Se l’Italia è sorvegliata speciale per uno 0,1% di troppo
Se l’Italia è sorvegliata speciale per uno 0,1% di troppo
Restare sotto sorveglianza europea può offrire margini di manovra. L'Italia, come la Francia, potrebbe sfruttare la flessibilità negoziale per sostenere crescita e competitività

di di Antonio Maria Rinaldi* 23/04/2026 19:00

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L’Italia resta nella procedura per deficit eccessivo per uno 0,1% oltre la soglia del 3%. È questa la misura dell’Europa di oggi: non la capacità industriale di un Paese, non i sacrifici compiuti dopo la pandemia, non la tenuta sociale, non il contesto geopolitico, ma un decimale.

Eppure parliamo della seconda manifattura d’Europa, terza economia dell’Eurozona, contributore netto al bilancio comunitario, con una delle più alte capacità di risparmio privato del continente e una struttura produttiva che continua a reggere la concorrenza globale. Un Paese che negli ultimi anni ha compiuto un percorso di rientro straordinario, riportando i conti pubblici su un sentiero di convergenza difficile e oneroso. In questo quadro, il lavoro del ministro Giancarlo Giorgetti è stato serio, rigoroso e difficilmente ripetibile: ridurre il disavanzo senza spegnere l’economia non era affatto scontato.

Ma Bruxelles guarda altrove. Ignora che il rallentamento della crescita, il caro energia, le tensioni internazionali e gli shock esterni non dipendono dalla volontà del governo italiano. Ignora soprattutto che il parametro del 3%, concepito oltre trent’anni fa, non ha alcun carattere sacrale né solide basi scientifiche universalmente condivise.

Il paradosso europeo

Ma il paradosso vero è un altro. Come già evidenziato su MF nel novembre 2025, restare in procedura, per certi versi paradossali, può perfino diventare conveniente. I Paesi sotto sorveglianza hanno infatti un confronto continuo con la Commissione europea: negoziano tempi, obiettivi, scostamenti, eccezioni e margini di flessibilità. In molti casi dispongono di spazi politici superiori rispetto a chi rientra formalmente nei parametri e poi viene ingabbiato nei meccanismi ordinari del nuovo Patto di stabilità.

La Francia lo ha capito da tempo e ne ha fatto un metodo. Ha trasformato la flessibilità negoziale in strumento di politica economica, mantenendo da anni deficit oltre il 3% e spesso anche oltre il 5%, senza drammi esistenziali né crociate europee. Solo in Italia si continua a vivere il decimale di deficit come una colpa morale.

E allora la conclusione è inevitabile: se per Bruxelles il 3,1% viene trattato formalmente come un 5%, tanto vale allora prendersi con lucidità ulteriori margini di bilancio. Non per spesa improduttiva, ma per sostenere potere d’acquisto, ridurre il costo dell’energia, aiutare imprese e lavoro, rafforzare gli investimenti strategici e difendere la competitività industriale nazionale.

Se la procedura resta comunque, almeno serva a qualcosa. Un anno in più o in meno di permanenza nella procedura d’infrazione cambia poco. Cambia moltissimo, invece, se famiglie e imprese vengono lasciate sole mentre Bruxelles continua ostinatamente a contare i decimali dopo le virgole.(riproduzione riservata)

*ex membro Commisione ECON del parlamento europeo