Mentre il ceo di Deutsche Bank ha preso le distanze dal rapporto del suo stesso analista che suggeriva che gli investitori europei avrebbero potuto vendere gli asset statunitensi (8.000 miliardi di dollari tra bond e azioni) in risposta alle minacce del presidente, Donald Trump, di imporre dazi a diversi Paesi europei a causa della Groenlandia, l’ad di Ubs, Sergio Ermotti, ha avvertito l’Europa che sarebbe una «scommessa pericolosa» anche di fronte alla prospettiva di una guerra commerciale Usa-Europa più profonda e di una frattura della Nato.
Il Segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha dichiarato a Davos che l’ad del colosso bancario tedesco, Christian Sewing, gli ha telefonato per dirgli che l’idea che gli europei avrebbero venduto gli asset statunitensi proviene da un singolo analista dell’istituto tedesco, aggiungendo che la notizia è stata amplificata dai «fake news media». A suo dire Deutsche Bank «non è d'accordo» con il rapporto dell'analista George Saravelos, non uno dei tanti visto che è responsabile globale della ricerca FX della banca.
Un portavoce ha precisato che Deutsche Bank Research «svolge il proprio lavoro in modo indipendente, pertanto le opinioni espresse nelle singole note di ricerca non rappresentano necessariamente il punto di vista della direzione della banca».
Mentre l’euro continua a guadagnare terreno nei confronti del dollaro (vale 1,1715), i Treasury Usa, soprattutto quelli a lunga scadenza (il 30 anni rende il 4,91%), restano sotto pressione, l’oro aggiorna il record storico a 4.888,21 dollari l’oncia e i futures statunitensi preannunciano un avvio dimesso (+0,04% quello sull’S&P500), l’amministratore delegato di Ubs, Sergio Ermotti, ha avvertito gli investitori europei, tentati di trasformare in un’arma il debito pubblico statunitense che detengono nel braccio di ferro con il presidente Trump sulla Groenlandia, che stanno facendo una «scommessa pericolosa» che rischia di ritorcersi contro di loro.
«Diversificare lontano dall’America è impossibile», ha dichiarato Ermotti in un’intervista a Bloomberg Television al World Economic Forum di Davos. «Gli Stati Uniti sono l’economia più forte del mondo». L’avvertimento è arrivato dopo che il fondo pensione danese AkademikerPension, che detiene 100 milioni di dollari in Treasury statunitensi, ha annunciato che conta di uscire da questi titoli entro la fine del mese.
Sebbene la mossa del fondo pensione danese sia marginale in termini di dimensioni, mette in evidenza l’attenzione su un potenziale nuovo fronte d’azione nel rapporto transatlantico in rapido deterioramento. I Paesi europei detengono migliaia di miliardi di dollari in obbligazioni e azioni statunitensi, parte delle quali è in mano a fondi del settore pubblico. Ciò alimenta la speculazione che possano vendere tali asset in risposta alla guerra dei dazi di Trump, spingendo potenzialmente al rialzo i costi di finanziamento e al ribasso le azioni, data la dipendenza degli Stati Uniti dal capitale estero.
I commenti di Ermotti sottolineano il dilemma affrontato da molte società finanziarie europee, attive su entrambe le sponde dell’Atlantico. Ubs opera tra i mercati statunitensi ed europei, con quasi 7.000 miliardi di dollari di asset globali e sta cercando una licenza bancaria completa negli Stati Uniti per aumentare la propria quota nel più grande mercato mondiale del wealth management.
L’allarme di Ermotti implica che le economie europee difficilmente possono disaccoppiarsi dagli Stati Uniti, data la loro forte crescita economica e capacità di innovazione né sostituire il mercato dei Treasury Usa come principale asset privo di rischio nei mercati finanziari.
Un tempo la Cina, il maggior detentore estero di debito del Tesoro Usa, si è astenuta da vendite rapide e rilevanti di questi asset, anche durante i duri scontri commerciali con l’amministrazione Trump, in gran parte perché non esiste un’altra destinazione per flussi di capitale così consistenti e perché liquidarli rischia di essere un atto di autolesionismo. (riproduzione riservata)