Dalla Norvegia arriva un segnale di fiducia nel lieto fine delle nozze tra Saipem e Subsea7, proprio mentre i tempi supplementari delle autorizzazioni antitrust tengono ancora in sospeso l’operazione. A muoversi è la famiglia Siem, primo azionista di Subsea7 con quasi il 24% del capitale. La holding Siem Industries ha annunciato un riacquisto di azioni proprie fino a 336 milioni di dollari, accompagnato da un premio legato al valore futuro di Subsea7. Il meccanismo fa esplicito riferimento alla fusione con Saipem e assume un significato particolare per una famiglia, destinata a diventare uno dei maggiori azionisti della futura Saipem7, con una quota vicina al 12% del gruppo che sommerà 20 miliardi di euro di ricavi aggregati, 43 miliardi di portafoglio ordini e un ebitda superiore a 2 miliardi.
L’operazione, che Siem Industries chiama buyback, non prevede acquisti sul mercato, ma nasce dalla decisione del secondo azionista della holding, titolare del 17,05%, di uscire dal capitale per ragioni di pianificazione patrimoniale. Siem ha concordato il riacquisto dell’intera partecipazione e ha offerto le stesse condizioni agli altri soci di minoranza. Il prezzo è di 118,47 dollari per azione, più l’eventuale premio.
È questa componente variabile a collegare il riassetto azionario alle prospettive della fusione. Il venditore potrà incassare il 50% dell’eventuale rivalutazione della propria partecipazione indiretta in Subsea7, calcolata rispetto a un prezzo di riferimento di 330 corone norvegesi per azione. Il premio sarà determinato al closing della fusione e comunque non oltre il 17 settembre 2027. Se la soglia non sarà superata, non scatterà alcun pagamento aggiuntivo. Nell’ipotesi di adesione di tutti i soci di minoranza, il costo del riacquisto raggiungerà 336 milioni di dollari, escluso il premio. L’assemblea straordinaria è convocata per il 16 novembre e l’offerta durerà quattro settimane.
Parte del corrispettivo, in altre parole, verrebbe riconosciuto ai soci uscenti al valore di Subsea7 dopo l’integrazione. Una scelta che il mercato legge in positivo rispetto al completamento della fusione, nonostante le incognite ancora aperte sul fronte regolatorio.
Tra queste c’è la coda del dossier in Brasile. Il Cade, l’equivalente brasiliana dell’Antitrust, aveva autorizzato la concentrazione senza condizioni il 23 giugno 2026, ma Petrobras e l’associazione dei petrolieri Abep hanno contestato il via libera, chiedendo rimedi strutturali che potrebbero comprendere la cessione di alcune navi specializzate di Saipem. Il gruppo italiano e quello norvegese, invece, difendendo l’operazione davanti al tribunale del Cade sostenendo che Petrobras, grazie al peso dei propri investimenti e alla possibilità di stabilire le condizioni delle gare, disponga già di un forte potere contrattuale. Nei giorni scorsi, secondo alcune fonti, Saipem e Subsea7 avrebbero presentato ulteriori studi economici a sostegno della fusione. Il tribunale potrebbe pronunciarsi il 4 novembre, ultima seduta ordinaria prima della scadenza del procedimento, fissata al 10. Resta possibile anche una convocazione straordinaria. Il calendario è ancora sospeso in Europa. L’indagine approfondita dell’Antitrust Ue è ferma dal 25 agosto, con il meccanismo dello stop the clock che azzera l’orologio finché l’iter non riparte. In Australia la decisione è attesa il 1° dicembre.
Equita prevede un completamento della fusione ormai posticipato al primo trimestre 2027, ma ritiene poco probabile che le autorità impongano cessioni tali da far scattare la clausola di recesso prevista in caso di dismissioni superiori a 500 milioni di euro. (riproduzione riservata)