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Per preparare questo approfondimento ho letto un'analisi della società di consulenza finanziaria indipendente Colazione a Wall Street, che mi ha colpito particolarmente: quasi l'80% dei singoli titoli azionari dell'S&P 500 americano ha sottoperformato l'indice nel corso del 2026.
Un indice S&P 500 che, tra parentesi, da inizio anno guadagna (in euro) più del 12% e aggiorna continuamente i massimi storici.
Possiamo trarre due considerazioni da questo report:
Qual è quindi il vero motore dei mercati da un po' di tempo (possiamo anche dare una data: dal 2022) a oggi? Risposta semplicissima, ma con implicazioni tutt'altro che scontate: i semiconduttori.
Di recente Goldman Sachs, scrive l'analisi di Colazione a Wall Street, ha stimato che l'S&P 500 possa chiudere il 2026 a quota 8.000 punti, vale a dire un ulteriore 5,5% in più rispetto ai livelli attuali.
Si legge nel report: «La cosa interessante è la motivazione: secondo Goldman, la performance azionaria del 2026 è stata guidata soprattutto dagli utili, e una parte molto rilevante dell’incremento arriva proprio dalle aziende legate all’infrastruttura dell'intelligenza artificiale. Tradotto: il mercato non sta dicendo semplicemente 'compro tecnologia perché l’AI è bella'. Sta dicendo 'compro chi sta già convertendo AI, spese in conto capitale e domanda infrastrutturale in numeri di conto economico».
Nei fatti, un'analisi di JustEtf che ho ripreso in questo articolo su MF-Milano Finanza ha visto come, dal lancio di ChatGpt nel 2022 a metà maggio, il peso dei semiconduttori nell'S&P 500 è passato dal 4% al 16% (con la corsa delle ultime settimane di Nvidia & co. è arrivato al 18% circa).
Cosa significa? Che nei fatti un qualsiasi Etf generalista sulle azioni globali o sull'S&P 500 americano è cresciuto così tanto principalmente per il contributo alla performance dei chip.
E lo stesso vale per gli Etf settoriali sui semiconduttori: il più grande per masse in gestione, un comparto di VanEck da 7,2 miliardi di patrimonio, dall'inizio di quest'anno ha messo a segno un total return in euro dell'84,2%. Negli ultimi cinque anni la performance è pari al 399%!
Segnala Lorenzo Demaria, country head per l'Italia di JustEtf: «Tra i sotto-settori che compongono l'universo dell'intelligenza artificiale uno in particolare non richiede atti di fede: l'AI non può esistere senza chip».
Volenti o nolenti, i semiconduttori hanno subito una metamorfosi, diventando da megatrend di lungo periodo a componente strutturale dei portafogli di investimento.
Può sembrare una questione di lana caprina, ma per gli investitori di lungo periodo ha un'importanza non trascurabile: vi ricordate quando in questo approfondimento parlavamo della differenza tra Etf passivi e scelte attive mascherate?
Ecco, ormai il peso dei semiconduttori è diventato così importante negli indici generalisti che ormai comprare chip significa esporsi - seppur con uno sbilanciamento, minore diversificazione e un profilo di rischio-rendimento atteso differente - a dinamiche più simili che in passato a quelle del mercato nel suo complesso.
Più aumenta il peso dei chip negli indici globali, meno un'esposizione ai semiconduttori rappresenta una scommessa completamente separata dal mercato. Rimane una scelta attiva e più volatile, ma non è più la nicchia che era dieci anni fa.
Per usare un'espressione che avevamo visto anche in passato, potremmo dire che con i chip possiamo costruire il satellite rinforzato del nostro portafoglio: non il core, certo, ma una gamba robusta di sostegno al nucleo duro che può servire per cercare un extra-rendimento ma senza allontanarsi troppo dalla direzione del mercato.
C'è un altro tema per cui gli analisti non temono il rischio di una bolla quando si parla di semiconduttori: nonostante le altissime valutazioni (ci arriviamo a brevissimo) «i produttori di chip sono gli unici fornitori di cui l'intelligenza artificiale avrà sempre e comunque bisogno», prosegue Demaria. E anche le grandi società tecnologiche «come Amazon, Google, Microsoft e Meta stanno programmando decine di miliardi di dollari di spese in conto capitale per i semiconduttori», conclude il country manager.
Ma come spesso accade in questi casi, non è sempre tutto oro quel che luccica.
I semiconduttori incorporano un rischio strutturale con il quale - se non siamo stati così fortunati o visionari da comprare il settore cinque anni fa - dobbiamo fare i conti: le valutazioni.
Il principale indice di riferimento, il Philadelphia Semiconductor Index (Sox) che raccoglie i primi 40 titoli quotati per capitalizzazione, tratta attualmente a 60 volte gli utili attesi. «Non è un mercato prezzato con ottimismo: è un mercato prezzato per la perfezione», riassume Demaria.
In pratica il mercato ci sta dicendo: noi crediamo che questi titoli valgano 60 volte tanto gli utili che realizzano perché - questa è la scommessa - la crescita degli utili futuri sarà tale da giustificare questi valori.
Per ora la scommessa è riuscita, tanto che dall'inizio di quest'anno i semiconduttori hanno contribuito da soli a più del 40% della crescita totale degli utili dell'indice Msci All-Country World che include anche i mercati emergenti, visto che molti colossi dei chip hanno sede a Taiwan o in Corea del Sud.
Stiamo parlando di numeri veramente sbalorditivi anche se, a queste condizioni, il mercato sta chiedendo per l'appunto che la "macchina perfetta" dei chip non si inceppi mai, o almeno non lo faccia nell'immediato. Un multiplo di 60 volte è effettivamente altissimo, si potrebbe definire anche un livello "da bolla" se non ci fosse il supporto dei fondamentali.
Un supporto che attualmente c'è, anche se ormai ogni tornata di bilanci di uno dei colossi di chip è atteso dal mercato come una finale di Champions League. E se le cose non vanno perfettamente - inclusi i toni usati dal management durante la call con il mercato - si rischia di assistere a fenomeni di volatilità sempre più bruschi e difficili da tenere sotto controllo.
Da qui la domanda: entrare oggi nei semiconduttori ha senso, sì o no?
Ovviamente non ci sono risposte giuste o sbagliate (né io sarei in grado di darle) ma ragionamenti da fare prima di scelte di portafoglio di questo tipo. Comprare chip a giugno 2026 significa:
Forse la vera domanda non è se sia troppo tardi per entrare, ma con quali aspettative. Chi compra semiconduttori oggi difficilmente potrà aspettarsi i rendimenti straordinari degli ultimi cinque anni. Ma se la crescita dell'intelligenza artificiale continuerà a richiedere investimenti massicci in infrastrutture, il settore potrebbe avere ancora spazio per crescere. A cambiare, semmai, è il margine di errore: molto più ridotto rispetto al passato.
E voi: avete scommesso già in passato sui chip o avete intenzione di farlo in futuro? Fatemelo sapere nei commenti alla mail mcapponi@class.it. Noi ci sentiamo la prossima settimana!