«Non irrigidiamoci sulle percentuali. Il 5% del pil per la spesa militare è una convenzione, l’Italia potrà arrivarci anche in altri modi, mantenendo i suoi impegni Nato».
Giuseppe Cossiga, presidente dell’Aiad, la Federazione delle industrie italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, è nella posizione più favorevole per leggere alcune dichiarazioni del governo andando oltre la prudenza dettata dall’agenda politica. «Ci stiamo avvicinando alle elezioni, trovo normale che si parli più di guerra al caro-energia che di guerra vera e propria», commenta, «Ma questo non toglie nulla all’impegno dell’Italia, che può contare su un’industria della difesa fatta di eccellenze riconosciute, dai colossi come Leonardo ai piccoli fornitori, che vengono chiamate ai tavoli internazionali».
Domanda. Se le bollette vincono sul piano elettorale, come si garantisce l’ impegno sul fronte militare?
R. La creatività italiana troverà la strada. Non siamo la Francia o il Regno Unito, dove il budget della difesa è plasmabile all’occorrenza. Ma siamo pur sempre il Paese che ha messo i forestali nelle Forze armate.
D. Altri Paesi hanno fatto scelte estreme, come riconvertire l’industria civile, soprattutto automotive, su produzioni militari.
R. Vero, ma se pensassimo che Stellantis possa fare la stessa cosa negli stabilimenti di Cassino o Pomigliano saremmo fuori strada. Sono processi da economia di guerra, e non siamo ancora a quel punto. Una forgia può fare 72 ruote di carri armati in una settimana, una fabbrica di automobili nello stesso arco di tempo produce 72mila pezzi. Non siamo più all’haute couture, ma nemmeno possiamo imporci ritmi da fast fashion della difesa.
D. In che tipo di economia siamo allora, di deterrenza?
R. Sì, ma con una precisazione. Deterrenza è anche distruggere la minaccia, mettere fuori uso la fabbrica dove vengono costruiti i missili che possono esserci lanciati contro. Quindi capiamo bene cosa si intende. Non siamo ancora in guerra e speriamo di non andarci mai, ma bisogna iniziare a pensare con una mentalità diversa. Le aziende della difesa sono state abituate ad essere il sarto di lusso di un cliente che chiedeva abiti bellissimi da fare in piccolissimi numeri. In questa nuova prospettiva bisogna invece produrre di più, e più rapidamente.
D. Quale minaccia va maggiormente temuta?
R. Gli attacchi con sciami di droni. Sono letali e a basso costo, quindi più facili da realizzare.
D. Il ceo di Leonardo, Lorenzo Mariani, al salone di Farnborough ha detto che si dovrebbe collaborare con l’Ucraina nell’industria dei droni.
R. Sì, ha detto proprio cosi, «we should collaborate». Non c’è dubbio che l’industria ucraina sia avanzata, messa alla prova dalla guerra con la Russia. Quello dei droni è il settore che evolve più rapidamente. L’idea è andare a vedere cosa fanno a Kiev, dove le tecnologie vengono testate direttamente sul campo. Poi però si tratta anche di adattare questi prodotti alle nostre necessità.
D. Crede nelle alleanze?
R. Sono fondamentali e l’Italia oggi è presente in tutte le principali. Penso al Gcap (Global Combat Air Program), per sviluppare il caccia di sesta generazione: ci sono gli inglesi di Bae Systems, i giapponesi di Mitsubishi, e c’è l’Italia, con Leonardo, Elt Group, Avio Aero e Mbda (messa in luce dalle dichiarazioni di Mariani, ndr). Siamo stati tra i primi Paesi a crederci. Ora anche il Canada si interessa al Gcap ed entrerà nel consorzio come osservatore. L'Europa, con Trump che guarda altrove, può diventare un punto di riferimento.
Francia e Germania, invece, hanno fatto scelte che hanno portato a un fallimento. Mi riferisco alla decisione di interrompere il programma Fcas per il caccia di sesta generazione. La Germania vorrebbe bussare al Gcap, ma sono d'accordo con chi dice che un suo ingresso rallenterebbe il progetto. Prima ci dobbiamo organizzare noi che ci abbiamo sempre creduto, con Regno Unito e Giappone. Dopo potrebbe arrivare il momento delle aziende tedesche, ma non è questo.
D. Qual è lo stato di salute delle aziende italiane della difesa?
R. Stiamo ancora lavorando sulle commesse del vecchio mondo, quello che ho chiamato dell’haute couture. Iniziamo a vedere i nuovi contratti, ci verranno richieste nel tempo consegne in aumento del 150%, ma non abbiamo ancora registrato effetti importanti. (riproduzione riservata)