ORSI & TORI / Siena, la banca e il Palio: grandezza e miseria di una città senza eguali
ORSI & TORI / Siena, la banca e il Palio: grandezza e miseria di una città senza eguali

di di Paolo Panerai 23/10/2026 19:30

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È davvero un giallo bancario da film quanto è successo e quanto è venuto alla luce negli ultimi giorni sul Monte dei Paschi. La vicenda della banca senese si è tinta di nuovo e tragicamente, appunto, di giallo non per la contesa fra Luigi Lovaglio e Intesa Sanpaolo. Anzi, su questo fronte le acque si stanno inevitabilmente chiarendo, vista la forza assoluta di Intesa e della sua idea, mentre Lovaglio resta a piè fermo, con lealtà, impegno assoluto e grande professionalità e rispetto verso Siena e la sua gente, oltre che verso tutti coloro che vivono di Monte o vi hanno investito.

Lovaglio sta combattendo per far ottenere loro il massimo possibile. No, è molto più che tragico ciò che è avvenuto nella vita del Monte alcuni anni fa. Molto altro, che ora getta luce assoluta sul perché la più antica banca del mondo non sia più quella vera, quella che da Siena aveva e faceva la storia del sistema bancario.

Aver vissuto per quasi sette secoli è un vero record, ma oggi si sta per arrivare alla conclusione, dopo che il mio sincero amico Carlo Cimbri ha tempestivamente capito che occorreva correggere il tiro, dopo forse l’avventata dichiarazione secondo cui, a opas conclusa, dalla ragione sociale del Monte dei Paschi sarebbe scomparsa la parola Siena. Quando si chiuderà la più grande opas del mercato italiano e forse europeo, la Banca, fusa con Bper, sarà e si chiamerà sempre Mps, con sede centrale contemporaneamente a Siena e a Modena. Del resto, non si è di fronte a una vicenda di campanilismo, ma al rispetto della storia.

Un giallo davvero inquietante: la morte di David Rossi

Il giallo, ormai, è venuto alla luce: è davvero inquietante, perché molti avevano dimenticato che nel declino del Monte c’è stata una strana morte premonitrice: quella del capo della comunicazione, David Rossi. Da subito c’erano stati dei sospetti, ma il caso fu archiviato come se il tuffo dalla finestra fosse un gesto di disperazione del capo della comunicazione. Si sapeva che in quegli anni difficili per la Banca, al suo interno c’erano più contrasti. Ma, così come al Palio può succedere di tutto, non era mai stato chiarito perché mai David Rossi si sarebbe buttato lui stesso dalla finestra in quel vicolo con la pavimentazione di pietra, come del resto è di pietra anche la pavimentazione di Piazza del Campo, la quale, per il Palio, nel rispetto dei cavalli e dei fantini, viene ricoperta, anzi imbottita, di terra gialla, dura e soffice a un tempo.

Ora una Commissione parlamentare d’inchiesta ha messo in primo piano un personaggio, un giocatore del calcio in costume fiorentino, che avrebbe organizzato un’azione intimidatoria nell’ufficio di Rossi, finita male.

Le nuove indagini verso la verità

Fa un certo effetto, per essere moderati nel giudizio, che nei resoconti degli ultimi giorni sia emerso che l’allora capo di Mps, Giuseppe Mussari, avrebbe chiesto a questo giocatore del calcio in costume a Firenze, di dare una sorta di lezione al capo della comunicazione, il quale, evidentemente comunicava male sul capo o poteva anche fare di peggio. Sta di fatto che David Rossi è volato dalla finestra, facendo le cronache credere a lungo, a tutti, che fosse stato lui a buttarsi per disperazione.

