Ecco la tesi dell’ex numero uno del Coni Giovanni Malagò: «È molto importante che la politica si occupi di sport ma questo non significa che debba occupare lo sport». Parole vane tuttavia in un Paese dove le due cose coincidono da sempre. Prendiamo la federazione sportiva più potente: la Federcalcio. Da quando esiste con l’attuale denominazione (1910) i politici hanno fatto a gara per conquistare la poltrona di presidente.
Durante il fascismo l’aveva occupata perfino il sottosegretario all’Interno Leandro Arpinati, gerarca conterraneo di Benito Mussolini e pezzo da 90 del regime. E perché fosse chiaro che il fascismo le mani sullo sport ce le aveva eccome, Arpinati fu allo stesso tempo a capo delle federazioni atletica leggera e nuoto nonché presidente del Coni.
Dopo il fascismo si è passati al pluralismo democratico, con qualche variazione sul tema: nel senso che la presidenza della Federcalcio per qualcuno ha rappresentato un trampolino per la politica. Franco Carraro, per fare un esempio, è passato prima dalla Federcalcio e poi dalla presidenza del Coni per planare sul Campidoglio come sindaco di Roma. E quindi, anni dopo, senatore di Forza Italia.
Dopo le dimissioni del presidente Gabriele Gravina, che ha pagato così la terza mancata qualificazione consecutiva della nazionale ai Mondiali, Malagò è candidato a subentrargli e se la deve vedere con Giancarlo Abete. Fratello di Luigi, ex presidente della Confindustria e della Bnl, è nel sistema del calcio da quasi vent’anni: presidente della Federcalcio dal 2007 al 2014, poi commissario della Lega Serie A, quindi della Lega Dilettanti, di cui dal 2022 è presidente.
Ma prima di questa sua seconda vita pubblica è stato per tre legislature e 13 anni deputato della Democrazia Cristiana. Qualcuno potrà dire che nemmeno Malagò è un marziano, anche se non ha mai fatto politica attiva. Ma il concreto sostegno dato trent’anni fa alla campagna elettorale dell’ex sindaco di Roma Francesco Rutelli fa ridere di fronte al ruolo dei politici che da decenni occupano lo sport.
L’ormai ex capogruppo al Senato di Forza Italia Paolo Barelli, ex nuotatore disarcionato per volontà dei veri proprietari del partito, i figli del primo matrimonio di Silvio Berlusconi, Marina e Piersilvio, è presidente della Federnuoto da un quarto di secolo. Ma già nel 1984 era nel consiglio federale e poi vicepresidente. Al vertice è arrivato nel 2000, l’anno prima di iniziare la carriera parlamentare, e nel 2024 è stato confermato per la settima volta consecutiva. Estromesso dal ruolo parlamentare, verrebbe risarcito con una poltrona governativa da sottosegretario o addirittura viceministro.
Il problema è come questo sarà possibile senza dover cedere la presidenza della Federnuoto, cui a quanto pare Barelli tiene forse più di ogni altra cosa. Se riuscisse nell’impresa, rimetterebbe le lancette dell’orologio indietro di un secolo, quando durante il fascismo era normale che un componente del governo nazionale in carica fosse anche a capo di una federazione sportiva.
L’ingrato compito di sollevare Barelli dal prestigioso incarico di partito è toccato al segretario di Forza Italia e ministro degli Esteri Antonio Tajani. Immaginiamo quanto gli sia costato, e non soltanto per ragioni sportive. Promotore della «Giornata dello sport italiano nel mondo» assieme a Barelli e al ministro Andrea Abodi, Tajani è consuocero del presidente della Federnuoto ed ex capogruppo in Senato del suo partito. Gianpaolo Barelli e Flaminia Tajani, figli di Paolo Barelli e Antonio Tajani, si sono sposati lo scorso anno.
E per restare in ambito sportivo è d’obbligo ricordare che l’altro figlio di Tajani, Filippo, è da un paio d’anni in forza alla Federcalcio. Assunto quando Gravina era presidente, come del resto Marta Giorgetti, la figlia del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Va detto che incroci fra governo e sport in passato sono stati abbondantemente sperimentati. Anche ai livelli apicali dell’esecutivo.
Durante il suo secondo governo Berlusconi è stato anche presidente del Milan, oltre che proprietario del club. E mentre era ministro del Lavoro nel governo di Bettino Craxi Gianni De Michelis ricopriva l’incarico di presidente della Lega Basket, l’associazione privata delle squadre di pallacanestro. Ma nessuno con responsabilità di governo guidava una federazione sportiva. Tutt’al più poteva capitare che si trovasse in questa situazione un sindaco. Nel decennio 2012-2022 il sindaco di Palermo Leoluca Orlando era anche presidente della Federazione Football Americano. Lo è dal lontano 2002 e lo scorso anno è stato riconfermato.
Per la verità in tempi recenti si è iniziato a mettere in dubbio la gerontocrazia ai vertici delle federazioni sportive. Molti sovrani che regnavano da decenni sono stati avvicendati e a queste iniziative l’anagrafe ha dato spesso un contributo fondamentale. Anche se talvolta con risultati che hanno fatto discutere. Nel febbraio 2025 il governo ha commissariato l’Automobile Club d’Italia con il generale Tullio Del Sette facendo decadere il presidente Angelo Sticchi Damiani, che era al vertice dell’Aci dal 2011 ma via aveva ruoli importanti già dal 1975. Uscito di scena dopo mezzo secolo, è stato sostituito alla presidenza da Antonino Geronimo La Russa, figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa.
Sopravvivono tuttavia alcune situazioni che, a giudicare dalla longevità, appaiono di impronta monarchica. La Federazione Pesca Sportiva, per esempio, è guidata da 25 anni da Ugo Claudio Matteoli. Prima di lui per altri 23 anni c’era stato l’ex parlamentare Francesco Colucci, socialista, poi berlusconiano, quindi alfaniano. Correva invece l’anno 2000 – secondo governo di Giuliano Amato - quando Angelo Binaghi venne eletto presidente delle Federazione Tennis.
Nessuno però come Sabatino Aracu e Luciano Rossi. Anche il primo salì sul trono della Federazione Pattinaggio mentre Amato presidiava Palazzo Chigi. Ma era il suo primo governo, gennaio 1993. Aracu non aveva ancora 40 anni e il partito per il quale sarebbe stato deputato per quattro legislature, Forza Italia, non era stato ancora fondato. A gennaio 2025, dopo 32 anni di regno, è stato confermato per la nona volta consecutiva, con la prospettiva di raggiungere un record imbattibile.
Al pari di Aracu, il suo coetaneo Luciano Rossi è stato eletto presidente della Federazione Tiro a Volo nel 1993, ma quando Amato aveva già lasciato il posto a Carlo Azeglio Ciampi. E, come Aracu, anche lui è stato poi deputato di Forza Italia. A coronamento della sua interminabile carriera può vantare anche la nomina a presidente della Federazione Internazionale di Tiro. C’è riuscito al secondo tentativo, nel 2022, sconfiggendo l’oligarca siderurgico russo Vladimir Lisin. Quattro anni prima aveva fallito per soli quattro voti il bersaglio, centrato invece dal putiniano di ferro Lisin. In quella occasione, ha riferito in seguito La Repubblica, Rossi avrebbe ricevuto minacce la sera prima del voto. (riproduzione riservata)