Siena-Milano-Trieste, così rinasce la Galassia del Nord. Con Mps e Generali pronte per il terzo polo
Siena-Milano-Trieste, così rinasce la Galassia del Nord. Con Mps e Generali pronte per il terzo polo
Dopo la vittoria in assemblea Lovaglio torna alla guida di Mps. Il banchiere vuole spingere sull’integrazione di Mediobanca e sulla strategia. Al vaglio nuove nomine per rilanciare Piazzetta Cuccia e una ripresa degli scenari di risiko. Passando per Banco Bpm

di di Andrea Deugeni e Luca Gualtieri 17/04/2026 21:00

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La roadmap di Mps Luigi Lovaglio l’ha tracciata subito dopo essere stato riconfermato dai soci al vertice della banca senese. «Non vedo l'ora di ricominciare con il passo giusto e di andare nella direzione che abbiamo fissato. Il nostro è un progetto estremamente importante non solo per il sistema finanziario ma credo anche per il Paese». Una frase che sembra già un programma.

Poca retorica ma tappe ben precise, come è nel carattere meticoloso e risoluto del banchiere che mercoledì 15 ha prevalso sulla lista del cda e su Fabrizio Palermo grazie all’appoggio di Delfin, Banco Bpm, BlackRock, Norges Bank e di alcuni piccoli azionisti italiani a partire da Pierluigi Tortora (Plt Holding).

 

La prima mossa d i Lovaglio sarà confermare e mettere a terra il piano industriale. Al momento della presentazione, lo scorso 27 febbraio, la strategia era stata accolta freddamente dal mercato, soprattutto per le incertezze sulle modalità e sui tempi dell’execution, messi in forse dalla conflittualità sulla governance.

L’assemblea però ha completamente cambiato il quadro: il fatto che a Siena resti Lovaglio e non arrivi un nuovo manager per gli investitori è la garanzia che gli obiettivi di 3,7 miliardi di utile netto al 2030, 16 miliardi di monte dividendi in cinque anni e un rote del 18% - uno dei più alti in Europa - verranno raggiunti. Il riflesso di questa fiducia lo si è già visto in borsa, dove le azioni Montepaschi sono balzate dell’11% in tre sedute, mentre quelle della controllata Mediobanca sono salite di quasi il 13%. Lo scarto tra le due performance è riconducibile alla scommessa su una fusione in tempi rapidi della merchant bank nella capogruppo.

L’operazione, che nei piani di Lovaglio dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno, è già stata definita con un concambio di 2,45 azioni Montepaschi per ogni titolo Mediobanca. Dopo il delisting di Piazzetta Cuccia Rocca Salimbeni procederà all’integrazione tra il commercial e il corporate banking spostando sotto Siena la gestione del risparmio retail (l’attuale Mediobanca Premier da combinare con Widiba) e il credito al consumo di Compass. Le attività a maggiore valore aggiunto della merchant, come private e investment banking, verranno invece scorporate e conferite in una nuova società che si chiamerà Mediobanca spa.

Un tassello fondamentale di questo piano sarà il rilancio di Piazzetta Cuccia dopo una fase di forte appannamento caratterizzata da fuoriuscite di banker nei redditizi segmenti Cib e wealth management. Rilancio che, secondo qualcuno, potrebbe passare anche da una riorganizzazione della prima linea, a partire dalla poltrona di Alessandro Melzi d’Eril. Sul mercato gira voce che al suo posto potrebbe arrivare Riccardo Mulone, l’ex Ubs che Lovaglio avrebbe voluto alla guida della merchant al termine dell’opas di settembre.

Il ruolo di Generali e il sistema Paese

Subito dopo l'assemblea Lovaglio evocava «un progetto estremamente importante non solo per il sistema finanziario ma anche per il Paese». Si torna insomma alla roadmap iniziale: sistema Paese significa risparmio, quindi Generali, e terzo polo bancario al servizio della concorrenza, due obiettivi sui quali il banchiere vuole lavorare in sintonia con il governo.

Per il Leone (di cui Mediobanca detiene il 13,2%) la vittoria di Lovaglio significa maggiore indipendenza da soci ingombranti ma anche un legame potenzialmente meno solido con l’azionista di riferimento. Il banchiere ha sempre definito la partecipazione «nice to have», che significa un asset da cui incassare ricchi dividendi ma anche un potenziale partner con cui costruire alleanze nella bancassurance alternative a quella con Axa in scadenza il prossimo anno.
 

