Ex Ilva, scioperi a Taranto e proteste a Genova contro lo stop della produzione: Piantedosi chiama i sindacati
Ex Ilva, scioperi a Taranto e proteste a Genova contro lo stop della produzione: Piantedosi chiama i sindacati
I lavoratori di Acciaierie d’Italia incrociano le braccia contro lo stop dell’area a caldo. Blocchi stradali a Taranto e proteste a Genova. Attesa per una convocazione urgente a Palazzo Chigi 

di Anna Di Rocco 12/10/2026 12:10

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Da Taranto a Genova, i lavoratori dell’ex Ilva scendono nelle piazze d’Italia e protestano contro la sospensione della produzione nell’area a caldo di Taranto. Chiedono al governo di avere garanzie sul futuro degli stabilimenti e dell’occupazione. E non escludono di prolungare la manifestazione in assenza di risposte concrete.  

Lo sciopero nazionale, proclamato per l’intera giornata di lunedì 12 ottobre, da Fim, Fiom, Ulim e Usb coinvolge i siti del gruppo e dell’indotto ed è arrivato dopo la decisione di Acciaierie d’Italia di sospendere le attività produttive dell’area a caldo di Taranto e di annunciare la fermata temporanea, dal 15 novembre, degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure. Una scelta che i commissari definiscono «dolorosa ma inevitabile» alla luce dei vincoli giudiziari e delle condizioni operative.

Gli scioperi hanno avuto «una riuscita straordinaria», hanno rivendicato i sindacati. Tanto che il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha convocato last minute le organizzazioni sindacali, assieme alle Prefetture interessate, in una conference call con i commissari straordinari. Un incontro necessario a ribadire le ragioni degli scioperi: «Chiediamo lavoro, non cassa integrazione», affermano Fim-Fiom-Uilm in una nota. Ora le sigle attendono una convocazione a Palazzo Chigi: probabilmente subito dopo il Consiglio dei ministri di martedì 13 ottobre in cui l’esecutivo approverà un nuovo decreto sulla cassa integrazione per il polo siderurgico.  

La situazione a Taranto: assemblea e blocco della statale 106

Nel capoluogo ionico i lavoratori di Acciaierie d’Italia e delle aziende dell’indotto si sono riuniti in assemblea per fare il punto sulla vertenza. Al termine, un gruppo di operai e delegati ha occupato un tratto della statale 106, in direzione della raffineria Eni.

A Taranto la produzione si è fermata, con gli impianti in stand-by in attesa della pronuncia della Corte di Cassazione, prevista per il 20 ottobre, sulla vicenda giudiziaria che riguarda l’area a caldo. I lavoratori chiedono che le garanzie del governo non si traducano soltanto nella prosecuzione della cassa integrazione, ma comprendano una prospettiva concreta di rientro al lavoro.

I sindacati sollecitano un piano industriale di decarbonizzazione che coinvolga tutti i siti, un piano sociale a tutela dei dipendenti diretti, degli addetti degli appalti e dei lavoratori di Ilva in amministrazione straordinaria, anche attraverso strumenti straordinari e risarcitori.  

Genova, Salis: «Non c’è una ragione industriale»

La mobilitazione coinvolge anche Cornigliano, dove dalla mattina di lunedì 12 i lavoratori si sono radunati davanti alle portinerie dello stabilimento, con mezzi pesanti schierati e un’assemblea convocata dopo la decisione dei commissari. Alla protesta hanno partecipato la sindaca di Genova, Silvia Salis, il vicesindaco Terrile e i parlamentari Pastorino e Furlan. 

«Non c’è alcuna motivazione industriale per trattare in questo modo gli stabilimenti del Nord quando il mercato richiede le loro lavorazioni: basterebbe un accordo sui mercati internazionali per l’approvvigionamento delle materie prime e il problema non esisterebbe», ha dichiarato la sindaca.

Sulla stessa linea il presidente della Regione Liguria, Marco Bucci, presente a Cornigliano. «Oggi è una giornata importante perché vogliamo che da Genova arrivi un messaggio molto chiaro: non vogliamo la chiusura della fabbrica, vogliamo che continui a lavorare perché fa un prodotto altamente richiesto che altrimenti importiamo dall’estero», ha affermato.

La posizione dei commissari: «Fermata inevitabile»

Nella ricostruzione diffusa il 10 ottobre, l’amministrazione straordinaria ha spiegato che la fermata è la conseguenza dei vincoli giudiziari scaturiti dal decreto del Tribunale di Milano del 27 luglio e delle scadenze fissate dalla Corte d’Appello di Milano. Secondo i commissari, fin dall’inizio «è stato fatto il possibile per garantire la continuità produttiva» entro il limite dei 90 giorni indicato dai giudici.

L’azienda ha presentato due ricorsi per cercare di proseguire l’attività. Entrambi respinti. Venuti meno ulteriori margini di intervento, i commissari sostengono di aver dovuto procedere alla fermata nel rispetto delle disposizioni giudiziarie e dei vincoli della procedura. A pesare, secondo la loro ricostruzione, sono anche le condizioni finanziarie e operative. Gli ordini di materie prime che non potessero essere lavorati entro il 25 ottobre, termine dei 90 giorni, sarebbero rimasti in magazzino senza possibilità di essere utilizzati nei tempi consentiti.

In amministrazione straordinaria, spiegano i commissari, non è possibile impiegare risorse a carico dei creditori per acquistare e stoccare materiali destinati a una produzione che non può proseguire. Per quanto riguarda l’ipotesi di acquistare bramme e rotoli sul mercato internazionale, l’amministrazione straordinaria evidenzia che i tempi di approvvigionamento possono richiedere diversi mesi e che le bramme devono rispettare i requisiti qualitativi richiesti dai clienti.

Fiom: «Il governo metta le risorse»

Per il segretario generale della Fiom Cgil, Michele De Palma, la mobilitazione andrà avanti fino all’arrivo di risposte. «Il governo metta le risorse perché non vogliamo essere cassintegrati ma vogliamo essere rispettati come lavoratori», ha scritto sui social, ricordando le iniziative sindacali e le azioni legali portate avanti per continuare a produrre acciaio tutelando salute e ambiente.

«Non si può aspettare la Cassazione o una gara che dura da anni», ha aggiunto De Palma, rilanciando la proposta di una società a partecipazione pubblica per realizzare un piano straordinario che mantenga in funzione gli impianti a freddo di Taranto, Genova, Novi Ligure e Racconigi, salvaguardando anche gli altri stabilimenti. Il piano, secondo il leader della Fiom, dovrebbe comprendere manutenzione, interventi per la sicurezza e la salute, tutela del reddito, bonifiche e investimenti per la decarbonizzazione. (riproduzione riservata)