Le stablecoin sembravano destinate a una crescita senza fine. Invece, contro le aspettative di molti, nell’ultimo anno la capitalizzazione del mercato è rimasta attorno ai 300 miliardi di dollari. Il dato è finito a inizio novembre sotto questa soglia, a 295 miliardi. Tether pesa per 180 miliardi e Circle per 70 miliardi.
La passione per le stablecoin sembra così interrotta, in attesa di capire se tornerà in futuro. Di certo il loro utilizzo è rimasto legato alle operazioni di chi vuole investire nelle cripto (come bitcoin) o di chi vive in Paesi emergenti e vuole proteggersi dall’inflazione. Quanto invece ai pagamenti nella vita di tutti i giorni, l’uso resta vicino a zero.
«Lo strumento sta perdendo slancio», ha detto il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta al Festival dell’Economia. «Nella fase iniziale le stablecoin sono cresciute molto rapidamente. Su questo strumento hanno molto scommesso le autorità statunitensi per accrescere la domanda di dollari. Da più di un anno però non cresce più il loro valore a livello internazionale. Come mai? Perché non servono per l’economia domestica come strumento di pagamento».
Panetta ha evidenziato che «i pagamenti veri e propri fatti con stablecoin sono qualche centesimo di punto percentuale del totale mondiale». Inoltre il governatore di Bankitalia ha ricordato i rischi di liquidità, di corsa al rimborso e i «molti rischi operativi, perché se perdi il codice della stablecoin, hai perso i soldi».
In definitiva, ha osservato, i possessori «prendono rischi per uno strumento non usato per i pagamenti. Le stablecoin non si sono sviluppate in nessun Paese avanzato, neanche negli Stati Uniti».
La Banca dei Regolamenti Internazionali ha sottolineato che «le stablecoin dimostrano in parte il potenziale della tokenizzazione nel favorire pagamenti più rapidi e programmabili, ma le attuali soluzioni non soddisfano i requisiti fondamentali del denaro e minacciano l’integrità finanziaria».
Al momento l’adozione delle stablecoin nei pagamenti aziendali resta contenuta anche negli Usa. La Fed di Cleveland ha fatto un sondaggio tra 148 imprese per verificare se avessero intenzione di utilizzare le stablecoin. «Le risposte sono state in stragrande maggioranza negative: solo otto dei nostri interlocutori hanno detto di avere tali intenzioni», ha rilevato la Fed di Cleveland. «Alla domanda sul motivo per cui non intendessero utilizzare le stablecoin, gli intervistati hanno citato la soddisfazione per i metodi di pagamento esistenti, la scarsa familiarità con la nuova tecnologia e la mancanza di richiesta da parte di clienti e fornitori di fare pagamenti tramite stablecoin».
Alcuni economisti della Banca d’Italia hanno invece condotto un’indagine trasferendo 200 Usdc (la stablecoin di Circle) lungo dieci corridoi che collegano l’Italia con Argentina, Brasile, Sudafrica, Emirati Arabi Uniti e Giappone. È emerso che nei trasferimenti transfrontalieri «le stablecoin non mostrano alcun vantaggio sistematico in termini di costi rispetto ai canali tradizionali», secondo l’analisi, citata nei giorni scorsi dalla presidente Bce Christine Lagarde. «I costi totali, di cui il trasferimento on-chain rappresenta solo una quota marginale, variano dallo 0,30% a quasi il 9% dell’importo trasferito». Anche la velocità di esecuzione è eterogenea e determinata in gran parte dalle infrastrutture di pagamento nazionali.
Quanto alle stablecoin connesse all’euro, oggi pesano per l’1% del totale globale. La percentuale potrebbe salire alla luce di alcuni recenti progetti, come quelli di Qivalis (che raggruppa 37 banche europee tra cui Unicredit e Intesa Sanpaolo) ed Eurbank di Bancomat, che puntano sullo sviluppo della tokenizzazione e sui pagamenti cross-border delle aziende europee. (riproduzione riservata)