Saranno le nuove indagini e il processo a chiarire la verità. Resta il fatto che sembra ripetersi ciò che è accaduto più volte nella storia millenaria di Siena, dove più di un uomo e più di una donna sono volati dalle finestre o sono comunque finiti ammazzati. È la grandezza e la miseria di Siena. Una città straordinaria, non solo per il Palio, ma per tutto ciò che nel Palio rivive. Ci sono le nerbate che i fantini delle contrade si scambiano per impedire la vittoria della contrada nemica, o per favorire quella amica, magari sfortunata nel sorteggio dei cavalli. E ci sono i cavalli stessi, allevati e accarezzati nella campagna senese, poi frustati o accarezzati in piazza nelle due carriere: quella del 2 luglio, in onore della Madonna di Provenzano, e quella del 16 agosto, in onore della Madonna Assunta.

Siena è unica perché, rivivendo con il Palio ogni anno, almeno due volte, l’epopea di molti secoli fa, ha saputo contemporaneamente fondare, sviluppare e portare al disastro una banca incarnata nella città stessa. Una storia di alti e bassi, spesso per motivi di contrada, ma che un certo giorno vide arrivare un banchiere dai baffetti curati, un volto che sprizza intelligenza, insieme ad alcuni validi collaboratori, a cominciare da Maurizio Bai, l’unico dirigente rimasto indomito nonostante la crisi in cui il Monte era precipitato.

Il futuro di Luigi Lovaglio in Mps

Di film su Siena e il Palio ne sono stati fatti più di uno. Ma per giustizia a una città straordinaria nella sua particolarità, dovrebbe esserci un regista e un produttore che monta un altro film, partendo dall’ultima decadenza iniziata una ventina di anni fa, poi rinata con l’arrivo di Lovaglio, reduce da più incarichi in Unicredito e poi salvatore del Credito Valtellinese, tanto da meritare il titolo di banchiere dell’anno che questo giornale assegna ogni anno.

Una sola domanda fa MF-Milano Finanza, visto che è sicuro che egli non vorrà fare il pensionato nonostante gli anta, quale fortunata banca lo avrà come capo dopo che Carlo Messina e Carlo Cimbri avranno chiuso la Opas? Non sarebbe giusto che un lottatore come lui facesse il presidente proprio di Mps? Lo so: è una provocazione, ma se Intesa e Unipol potranno fare un salto notevole nel mercato bancario, ciò sarà avvenuto perché, onore delle armi, Lovaglio ha fatto rinascere Mps, certo con l’aiuto dello Stato, ma con capacità e fermezza ha riportato la banca alle glorie del passato.

E per fortuna e illuminazione, Cimbri si è convinto a mantenere il nome proprio alla banca più antica del mondo, invece di privarla di Siena dopo l’acquisizione del nome con la fusione di 600 sportelli in Banca Bper, con sede a Modena. La Intesa Sanpaolo di Messina incamererà molto, come molto è la presa di controllo di Mediobanca e di altri 600 sportelli del Monte, ma altrettanto è il vantaggio per Cimbri, che è portatore della socialità delle cooperative per le quali ha creato enorme valore con la formidabile crescita di Unipol, grazie alla fiducia conquistata (guarda caso) in Mediobanca, la quale gli ha passato tutta l’eredità del disastrato gruppo Ligresti.

Mediobanca è sempre il centro del sistema

Come si vede, Mediobanca, in un modo o nell’altro, è sempre al centro del sistema bancario italiano e ora, sotto la regia di Messina, sicuramente recupererà la grandezza (e il potere) dei tempi d’oro del fondatore, il grande (nei due sensi) Enrico Cuccia.

