Se Trump vuole una Yalta 2 per spartirsi il mondo con Xi e Putin
Se Trump vuole una Yalta 2 per spartirsi il mondo con Xi e Putin
L'idea di un vertice a tre per decidere il futuro dell'Ucraina rischia di danneggiare gli Stati Uniti. Gli alleati americani potrebbero vedere questa mossa come un tradimento

di The Editorial Board (The Wall Street Journal) 21/10/2026 13:40

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È difficile capire cosa abbia in mente il presidente Trump in un dato momento, dato che il suo agire è fortemente dettato da impulsi tattici. Tuttavia, egli ha da tempo auspicato grandi accordi con la Russia e la Cina; è forse questa la motivazione che lo spinge, ora, a inasprire la sua ostilità verso l’Ucraina e l’Europa, nel tentativo di favorire un vertice – una sorta di Yalta 2 – con Vladimir Putin e Xi Jinping.

L’analogia con Yalta non è del tutto calzante, dato che nel 1945 Stalin e Churchill erano alleati degli Stati Uniti, mentre oggi la Russia e la Cina sono avversari. Tuttavia, quel trio tentò effettivamente di spartirsi il mondo, ed è proprio questo il pericolo insito in ciò che Trump si dice ora disposto a considerare. Come avevamo scritto prima delle elezioni del 2024, questo era uno dei nostri timori principali riguardo al suo secondo mandato.

Putin ha avanzato l’ipotesi di un incontro a tre per porre fine alla guerra in Ucraina. Dopo quasi cinque anni, il dittatore russo non è riuscito a conquistare l’Ucraina e potrebbe ritenere che, a questo punto, la conquista dipenda dall’apertura di un secondo fronte nella politica globale.

Il destino dell’Ucraina

Questa settimana, Trump ha lasciato intendere di essere aperto a un simile incontro: «Farò tutto il possibile per porre fine alla guerra; a prescindere da chi sia presente, farò qualunque cosa sia in mio potere per chiudere il conflitto». Nelle ultime settimane, il presidente ha rinunciato a imporre nuovi dazi sul petrolio e sanzioni contro la Russia, offrendo di fatto un’iniezione di liquidità alla macchina bellica di Putin, consentendo al diesel russo di fluire sui mercati globali.

La nuova linea di Trump appare meno come una forma di pressione opportunistica sull’Ucraina e più come un tentativo, di portata ben maggiore, di giungere a una pace fittizia attraverso una politica di concessioni nei confronti di Putin. Nel frattempo, egli ha trascorso mesi cercando di raggiungere un accordo con Xi. È forse un’intesa più ampia con entrambi ciò a cui Trump aspira come eredità politica? Se così fosse, starebbe attirando su di sé seri problemi, sia in patria che all’estero.

Qualsiasi vertice tra Xi, Putin e Trump che tentasse di decidere il destino dell’Ucraina rappresenterebbe un errore capace di gettare le basi per un conflitto di proporzioni maggiori, non diversamente da quanto accadde a Yalta, dove furono tracciati i confini della Guerra Fredda. Tanto più che Xi e Putin stanno collaborando attivamente per minare gli interessi e l’influenza dell’America.

Un nuovo triumvirato?

Un nuovo triumvirato, intento a suddividere il mondo in sfere d’influenza, distruggerebbe la credibilità globale degli Stati Uniti come alleato affidabile. Per quanto gli alleati americani possano essere trattati, di questi tempi, come dei «sacchi da boxe», la rete di alleanze statunitense — che spazia dalla Nato al Giappone, alla Corea del Sud e all’Australia — consente agli Stati Uniti di scoraggiare le aggressioni e preservare la pace prima che le minacce diventino critiche.

Qualsiasi pace imposta in Ucraina provocherebbe una frattura all'interno della Nato e trasmetterebbe agli alleati dell'America nel Pacifico il messaggio che gli Stati Uniti sono un alleato pericoloso. Sul piano pratico, dubitiamo che persino Trump riuscirebbe a costringere l'Ucraina alla capitolazione; inoltre, se il presidente dovesse revocare il sostegno in termini di intelligence e individuazione degli obiettivi, si assumerebbe la responsabilità delle terribili carneficine che ne seguirebbero.

È bene ridimensionare anche l'entusiasmo per un'eventuale alleanza con la Cina. Trump potrebbe cercare di ottenere da Pechino la promessa di non sostenere l'Iran, ma quale prezzo pretenderebbe in cambio il leader del Partito Comunista?

Il problema di Taiwan

Xi Jinping considera Taiwan un elemento essenziale della propria visione strategica e aspira a sottomettere l'isola senza correre i rischi legati a un blocco navale o a un'aggressione militare. È lecito attendersi che Xi sfrutti ogni apertura offerta da Trump per estromettere gli Stati Uniti dal Pacifico, il che potrebbe tradursi, tra le altre cose, in una riduzione del sostegno americano ai 23 milioni di persone libere che vivono oltre lo Stretto di Taiwan.

Trump ha dichiarato che un eventuale incontro si concentrerebbe sulla «denuclearizzazione»; va dato atto al presidente di aver posto fine ad accordi sul controllo degli armamenti che la Russia non rispettava e che la Cina non aveva mai sottoscritto. È senz'altro opportuno tentare di spingere Pechino ad assumersi le proprie responsabilità riguardo al suo imponente potenziamento nucleare, ma la Cina non intende discutere di armi nucleari finché non avrà raggiunto una parità assoluta con gli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la politica interna americana, i consiglieri di Trump potrebbero suggerirgli che agli elettori non interessi nulla dell'«ordine globale» instaurato dopo il 1945. Eppure, l'opinione pubblica è ben consapevole che Cina e Russia non sono alleate degli Stati Uniti e sa riconoscere i segnali di minacce imminenti all'estero. Molti legislatori del partito Repubblicano sono già insoddisfatti dell'atteggiamento conciliante del presidente nei confronti di Putin, tanto più che, finora, Trump non è riuscito a ricostruire le forze armate statunitensi.

Dalla guerra del Vietnam, la coalizione repubblicana ha incluso sia i sostenitori di una linea dura in materia di difesa, sia i seguaci della dottrina jacksoniana, i quali, pur essendo contrari ad avventure militari, sostengono fermamente la leadership globale degli Stati Uniti. Consegnare l'Europa alla Russia e il Pacifico alla Cina provocherebbe una profonda spaccatura all'interno del partito.

Mancano ormai solo due settimane alla fine del mandato di Trump – periodo in cui il presidente si troverà di fatto in una posizione di debolezza politica – e forse alcuni senatori repubblicani troveranno finalmente il coraggio di far sentire la propria voce. È vero che il Congresso e i tribunali non possono fermare un presidente determinato in materia di politica estera, ma possono fargli pagare un prezzo politico. Una seconda Yalta è, probabilmente, l’idea peggiore del secondo mandato di Trump, e il presidente rischierebbe molto più della propria eredità politica.