Sistema Moda, piano da 4 miliardi per salvare il Made in Italy: a rischio 19 miliardi di ricavi
Sistema Moda, piano da 4 miliardi per salvare il Made in Italy: a rischio 19 miliardi di ricavi
Presentate a Montecitorio le linee guida di Confindustria Moda e Confindustria Accessori Moda. Senza interventi strutturali entro il 2030 è stimata la perdita di 35.000 posti di lavoro. Urso: «Necessario facilitare le aggregazioni»

di Anna Di Rocco 16/04/2026 13:47

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Un piano da 4 miliardi per evitare il declino del secondo settore manifatturiero italiano e trasformarlo in un motore di crescita da qui al 2030. È questa la scommessa di Confindustria Moda e Confindustria Accessori Moda, che alla Camera hanno presentato le linee guida di un Piano strategico nazionale per il Sistema moda, con l’obiettivo di rafforzare una filiera sotto pressione tra crisi globali, caro energia e competizione internazionale.

Il progetto, illustrato alla presenza del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, punta a sostenere un comparto chiave per occupazione ed export, proponendo una politica industriale dedicata in grado di accompagnare la transizione digitale, ambientale e dimensionale delle imprese. «È questo il momento di crescere, consolidando la filiera e, nel contempo, conquistando i nuovi mercati che si aprono con la sottoscrizione degli accordi di libero scambio, dal Mercosur al Messico, dall’India all’Australia».

Il nodo competitività

La fotografia di partenza è critica. Il sistema moda italiano - che comprende tessile, abbigliamento e accessori - ha dimostrato capacità di adattamento, ma resta esposto a un contesto internazionale sempre più competitivo. Il rischio, sottolineato dalle associazioni, è quello di una progressiva erosione della base produttiva, tra delocalizzazioni e perdita di competenze.

Da qui la richiesta di un intervento strutturale, che superi la frammentazione della filiera e favorisca aggregazioni e crescita dimensionale, tema su cui lo stesso Urso ha richiamato il ruolo di strumenti già attivi come Transizione 5.0, contratti di sviluppo e Fondo di garanzia per le Pmi.

Il piano individua sei direttrici di intervento: incentivi a innovazione e investimenti, sviluppo del welfare aziendale, rafforzamento di marketing e internazionalizzazione, transizione digitale e green, maggiore accesso al credito, formazione e riduzione dei costi energetici. L’obiettivo è attivare un effetto leva sull’intera filiera, creando un circolo virtuoso capace di tradursi in maggiore crescita e ritorni fiscali superiori all’investimento iniziale.

A rischio 19 miliardi di ricavi 

A quantificare l’impatto è uno studio della Liuc Business School, che mette a confronto due traiettorie alternative. Senza interventi, il comparto rischia di perdere 19 miliardi di fatturato, 35 mila posti di lavoro e 4.600 imprese entro il 2030, con un impatto negativo di 5 miliardi sul pil e 6,6 miliardi di gettito fiscale.

Con il piano, invece, lo scenario si ribalta: +30 miliardi di fatturato, 57 mila occupati e 6.200 imprese, per un contributo aggiuntivo al pil di 8,7 miliardi e 11,5 miliardi di entrate fiscali. Il rafforzamento della filiera passa anche dalle tre direttrici individuate da Deloitte nell’analisi «Why Italia»: distretti, investimenti e aggregazioni. Un modello che punta a valorizzare la struttura produttiva italiana, fondata su pmi e radicamento territoriale, ma chiamata oggi a fare un salto di scala. (riproduzione riservata)