Accade non tanto di rado che, quando la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen avverte il crescere dei problemi e l’aumentare della critica nei suoi confronti, promuova un incontro con Mario Draghi.
La Commissione fa sul serio, ha detto la presidente con riferimento alla politica economica dopo il recentissimo incontro con l'ex presidente della Bce, con ciò implicitamente alimentando il dubbio sulla serietà dei trascorsi impegni. Le cronache subito hanno riportato che delle 383 raccomandazioni del piano Draghi per il rilancio della competitività, il programma One Europe, one Market della Commissione ne ha finora attuati solo 60. Certo, proposte varie sono state avanzate, innanzitutto per modifiche normative, da Bruxelles.
Ma finora non si è entrati in medias res, tanto meno è stato attivato il trilogo, cosa che darebbe per scontato che almeno l'Europarlamento ha valutato qualcuna delle proposte. Mentre nulla finora di significativo è avvenuto. Sul tema dell'Unione del risparmio e degli investimenti, che viene ampiamente sostenuta in diversi Paesi fra i quali l'Italia, fin qui si è progettato a Bruxelles soltanto di accrescere i poteri dell'Esma, l'authority di vigilanza sui mercati, anziché partire dal disegno dell'Unione in questione, dei profili istituzionali, funzionali, giuridici, fiscali, quindi, solo dopo del tipo di controlli che si esplicano su di una realtà che sia chiaramente definita in tutti i suoi aspetti.
L'errore compiuto con il progetto di Unione bancaria, solo parzialmente finora attuato, a distanza di 14 anni dal varo del programma, è stato quello di dare la precedenza assoluta alla Vigilanza e far passare in secondo piano i due pilastri: la risoluzione delle banche in crisi e l'assicurazione europea dei depositi bancari, non ancora realizzate, per cui si pone ora il problema di come sia possibile costituire l’Unione del Risparmio e degli Investimenti con una Unione Bancaria attuata meno che a metà.
Il fatto è che, nonostante le buone intenzioni e la particolare stima che Draghi riscuote anche a livello internazionale, vi sono, innanzitutto, problemi di carattere politico nel funzionamento non solo della Commissione, ma anche e soprattutto dell'Europarlamento, come si è visto a proposito dell'euro digitale e di temi di alta sensibilità.
L'alleanza con la quale Von der Leyen è stata eletta (principalmente Partito Popolare Europeo, Socialisti e Democratici e Renew Europe) viene non di rado maldestramente sottovalutata dalla stessa presidente, quando non è uno dei partiti ad assumere posizioni di rottura.
Impera ancora il potere di veto, conseguenza dell'obbligatoria unanimità per diverse e importanti materie. Il carattere dell'Unione resta intergovernativo con il ruolo centrale del Consiglio Europeo.
Non di rado vengono diffuse voci, incontrollate, circa un avvicendamento della stessa Von der Leyen, mentre il profilarsi delle annunciate (senza dire quando) dimissioni della presidente della Bce Christine Lagarde pone un altro problema a livello anche europeo, imperando sempre le connessioni di incarichi a catena.
In una situazione del genere, con i problemi indotti dalle due guerre in corso, dai prezzi dell'energia, dalla difficoltà dei rapporti con gli Usa, occorrerebbe ben altro dell'annuncio sulla prossima serietà del fare. Sarebbero necessari precise e complete proposte di riforma da presentare, per i diversi settori, alle altre istituzioni europee con un preciso cronoprogramma di attuazione.
Fondamentale resta l'attuazione nell'area del principio di sussidiarietà in base al quale quel che più essere fatto a livello inferiore non va accentrato. Tutto ciò ovviamente non sarebbe taumaturgico, ma quanto meno offrirebbe una prova concreta del «fare» della Commissione. Prima che Draghi ed Enrico Letta presentassero i rispettivi programmi su competitività e mercato unico dei capitali, Draghi, in presenza dell'inerzia di Bruxelles, in un discorso disse alla fine «fate almeno qualche cosa, quale che essa sia», quasi a dire di date segnali di vita. Di questo passo il monito di Draghi finirà con l'essere il meno che possa dirsi. (riproduzione riservata)