Ha avuto il suo grande momento di gloria, finendo nelle cronache di borsa dopo una vita passata nell’oscurità. È il caso di Allbirds, azienda semisconosciuta che produce sneakers e scarpe da ginnastica, che pochi giorni fa ha registrato sul listino un rialzo del 580% in una sola seduta. Quella del 14 aprile scorso, con il titolo preso d’assalto e passato da 2,49 dollari per azione a 17 dollari.
Tutto in una sola giornata di listino e scatenata da un banale e quanto mai opaco comunicato stampa. L’azienda californiana ha dichiarato di aver venduto per 39 milioni di dollari l’intero suo business nel footwear per dedicarsi alla produzione di gpu (gruppi di microchip avanzati) per l’intelligenza artificiale.
Pronta, secondo l’azienda, una linea di credito da 50 milioni di dollari da un non meglio precisato investitore istituzionale per iniziare la nuova avventura, con anche un cambio di nome bell’e pronto: da Allbirds a Newbirds AI.
È bastato davvero solo questo per scatenare la reazione convulsa sul listino, segno eclatante di un clima che va ben oltre la tanto decantata euforia irrazionale cara al vecchio Alan Greenspan.
Nessun dettaglio, nessuna vera credibilità, nessun supporto, nessun business plan. Solo l’annuncio della imprevedibile nuova vita della società. Che fino a quella seduta miracolosa era di fatto una meme stock. Precipitata negli anni fino a perdere oltre il 90% del suo valore di mercato e con una linea da encefalogramma piatto da anni nel grafico dei prezzi. Un sopravvissuto di borsa.
Bastava del resto guardare l’andamento dei conti. Con ricavi in continua contrazione e un filotto di perdite lungo come un rosario. Dal 2019 il passivo cumulato nell’ultima riga del conto economico parla di 500 milioni di dollari. L’anno scorso il bilancio si è chiuso sempre in perdita per 77 milioni su ricavi per 152 milioni, con l’ebitda già in rosso per 67 milioni.
Una cronica consunzione, con il titolo arrivato a capitalizzare solo 21 milioni di dollari. Poi ecco la magia: fine delle scarpette da ginnastica così fallimentari e all’arrembaggio con la new wave che sta contagiando non solo il mercato, ma il linguaggio comune.
La sigla magica «AI» ha fatto volare il titolo da 2,49 dollari a 17 dollari con un incremento di capitalizzazione di ben 120 milioni di dollari in una seduta.
Un volo che però non poteva resistere all’esame di realtà. Già la seduta successiva, dopo il boom esplosivo, ecco i venditori all’opera. Il prezzo dell’azione è sceso nella seduta del 16 aprile dal picco di 17 dollari a 10,9 per poi scendere ancora nei giorni successi verso quota 8,4 dollari di due giorni fa.
A vederla così viene più di un dubbio. Qualcuno quel rialzo l’ha provocato e l’ha cavalcato, salvo poi vendere e incassare una lauta plusvalenza. E anche i volumi abnormi della seduta del botto dicono che le azioni sono passate più volte di mano in una sola seduta.
Ora c’è da chiedersi: chi rimarrà con il cerino in mano? E soprattutto: dove erano i vigilantes del mercato?
Se basta così poco per muovere un titolo morente, c’è da preoccuparsi parecchio. Con la più grande borsa del mondo usata come un casinò di provincia. (riproduzione riservata)