Un percorso bizzarro quello di Mediobanca: da Milano a Siena e il ritorno a Milano. Chissà se questa volta, sicuramente dal Paradiso, Cuccia sorriderà, come invece non sorrise quando seppe che io ero quasi davanti alla porta della sua camera all’ospedale Monzino: Vincenzo Maranghi, protettore del suo capo, come non mi stancherò di scrivere, chiamò Cesare Geronzi per dirgli che ero lì a spiare Cuccia. Ero invece nella stanza accanto per un check-up cardiologico. È sicuro che la serenità di Messina cancellerà a Mediobanca quell’eterno vizio del sospetto. Del resto, anche i grandi uomini devono pur avere qualche difetto, e Cuccia e i suoi allievi sicuramente il difetto del permanente sospetto ce l’avevano, a meno che non si trattasse di aziende o capi di aziende sotto la giurisdizione della mitica banca di via Filodrammatici, a fianco della Scala, che ora, nello slargo a destra, dove c’è l’ingresso della prima banca d’affari italiana, legittimamente si chiama Piazzetta Cuccia.

Un’altra storia toscana, ma fiorentina

C’è un’altra storia, anch’essa toscana, ma fiorentina, che si è consumata e finita con un morto ammazzato. È la storia dei Gucci, il marchio di una dinastia diventata regina della pelle e della pelle che fa moda, sviluppatasi in seguito a un evento altrettanto tragico, appunto con la morte di Maurizio Gucci, l’erede della dinastia, ammazzato da sicari assoldati da sua moglie dopo aver venduto il suo 50% della società.

Dalla tragedia, la Gucci è diventata una delle poche realtà italiane capaci di superare i 10 miliardi di euro di fatturato, con una profittabilità di oltre 3 miliardi. Nel giro di poco più di un ventennio, è emersa come incontrastato campione della moda italiana globale. Un business case ripreso dalle più importanti università del mondo.

Il parallelo con il Monte dei Paschi di Siena è che, nel caso della Gucci, è stato necessario un cambiamento della compagine azionaria, seguito da un intervento di turnaround molto efficace che ha messo completamente in gioco il passato, guardando solo avanti con tre forze propulsive: la determinazione, la competenza (senza la quale non si va da nessuna parte) e la buona sorte, rappresentata da un mercato favorevole. Purtroppo, appunto, entrambe le storie (Mps e Gucci) hanno in comune anche un elemento tragico che è sfociato nella cronaca nera.

La complicità della finanza mondiale

A tutto questo bisogna aggiungere la complicità della finanza mondiale che, nel caso di Gucci, è stata rappresentata da Investcorp di Nemir Kirdar, una delle prime società di Private Equity che aveva già alle spalle una magnifica operazione: l’acquisto di Tiffany e la successiva quotazione in Borsa a New York. Nessun’altra società del settore dei beni di lusso aveva allora avuto il coraggio di acquisire la Gucci ad un prezzo d’occasione. Mentre per conquistare Monte dei Paschi di Siena sarebbero occorsi decine di miliardi, versati dallo Stato per risanarla, e poi i miliardi dell’opas, sia pure in parte in azioni.

La finanza mondiale ha continuato a essere il motore della visibilità e dello sviluppo dell’incredibile storia di Gucci: la totale cessione delle azioni di Maurizio Gucci, la fortunata quotazione in Borsa, la memorabile battaglia tra LVMH e la famiglia Pinault a colpi di offerte incrementali (per raggiungere il controllo di Gucci e quindi quello mondiale dei beni di lusso), l’alternanza di direttori creativi e amministratori delegati, la crescita inarrestabile, per poi arrivare a oggi con una battuta d’arresto che ripropone il tema e la complessità di una nuova forma di turnaround sotto la guida di un validissimo discepolo di Sergio Marchionne, Luca de Meo.

Una storia raccontata dal vivo nel libro La verità sul caso Gucci di Andrea Morante, che cominciò a occuparsi di Gucci quando ancora era un giovane banchiere d’affari della Morgan Stanley. Il libro è in uscita martedì prossimo 27 ottobre. Mentre a determinare la rinascita di Mps, fino ad attrarre l’interesse della maggiore banca italiana, Intesa Sanpaolo, è stato un piccoletto, indomito banchiere con i baffi e un gruppetto di bravi manager, da sempre nel Monte, guidati dal grossetano-senese Bai. (riproduzione riservata)