Mentre le Borse viaggiano sui massimi, osservando con un certo distacco i venti di guerra, i bond al contrario sono molto impattati dalla crisi in Medio Oriente e scontano tassi di interesse più alti. Ma di fronte alle tensioni geopolitiche che creano molta incertezza agli investitori, quest’anno al Salone del risparmio di Assogestioni, in programma al Mico di Milano da martedì 5 a giovedì 7 maggio, si parlerà poco di previsioni sui mercati. Il focus piuttosto sarà sulle strategie industriali: come mobilitare l’enorme ricchezza gestita dal settore del risparmio, oltre 2.600 miliardi di euro, in investimenti di lungo termine capaci di sostenere lo sviluppo dell’economia e rafforzare la competitività del Paese e dell’Europa.
Una missione che riguarda soprattutto investitori istituzionali come i fondi pensione, per loro natura portatori di un capitale cosiddetto paziente. Proprio la previdenza complementare sarà infatti protagonista della sedicesima edizione del Salone. La necessità di affiancare una copertura integrativa alla pensione pubblica, sempre meno rinviabile, sarà il vero tema dell’evento. Un’esigenza molto rilevante in Italia, dove, secondo gli ultimi studi citati da Assogestioni, l’associazione del risparmio gestito presieduta da Maria Luisa Gota (ad e dg di Eurizon), oggi si conta un pensionato ogni 3,5 abitanti, per una spesa complessiva dello Stato pari a 286 miliardi.
La posta in gioco è elevata anche per le società di gestione (sgr): ai fondi pensione aderisce soltanto il 40% dei lavoratori italiani, lasciando ampi margini di crescita. Il risparmio previdenziale rappresenta inoltre una fonte costante di raccolta per l’asset management, alimentata mensilmente dai versamenti del Tfr e da eventuali contributi aggiuntivi di lavoratori e datori di lavoro. Nel solo 2025, secondo i dati Covip, i flussi verso i fondi pensione hanno raggiunto i 17,4 miliardi di euro, in aumento del 10% rispetto al 2024 (grafico in pagina). Le aspettative ora sono legate alle novità introdotte dalla legge di Bilancio, in vigore dal primo luglio: tra queste, l’iscrizione automatica dei neoassunti alla previdenza complementare (con 60 giorni per optare per il mantenimento del Tfr in azienda).
Da fine ottobre entrerà inoltre in vigore la portabilità della posizione, che aprirà alla concorrenza tra fondi negoziali, oggi gli unici a poter ricevere il contributo aggiuntivo del datore di lavoro, fondi aperti e piani individuali pensionistici, che attualmente non possono beneficiarne. Resta però una questione cruciale: come tradurre le novità normative in una partecipazione più ampia e stabile da parte dei cittadini.
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È da qui che prenderà le mosse il dibattito al Salone del Risparmio. La risposta di un grande operatore come Amundi, ad esempio, è stata il lancio nelle scorse settimane di Pensionext, la prima piattaforma di consulenza previdenziale introdotta in Italia da un asset manager. La ceo di Amundi Sgr, Cinzia Tagliabue, ne spiega la ratio: «In oltre 20 anni di esperienza nel settore della previdenza complementare in Italia abbiamo riscontrato una crescente consapevolezza sulla necessità di integrare la pensione pubblica con una soluzione pensionistica privata, eppure la complessità della materia è tale per cui due lavoratori su tre non hanno ancora fatto alcun passo concreto in quella direzione». Il fondo negoziale Fon.Te, invece, sta studiando un progetto che consente di convertire il cashback derivante dagli acquisti presso negozi convenzionati in versamenti sulla posizione previdenziale dei figli: un meccanismo che trasforma un gesto quotidiano, come la spesa famigliare, in un investimento sul futuro dei più giovani.
In questo contesto va anche evidenziato che la costanza dei flussi dei fondi pensione può contribuire a bilanciare la raccolta dei fondi comuni tradizionali, attualmente in difficoltà. Come emerge dai dati Assogestioni, a marzo 2026 i flussi del risparmio gestito sono stati negativi per 1,95 miliardi, di cui 4,4 miliardi riferibili ai soli fondi comuni (grafico in pagina). Nel trimestre, il rosso diventa rispettivamente di -6,5 miliardi e -1,8 miliardi.
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Nel tentativo di rilanciare la raccolta, a 42 anni dal debutto dei primi fondi comuni, e nell’attesa degli impatti della riforma previdenziale, le sgr stanno puntando sugli Etf attivi: prodotti che consentono al gestore una maggiore flessibilità all’interno di benchmark prestabiliti. Si tratta, in pratica, di una versione a basso costo dei fondi comuni attivi, una nuova declinazione degli Etf passivi tradizionali, che invece replicano l’indice di riferimento. Il mercato degli Etf attivi è ancora molto contenuto rispetto a quello complessivo degli Etf: in Europa, secondo Morningstar, rappresenta circa il 3% del totale. Tuttavia, si tratta di un segmento in forte crescita: nel solo mese di marzo ha intercettato il 25% dei flussi sugli Etf europei.
Sempre più operatori stanno entrando in questo mercato: tra gli ultimi, Eurizon e Allianz Global Investors. Su questi prodotti l’industria punta per agganciarsi al boom degli Etf, che tuttavia negli ultimi mesi sembra rallentare. A marzo, infatti, gli Etf in Europa (dati Morningstar) hanno raccolto 9,4 miliardi, in netto calo rispetto ai 45,4 miliardi di febbraio e ai 46,8 miliardi di gennaio (grafico in pagina). Il dato è tra i più bassi degli ultimi anni e arriva dopo un triennio di forte espansione, sostenuto dal rally dei mercati iniziato nel 2023 e interrotto dalle tensioni geopolitiche, tra cui il conflitto Usa-Iran scoppiato a fine febbraio.
La sfida per le sgr è ora quella di offrire agli investitori in Etf performance all’altezza delle aspettative, dopo una fase in cui i rialzi diffusi hanno favorito la gestione passiva.
Un ulteriore tema riguarda il crescente tentativo di portare soluzioni di private asset (ovvero asset non quotati quindi con scarsa liquidità) al retail. «Negli Stati Uniti il mercato dei piani pensionistici sta evolvendo, permettendo agli individui di gestire direttamente i propri investimenti. Il private equity sta cercando di entrare in questo enorme mercato: l’idea è che, con un orizzonte di lungo termine, i rendimenti possano essere superiori rispetto agli investimenti tradizionali. Tuttavia, il tema è dibattuto e restano anche questioni legali da risolvere. Allo stesso tempo, il mercato semi-liquido ha registrato un calo significativo, creando potenziali opportunità ma anche rischi», sottolinea Emmanuel Roman, ceo di Pimco.
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Il riferimento è ai fondi di private debt. Molti investitori retail hanno infatti investito in strumenti che promettono una certa liquidità, ma che in realtà allocano risorse in asset poco liquidi. Negli ultimi mesi questi prodotti hanno registrato sconti anche fino al 25% rispetto al valore patrimoniale netto (grafico in pagina). «Non si tratta di un rischio sistemico, ma può tradursi in delusioni sia in termini di rendimento sia di effettiva liquidità», avverte Dan Ivasyn, capo degli investimenti di Pimco. (riproduzione riservata)