L’Italia è a un passo dal traguardo del 90% di riempimento degli stoccaggi di gas. A confermare il dato dell’88% è Agostino Scornajenchi, presidente di Andaf, l’associazione nazionale dei direttori amministrativi e finanziari, e ceo di Snam. MF-Milano Finanza lo ha incontrato a Roma, insieme a Paolo Fanti, direttore generale di Andaf, che ha aperto l’8 ottobre il suo congresso, tre giorni dedicati all’energia e al talento, con la partecipazione di circa 500 cfo, chiamati a discutere anche di come sta cambiando il loro ruolo nelle aziende.
Lo stacco tra l’Italia e l’Europa nelle scorte di gas è oggi di ben 15 punti. «La media europea è del 73%, compresa ovviamente la quota italiana, che è ben più alta rispetto a quella di quasi tutti gli altri Paesi. La Germania ad esempio, è ferma al 53%», osserva Scornajenchi. «Non dobbiamo però dimenticare che in un mercato interconnesso, le riserve insufficienti di un Paese possono avere conseguenze su tutti gli altri, comportando possibili ripercussioni sui prezzi».
Quell’88% dell’Italia si traduce in 17 miliardi di metri cubi. «In un Paese che ne consuma 60-65 miliardi all’anno», osserva Scornajenchi, «è un risultato importante, ma gli stoccaggi pieni sono una condizione necessaria, non sufficiente. Non possiamo pensare di andare avanti da soli per due o tre mesi. Nei giorni di maggiore domanda le riserve possono coprire il 30-40% dei consumi (gli scenari in caso di stop delle importazioni, ndr). Il resto deve continuare ad arrivare dai gasdotti e dai rigassificatori».
Il vantaggio italiano nasce dalle decisioni prese già a marzo 2026, nei primi giorni della crisi di Hormuz. «All’inizio si pensava che la situazione si sarebbe conclusa rapidamente», ricorda Scornajenchi, «Poi sono arrivati i bombardamenti a Ras Laffan, che hanno tagliato le forniture dal Qatar, e abbiamo capito che difficilmente la situazione si sarebbe risolta in fretta». Mentre le ultime navi metaniere partite prima della crisi continuavano ad arrivare e la primavera mite aveva ridotto i consumi, Snam si è spinta più in là per non mancare il traguardo invernale. «Grazie a un lavoro di raccordo con il governo (che sta mettendo a punto nuove misure contro il caro-energia) e il regolatore è stato definito un premio di stoccaggio, annullando lo spread negativo estate/inverno e assicurando al Paese altro gas».
Guardando all’Europa, non si può dire lo stesso: molti Paesi, non solo la Germania, sono rimasti indietro e la situazione va monitorata costantemente. «In contesti di grande incertezza come quella attuale, i meccanismi di mercato possono non funzionare. Sono situazioni straordinarie, è vero, ma proprio per questo vanno gestite in modo coordinato e tempestivo». Il ceo di Snam non vede in questo momento problemi di flusso, ma di prezzo. «Il gas costava 25 euro al megawattora prima della crisi, 40 a marzo-aprile e ora è arrivato a 75-80».
La lezione è chiara: «L’energia non va mai data per scontata, è un esercizio di pianificazione: le infrastrutture non si gestiscono su base emergenziale, soprattutto quando costituiscono l’ultima linea di difesa del sistema energetico. Il gas è l’ultima risorsa, dietro di noi non c’è più nessuno», afferma Scornajenchi, che lega questa convinzione a un altro concetto. «Va abbandonata l’idea di spegnere una fonte e accenderne un’altra: più che di transizione, andiamo verso un processo di integrazione energetica». Una responsabilità che il ceo di Snam sente verso le generazioni future. «Abbiamo ereditato un patrimonio straordinario di infrastrutture energetiche. Non è merito solo nostro, ma anche e soprattutto di chi ci ha preceduto. E il nostro compito è quello di lasciare a chi verrà dopo di noi infrastrutture che abbiano le stesse capacità. Abbiamo passato vent’anni a pensare che l’energia fosse una commodity qualunque. In realtà ci siamo un po’ addormentati». Perché, avverte Scornajenchi, «l’accesso all’energia fa la differenza tra un Paese libero e indipendente e uno che non lo è. La domanda cresce, spinta anche dai data center (le richieste di allaccio alla rete hanno superato i 100 Gw), che possono avere consumi paragonabili a quelli di un’acciaieria. E l’intelligenza artificiale senza energia non si fa».
La complessità dello scenario è ormai parte integrante della pianificazione finanziaria delle imprese, chiamando i cfo a nuove sfide. «L’energia prima sembrava una commodity statica, quasi trascurabile nelle previsioni. Oggi è un tema di importanza strategica», spiega Fanti. Non è più soltanto una voce di costo, ma un investimento da programmare, anche attraverso strumenti di finanza sostenibile che richiedono competenze e informazioni affidabili. «Il cfo costruisce un ponte tra le idee, le strategie e la quotidianità delle metriche. Oggi non gli si chiede più soltanto di far tornare i conti, ma anche dove vanno i conti, verso quale direzione». Un altro sondaggio dell’associazione spiega anche quali sono i loro principali timori in termini di inflazione e contesto geopolitico.
Andaf, che conta ormai 2.700 soci, punta soprattutto sulle nuove competenze. E i numeri mostrano quanto lavoro ci sia da fare. «Nella nostra recente survey soltanto il 20% si sente sicuro nell’utilizzo e nella governance dell’intelligenza artificiale nella propria azienda», sottolinea Fanti. Da qui l’impegno nella formazione continua, nella certificazione professionale e nel rafforzamento della presenza nei distretti industriali, attraverso 12 sezioni territoriali e quattro nuovi chapter. Ma la sfida è anche cambiare il modo di considerare le persone nei bilanci. «L’energia spinge la crescita delle nostre imprese, ma l’energia del futuro la creano le persone. La formazione non può essere la prima spesa da sacrificare: un costo si taglia, un investimento produce un ritorno. E il cfo deve diventare «l’uomo dei sì all’innovazione», contribuendo insieme alle risorse umane a valorizzare i talenti e ad accompagnare gli investimenti». (riproduzione riservata)