Si fatica a credere che a Niscemi non sia arrivato neppure un centesimo dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza destinati al dissesto geologico. Che già erano una miseria: 99 milioni per tutta la Sicilia. Si fatica davvero, perché quanto fosse drammatica la situazione a Niscemi si sapeva da decenni.
Eppure a quanto pare la città in provincia di Caltanissetta, a un tiro di schioppo da Gela, non ha un progetto e quei fondi nessuno li ha chiesti.
E dire che il sindaco Massimiliano Valentino Conti, esponente della Lega che guida una giunta di centrodestra con Fratelli d’Italia, Forza Italia e Noi con l’Italia, non poteva certo ignorare le condizioni critiche in cui versa il territorio di Niscemi.
Non fosse altro perché è un professionista di Gela, ha lavorato per due anni all’assessorato regionale del Territorio e da addirittura dieci è nell’amministrazione comunale: prima assessore all’Urbanistica e poi, dal 2017, sindaco.
Intendiamoci: non è che al Comune di Niscemi non si siano dati da fare per prendere anche loro qualche briciola del Pnrr. Per esempio, 495.310 euro per la «rimozione delle barriere cognitive» in favore dei disabili al Museo Civico.
Oppure 760.809 euro per la sistemazione rotabile di una strada.
Oppure 990 mila euro per l’efficientamento energetico del presidio ospedaliero. Quindi finanziamenti, benedetti, per le scuole, dalle attrezzature agli «animatori digitali».
Ma pure - perché no? - un po’ di soldarelli per i corsi di formazione professionale, che in una Regione come la Sicilia, dove il lavoro si cerca con il lanternino, sono un classico che procura da lavorare a un sacco di formatori. Meno ai formati, ma tant’è.
Si buttano forse via a Niscemi 39 mila euro del Pnrr per formare «operatori del benessere», 38 mila e spicci per «istallatori di impianti elettrici» e altrettanti per insegnare il mestiere a «tecnici dell’acconciatura»? E ci sta, perché è proprio la follia del Pnrr made in Italy a consentirlo.
Anzi, a favorire un incredibile sbriciolamento dei 194 miliardi spettanti all’Italia.
Soldi che si potrebbero usare per un sacco di cose e che invece (solo in parte per fortuna) sono distribuiti a pioggia secondo una metodologia già ampiamente sperimentata con gli ordinari fondi di sviluppo europei.
Di casi come quelli raccontati qualche giorno fa sul quotidiano Il Domani ce ne sono a bizzeffe: dai 300 mila euro per i campi di padel a Vigo di Cadore al progetto «un giro di briscola» per incentivare con 222 mila euro la socializzazione degli anziani nel modenese.
Ma sapete quanti sono i progetti nazionali, regionali, provinciali, comunali e financo municipali finanziati con il Pnrr? Nella banca dati che custodisce l’immensa mole delle informazioni sui finanziamenti e le relative opere previste compaiono 306.346 file. Uno ogni 190 abitanti. Assurdo.
E questo, alla luce del dramma di Niscemi, è proprio il punto. Considerando lo stato del territorio dell’intero Paese, stuprato per decenni da incuria, speculazione e abusivismo, si fa ancora più fatica a credere che una bella fetta di quei 194 miliardi non sia stata destinata a dare finalmente il via a un piano nazionale di manutenzione contro il dissesto idrogeologico degno di tale nome.
Se si digitano le parole «dissesto idrogeologico» nel motore di ricerca di ItaliaDomani, così si chiama il sito web della banca dati pubblica sul Pnrr, vengono fuori quattro voci: 100 milioni per la «digitalizzazione dei parchi nazionali», 357 per la «rinaturazione dell’area del Po», 400 per il «ripristino e la tutela dei fondali e degli habitat marini» nonché 210 per «tutela e valorizzazione del verde urbano ed extraurbano».
Tutti interventi necessari e decisivi, si può stare sicuri. Ma che fine ha fatto quei 1.287 milioni inizialmente previsti per il dissesto idrogeologico? Semplice: i soldi sono stati stralciati nel 2023 dal governo di Giorgia Meloni quando il responsabile del Pnrr era l’allora ministro Raffaele Fitto, ora commissario europeo. Il quale alle critiche piovute da ogni parte ha replicato che si trattava di interventi vecchi, risalenti ad anni dal 2010 al 2016 e «non ammissibili». Al contrario, immaginiamo, dei campi di padel o del percorso fitness nella pineta comunale di Castelpagano, in provincia di Benevento.
Dunque chi cerca spiegazioni alla curiosa circostanza che il Pnrr non sembra aver dato alla crescita economica la spinta prevista dovrebbe porre l’attenzione sulla scelta di usare buona parte dei fondi per un pulviscolo di progetti locali, molti dei quali discutibili.
Mentre altre missioni, quelle sì fondamentali, hanno sofferto non poco. Prendiamo per esempio gli asili nido, uno dei punti deboli di un Paese come l’Italia in grave crisi demografica.
La Fondazione Agnelli, che ha curato una specifica ricerca, spiega che con le varie revisioni del Pnrr i fondi si sono ridotti da 4,6 a 3,8 miliardi e il numero dei posti da creare con i fondi europei è sceso da 264.000 a 150.480.
Ma con il dettaglio che, di questi, ben 35 mila sono posti frutto di demolizioni e ricostruzioni, quindi già esistenti. Non bastasse, al 14 ottobre 2025 appena il 13% dei progetti risultava concluso, e al Nord lo stato dell’arte era decisamente più avanzato che al Sud, dove il 90% dei finanziamenti riguardava progetti ancora in esecuzione. Nel Lazio solo il 6% dei fondi era assegnato a progetti completati.
Quanto agli studentati, altro grave problema per l’istruzione universitaria, con la revisione di novembre 2025 il target si è dimezzato da 60 a 30 mila posti.
Va detto che ci sono anche missioni per le quali la spesa va alla grande. I fondi per l’ecobonus sono praticamente già finiti in anticipo ed è una delle voci più consistenti del piano: quasi 14 miliardi.
I fondi, secondo un censimento reso noto dal ministero dell’Ambiente, sono stati destinati per 13,7 miliardi a qualcosa come 60.755 interventi di ristrutturazione, 46.922 dei quali per abitazioni unifamiliari, per 6,5 miliardi. Hanno assorbito invece 7,2 miliardi 13.833 condomini. Ai proprietari di immobili nella sola Lombardia è arrivato poco meno di 3 miliardi. (riproduzione riservata)