette creare occupazione, condividere know-how e fare joint venture. Anche così Pechino ha costruito il proprio sorpasso industriale», ha spiegato.
Secondo De Palma, l’Italia dovrebbe oggi adottare la stessa impostazione negoziale con i nuovi investitori stranieri, evitando di presentarsi «con il cappello in mano». E questo «non vale solo per i cinesi, ma anche per tutte le multinazionali», ha concluso. (riproduzione riservata)