????Il motore industriale d’Europa accusa il colpo dell’instabilità in Medio Oriente, mentre si allarga il perimetro di rischi macro economici. La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (Bers) avverte che l’escalation potrebbe frenare la crescita globale attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia, le interruzioni delle catene di approvvigionamento e condizioni finanziarie più restrittive. In uno scenario di petrolio stabilmente sopra i 100 dollari l’impatto stimato dalla Bers è una riduzione del pil globale di almeno 0,4 punti percentuali, con un aumento dell’inflazione superiore a 1,5%.
È in questo contesto che si inserisce una nuova ondata di sentiment negativo tra imprese e famiglie dei Paesi europei. A cominciare dalla Germania: dopo il timido segnale di ripresa registrato a febbraio, l’indice Ifo sulle aspettative di esportazione del Paese è tornato in territorio negativo a marzo, scivolando a -0,9 punti dai precedenti +2,7. È la fotografia di un sistema produttivo che guarda con crescente apprensione al quadro medio orientale che si va deteriorando, temendo che l’escalation possa ridurre in misura consistente la domanda nei principali mercati internazionali.
Secondo Klaus Wohlrabe, responsabile delle indagini dell’istituto di Monaco, la guerra ha iniettato una dose massiccia di sfiducia nelle imprese. «Molte aziende temono un calo della domanda nei principali mercati di vendita», spiega l’economista, sottolineando come la dinamica dell’export nei prossimi mesi resterà ostaggio dell’evoluzione del conflitto.
Il panorama industriale tedesco appare tuttavia frammentato. I settori che sono già in crisi - ovvero meccanica, metallurgia, chimica, carta e stampa - continuano a prevedere una contrazione degli ordini esteri. Al contrario, si segnala una controtendenza netta per l’automotive, che tocca il livello di ottimismo più alto dal giugno 2020. Segnali di tenuta arrivano anche dai comparti dell’arredamento, dell'elettronica e delle bevande.
Le difficoltà di Berlino non sono un caso isolato: anche gli altri partner europei si stanno muovendo con crescente cautela, segno che lo shock geopolitico si sta trasmettendo rapidamente al ciclo economico dell’area euro. In Italia, il ministero dell’Economia ha acceso i riflettori sui rischi di lungo periodo causati dal conflitto in Iran.
Nel Programma di emissione del secondo trimestre, il Tesoro ha avvertito che il persistere delle ostilità potrebbe avere «effetti negativi sulla crescita oltre il breve periodo, con un impatto più persistente sia sulle condizioni di approvvigionamento energetico sia sulla fiducia di imprese e consumatori»
Sviluppi che, inevitabilmente, avranno ripercussioni concrete sulle politiche di bilancio: Roma si appresta infatti a incorporare queste variabili nel prossimo Documento di Economia e Finanza di aprile. Le indiscrezioni Bloomberg parlano di una possibile revisione al ribasso della crescita italiana fino allo 0,5%, medesima previsione fornita da Confindustria nelle previsioni di primavera.
Anche la Francia offre un segnale coerente con questo raffreddamento diffuso. Secondo i dati dell’Insee, a marzo l’indice di fiducia dei consumatori è sceso a 89 punti, restando ben al di sotto della media di lungo periodo di 100. In parallelo, la fiducia delle imprese è calata a 96,9 punti, segnando il ventiquattresimo mese consecutivo sotto la soglia storica.
Ancora più evidente il deterioramento nel manifatturiero, dove l’indice è tornato sotto quota 100 dopo il rimbalzo di febbraio. Il quadro che emerge è quello di un’Europa industriale esposta su più fronti: da un lato la fragilità strutturale di alcuni comparti chiave, dall’altro la crescente vulnerabilità agli shock energetici e geopolitici. Un mix che rischia di trasformare un rallentamento ciclico in una fase più prolungata di crescita debole. (riproduzione riservata)