Il 2026 può diventare un anno di svolta per il debito pubblico italiano. Il 4 febbraio scorso lo spread tra Btp e Bund a due anni si è ridotto a soli sei punti e non è detto che la distanza non diminuisca ancora, rendendo possibile uno storico traguardo nei confronti della Germania a cui punta anche la Spagna.
Lo spread tra Btp e Bund decennali è poi ormai stabile in zona 60 punti, la metà dai 120 di aprile 2025. I mercati e le agenzie di rating premiamo così il rigore sui conti pubblici del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la stabilità di governo.
Ma che dividendo concreto si può staccare da questi successi in termini di riduzione degli interessi sul debito, che ancora oggi rappresentano una montagna inscalfibile di 70 miliardi di euro all’anno?
La prima strada è di staccare una riduzione dal calo dello spread. Si calcola che una riduzione costante di 100 punti base negli anni (cosa che è avvenuta ampiamente negli ultimi tre anni) garantirà allo Stato italiano di risparmiare il primo anno 2,5 miliardi di euro, per diventare 5 il secondo e via così fino ad una quindicina di miliardi nel periodo triennale. Si tratta di un tesoro che se non riversato di nuovo nella spesa pubblica in qualche tornata di bilancio – magari la prossima, in cui il governo Meloni si gioca tutto prima delle elezioni politiche –rappresenterà un vero dividendo e un riconoscimento a tutto il Paese dopo anni molto difficili.
C'è anche un secondo aspetto che può essere analizzato per migliorare la situazione debitoria di un emittente che ogni anno mette sul tavolo per i propri creditori la bellezza di 350 miliardi di euro di titoli governativi. Si tratta di migliorare il delicato sistema di aste pubbliche per gli investitori istituzionali. Il tema è tecnico ma può avere ricadute politiche e finanziarie.
Il sistema di collocamento dei titoli di Stato italiani affonda le proprie radici nella celebre lettera del 12 febbraio 1981, universalmente ricordata come l’atto fondativo del divorzio tra Tesoro e Banca Centrale. Con quella comunicazione il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta sollevò la Banca d’Italia, allora guidata da Carlo Azeglio Ciampi, dall’obbligo di intervenire nelle aste dei titoli pubblici non integralmente collocate.
Come ha notato Antonio Maria Rinaldi, con il divorzio Tesoro-Bankitalia non si svincolò solo quest'ultima dall’acquistare i quantitativi di titoli pubblici non comprati dal mercato. Insieme alla fine dell’obbligo di sottoscrizione dei residui, venne introdotto un nuovo meccanismo d’asta per gli istituzionali: l’asta a prezzo marginale, che ha inciso direttamente sul modo in cui si forma il rendimento sul mercato primario. È qui che una questione apparentemente tecnica diventa una scelta istituzionale con effetti macroeconomici.
Nel sistema a prezzo marginale, tutti i titoli aggiudicati vengono collocati al medesimo rendimento. Si tratta di un meccanismo perfettamente oliato dagli uomini e dalle donne che lavorano al Mef, abituati ad affrontare situazioni difficili, a volte quasi drammatiche, come accaduto nel 2011 con lo spread arrivato a quasi 600 punti base.
Alcuni osservatori sostengono che si potrebbero rendere più competitive le aste di Btp per gli istituzionali seguendo l’esempio di altri Paesi europei. In Germania, una speciale agenzia del debito attiva una sorta di backstop sugli interessi mettendo da parte una quota della emissione di Bund vendute sul mercato primario da riversare sul mercato secondario nel caso avvengano situazioni critiche durante l’aggiudicazione che possano creare dell'inoptato.
In Francia il collocamento avviene con modalità che, nella sostanza, eliminano l’incentivo tipico dell’asta marginale perché ciascun intermediario paga il prezzo offerto. Anche la Spagna mantiene strumenti e flessibilità nella conduzione del collocamento tali da contenere l’overshooting dei rendimenti nelle fasi di tensione.
Può l’Italia, soprattutto in questo momento di discesa dello spread, mutuare qualcosa da questi esempi per ridurre gli interessi? La risposta non è immediata ma vista la grande capacità dei nostri gestori del debito di modulare con maestria le varie aste, non è da escludere che esse possano migliorare in futuro per scalfire quella famosa montagna di interessi.
Intanto ci si deve attendere una gestione oculata dei 15 miliardi di tesoro quasi acquisito dalla discesa dello spread, perché questo significa 15 miliardi in più per scuola, ospedali e assistenza e 15 miliardi in meno di nuove emissioni di debito. Non male.
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