Rotte marittime, la nuova sfida globale: l’Italia punta sui porti per difendere la competitività. Il rapporto di Srm
Rotte marittime, la nuova sfida globale: l’Italia punta sui porti per difendere la competitività. Il rapporto di Srm
Dopo la crisi di Hormuz, porti e logistica diventano un fattore di sicurezza economica. Il Mediterraneo torna centrale e l’Italia può giocare una partita strategica

di Giusy Iorlano  11/07/2026 16:00

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Per anni il commercio globale ha inseguito la massima efficienza delle catene di approvvigionamento. Oggi la priorità è un’altra: garantire la continuità dei flussi. Le tensioni nello Stretto di Hormuz, gli attacchi nel Mar Rosso e le difficoltà del Canale di Suez hanno riportato al centro della strategia economica un fattore che sembrava acquisito: la sicurezza delle rotte marittime.

E per un Paese esportatore come l’Italia, che movimenta via mare circa un quarto del proprio commercio estero in valore e quasi la metà in volume, non si tratta soltanto di una questione geopolitica, ma di competitività industriale.

Il Mediterraneo torna al centro degli equilibri globali

È in questo contesto che il Mediterraneo torna ad assumere una centralità destinata a ridisegnare gli equilibri logistici dei prossimi anni. A metterlo nero su bianco il tredicesimo Rapporto Italian Maritime Economy di Srm, il centro studi collegato al gruppo Intesa Sanpaolo, intitolato «Stretti e rotte marittime nel nuovo scenario globale» e presentato il 10 luglio a Napoli.

In questo quadro emerge che il commercio mondiale non sta rallentando ma si sta riorganizzando attorno a nuove direttrici regionali, dove resilienza delle supply chain, infrastrutture e porti assumono un peso crescente.

Hormuz, il punto critico dell’energia mondiale

La crisi di Hormuz rappresenta il simbolo di questo cambiamento. Prima delle tensioni, infatti, nell’area transitava attraverso lo stretto il 37% del commercio mondiale di greggio, il 28% del Gpl, il 19% del Gnl, il 19% dei prodotti raffinati, il 13% dei prodotti chimici e il 9% dei veicoli.

Ma il Golfo Persico non è strategico soltanto per gli idrocarburi: dall’area proviene circa un terzo dell’offerta mondiale di elio e di fertilizzanti azotati come urea e ammoniaca, oltre a quote superiori al 50% di alcune materie prime critiche utilizzate dalla manifattura, dalla chimica e dall’agroalimentare.

La quasi chiusura dello Stretto ha bloccato volumi equivalenti a circa il 10% della produzione mondiale di petrolio e al 5% di quella di gas naturale, coinvolgendo anche l’1,4% della flotta container globale.

L’effetto è stato immediato: aumento dei prezzi energetici, crescita dei premi assicurativi e impennata dei noli marittimi.

Le catene logistiche cambiano rotta

Le compagnie di navigazione hanno reagito rapidamente per evitare l’interruzione delle catene di approvvigionamento. Oltre alle deviazioni di rotta e a un maggiore ricorso al transhipment, sono state sviluppate soluzioni intermodali mare-terra, come i servizi introdotti da Msc e Cma Cgm, mentre i primi effetti della crisi si sono riflessi sugli hub logistici degli Emirati Arabi Uniti.

Secondo Srm, con il graduale superamento dell’emergenza una parte significativa dei traffici tornerà progressivamente a utilizzare la rotta tradizionale attraverso Hormuz, ma la lezione ormai è chiara: la resilienza delle supply chain è diventata un fattore strutturale di competitività.

Il commercio mondiale si regionalizza

La trasformazione non riguarda solo il Medio Oriente. Il commercio mondiale continua a crescere, ma cambia geografia. Il decoupling tra Stati Uniti e Cina accelera la regionalizzazione delle catene del valore. Nel 2025 le importazioni americane dalla Cina sono diminuite del 30%, mentre quelle provenienti dai Paesi Asean sono aumentate del 29%, favorendo il rafforzamento di Vietnam, Thailandia e Cambogia come nuovi poli produttivi.

Pechino, parallelamente, ha incrementato le esportazioni verso l’Africa (+25,8%) e il Sud-Est asiatico (+13,4%), mentre l’Unione europea punta sulla diversificazione commerciale attraverso nuovi accordi e sul corridoio India-Middle East-Europe Economic Corridor (Imec).