Per Lovaglio Generali è anche un jolly da giocare sul tavolo del risiko bancario: la quota potrebbe essere liquidata per finanziare nuove operazioni di m&a, provvista da affiancare al buffer di capitale in eccesso da 3 miliardi previsto dal piano. Se per Rocca Salimbeni l’uscita da Trieste servirebbe per imboccare il nuovo sentiero del consolidamento bancario, per Generali invece significherebbe un aumento della contendibilità. Per questo il ceo Philippe Donnet potrebbe giocare d’anticipo accelerando nell’individuazione di quel cavaliere bianco che rappresenta una delle priorità del suo attuale mandato, ovvero garantire l’indipendenza delle Generali.


I candidati per Trieste sono i soliti due: Intesa Sanpaolo e Unicredit. Con Ca’ de Sass si era già ipotizzata un’alleanza nell’asset management alternativa alla francese Natixis, mentre Piazza Gae Aulenti (che del Leone è azionista sotto il 2% ma con il 6,7% dei diritti di voto attraverso derivati, oltre che partner nell’Est Europa) aveva sondato accordi di vario tipo, senza però mai arrivare alla firma.

La presenza di un forte investitore istituzionale nel capitale del Leone affiancato dal 10% di Delfin rappresenterebbe un ancoraggio nazionale e una forte garanzia di autonomia per il gruppo assicurativo che gestisce 900 miliardi di euro di masse ed è uno dei primary dealer del debito pubblico italiano.

L’appoggio di Banco Bpm (3,9%) alla riscossa nell’assemblea Mps riavvolge il nastro del risiko bancario riportandolo indietro di quasi due anni, quando proprio Piazza Meda con il placet del governo si era candidata alle nozze con il Montepaschi ormai risanato. La partecipazione al collocamento della terza tranche era stata il primo passo di quel progetto, poi interrotto dal blitz di Unicredit su Banco Bpm. Una vicenda ricostruita dal ceo di Piazza Meda Giuseppe Castagna a margine dell’assemblea di giovedì 16.

«Abbiamo ritenuto di votare per chi poteva assicurarci una stabilità a livello relazionale, che è cominciata nel novembre 2024, quando abbiamo prima lanciato l’opa su Anima e poi con l’ingresso nel Monte dei Paschi. Si stava seguendo un percorso che poi è stato interrotto dalle operazioni di Unicredit su di noi e del Monte su Mediobanca. Ci auguriamo di poter riallacciare un filo, soprattutto per quanto riguarda una forte relazione con Anima, di cui Mps è il secondo distributore».

L'intervento del Tesoro e le prospettive future

La nascita del terzo polo piace anche al Tesoro, che è arrivato a usare il golden power per bloccare l’ops ostile di Unicredit e che ora potrebbe favorire una riedizione delle nozze. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha speso parole di soddisfazione per il lavoro svolto da Lovaglio a Siena: «Siamo orgogliosi di aver risanato la banca nell'interesse di tutti i contribuenti italiani», ha dichiarato a margine del meeting Fmi-World Bank, ribadendo la posizione di neutralità assunta dal Tesoro, che nei fatti ha favorito la riconferma di Lovaglio.
Il matrimonio fra Mps e il Banco non è l’unico scenario su cui scommette il mercato.

Anche se nell’assemblea del 15 il voto di Delfin è stato decisivo per decidere il nuovo cda, per la famiglia Del Vecchio Montepaschi rimane un asset non strategico che i litigiosi eredi potrebbero liquidare favorendo così un riassetto delle quote nella cassaforte.

Secondo indiscrezioni circolate già alla fine dello scorso anno, il 17,5% di Delfin in Mps avrebbe trovato un potenziale compratore in Unicredit, banca di riferimento proprio della famiglia Del Vecchio. Mentre Orcel è impegnato sul fronte tedesco di Commerzbank, l’operazione sarebbe uno dei possibili modi per riaprire il risiko bancario anche in Italia entrando a monte della catena societaria che da Siena arriva fino a Trieste, dove Unicredit è già socio forte. (riproduzione riservata)