Spendere di più per la Difesa? Difficile. Ma ci sono strade percorribili. Parla l’ambasciatore Pontecorvo
Spendere di più per la Difesa? Difficile. Ma ci sono strade percorribili. Parla l’ambasciatore Pontecorvo
Il diplomatico suggerisce che Ue e Nato adottino requisiti comuni per i sistemi di Difesa, finanziando lo sviluppo e incentivando i paesi, per un'industria più efficiente e senza duplicazioni

di Adolfo Valente 10/07/2026 02:00

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Si fa presto a dire maggiori acquisti di armi, crescita del settore Difesa, consolidamento del comparto. I primi vanno fatti in modo diverso, la seconda dipende dalle supply chain, il terzo è impossibile, e comunque non necessario. Per l’ambasciatore Stefano Pontecorvo, una vita da diplomatico di lungo corso in paesi musulmani e presso la Nato, fino alla presidenza di Leonardo conclusa solo qualche mese fa, l’enfasi posta sulle commesse europee alla Difesa nell’ultimo vertice Nato di Ankara appare eccessiva. Intervistato su Class CNBC chiarisce i punti deboli della narrativa emersa in Turchia.

Domanda. Ambasciatore Pontecorvo, ci sono 50 miliardi da spendere.

Risposta. E spero facciano in fretta a spenderli. Della sostituzione degli Awacs, tanto per fare un esempio, si parlava nel 2004 quando ero alla Nato. Ma i problemi restano: la corsa al potenziamento dell’industria della Difesa europea in cui si spera ha davanti ostacoli importanti. E il primo riguarda le supply chain: queste aziende sono integratori di sistema. Quando ero a Leonardo avevamo 12 mila supplier, che ci fornivano dalla vite al piccolo radar. Accelerare significa farlo anche nella filiera, in un momento in cui abbiamo perso capacità produttive. Nell’89 la spesa per la Difesa era al 3,9%. Nel 2021 era in media all’1,2%.

D. Per questo si è deciso di investire...

R. Ma raddoppiare la capacità produttiva per imprese di questo tipo significa investimenti per miliardi. E chi garantisce che ci sarà un mercato anche tra 5 o 6 anni? Che quello che fai adesso servirà in futuro?

D. Per investire ci si mette insieme. Si parla tanto di consolidamento del settore.

R. Lo giudico non solo impossibile, ma soprattutto non necessario. È impossibile perché in queste aziende c’è troppa tecnologia sensibile agli investimenti pubblici e privati. E troppa sovranità tecnologica. E poi non è necessario, perché in questo senso funzionano di più gli agglomerati. Il Fcas franco-tedesco-spagnolo è fallito per l’ingordigia della politica e dell’industria d’Oltralpe. Ma il Gcap italiano, inglese e giapponese va benissimo. E lo stesso ha fatto Leonardo con i carri armati: ha diviso al 50 per cento con Rheinmetall quello che attualmente è il più grande programma di procurement europeo: 23 miliardi. Si fa un pezzo ciascuno e funziona. Meglio che con le fusioni.

D. Cosa accelererebbe il settore davvero, allora?

R. L’ideale sarebbe che Ue e Nato decidessero insieme un requisito comune per ciascun sistema di Difesa: carri, aerei, elicotteri, radar. Si finanzia lo sviluppo e si danno incentivi fiscali ai paesi che lo adottano. Nel giro di 15 anni l’industria marcerebbe tranquillamente, lavorando in armonia e senza duplicazioni.

D. E aumentare la spesa italiana fino al 5% è realistico?

R. In realtà non parliamo del 5%, perché comprende altre spese. Il livello vero sarebbe il 3,5%. Ma anche così è parecchio. Siamo all’1,7%. Significa raddoppiare, di fronte a un’opinione pubblica che aspetta otto mesi per fare una Tac. Diciamo che vanno capiti anche questi poveri governanti, sebbene sia vero che l’ostilità va superata. Perché la sicurezza è ormai una priorità, da quando – come lo chiamano i russi - si è svegliato zio Vladimiro. (riproduzione riservata)