Mediterraneo, la nuova piattaforma logistica

In questo nuovo equilibrio il Mediterraneo rafforza la propria centralità. Nonostante le difficoltà di Suez, nel 2025 i principali porti container dell’area hanno movimentato oltre 72 milioni di Teu, con una crescita del 5,9%, mentre il traffico intra-mediterraneo è aumentato del 6,3%.

Lo spazio euro-mediterraneo vale ormai circa il 31% del commercio mondiale, pari a 7.600 miliardi di dollari, e le previsioni indicano una crescita del traffico container del 15% entro il 2030, superiore alla media globale.

Italia, l’occasione passa dai porti

Per l’Italia questa evoluzione rappresenta una finestra di opportunità. Nel 2025 il commercio estero ha raggiunto 1.235 miliardi, con esportazioni pari a 643 miliardi, confermando il Paese tra i principali esportatori mondiali. La Blue Economy genera 76,6 miliardi di valore aggiunto e occupa oltre un milione di persone, mentre circa il 25% dell’interscambio nazionale in valore viaggia via mare.

La dipendenza dalle rotte marittime rende però l’economia italiana particolarmente sensibile alle crisi geopolitiche. Gli scambi via mare con i Paesi del Golfo valgono circa 21 miliardi di euro e il 21% delle importazioni nazionali di petrolio e gas transita attraverso Hormuz.

Porti e infrastrutture diventano asset strategici

«La chiusura di Hormuz conferma che la competitività dei Paesi manifatturieri si gioca sempre più sulla sicurezza e sulla continuità delle rotte marittime. I primi segnali del 2026 mostrano un import-export italiano via mare in rallentamento, pari a 73,1 miliardi di euro, in calo dell’8%. È un segnale non ancora allarmante ma su cui riflettere: energia, materie prime e beni industriali risentono subito delle tensioni sui grandi chokepoints», spiega a MF-Milano Finanza Massimo Deandreis, direttore generale di Srm.

I porti italiani arrivano a questa nuova fase con fondamentali solidi. Nel 2025 le Autorità di Sistema Portuale hanno movimentato 511 milioni di tonnellate di merci (+3,5%), mentre il traffico container è salito a 12,8 milioni di Teu (+7,1%), sostenuto soprattutto dal transhipment. L’Italia si conferma inoltre leader europeo nello Short Sea Shipping con 304 milioni di tonnellate movimentate e una quota del 15,6% del mercato comunitario.

La nuova competizione si gioca sull’integrazione

Ma la competizione non si giocherà più soltanto sulla capacità di movimentare merci. Il vero vantaggio competitivo dipenderà dall’integrazione tra porti, ferrovie, aree industriali e mercati di destinazione.

È su questa direttrice che si concentrano oltre 13 miliardi di euro di investimenti programmati nel sistema portuale italiano, destinati a migliorare accessibilità marittima, collegamenti ferroviari dell’ultimo miglio, digitalizzazione e resilienza delle infrastrutture.

Una strategia marittima per la crescita italiana

Una visione condivisa anche dal presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro: «Il mare è una chiave di lettura privilegiata per comprendere l’evoluzione dell’economia mondiale. Rotte marittime, porti, stretti strategici e infrastrutture logistiche non sono soltanto elementi del sistema dei trasporti: sono i luoghi nei quali si intrecciano commercio internazionale, sicurezza energetica, politica industriale e nuovi equilibri geopolitici». E ha aggiunto: «Una parte rilevante della competitività dell’Italia si gioca proprio sull’efficienza e sulla capacità del suo sistema logistico-portuale, infrastruttura essenziale per sostenere crescita, apertura internazionale e resilienza economica».

In questo scenario, ha continuato Deandreis, i porti italiani «non sono solo infrastrutture logistiche, ma presidi strategici dell’economia nazionale. La loro capacità di adattarsi, diversificare i flussi e rafforzare i collegamenti con i mercati diventa decisiva. Occorre accelerare su investimenti portuali, intermodalità, digitalizzazione e ultimo miglio. L’Italia può rafforzare il proprio ruolo nelle nuove geografie del commercio globale. La risposta alla crisi non può essere difensiva: deve diventare una strategia industriale e marittima di lungo periodo». (riproduzione riservata)