Risiko sì, ma il credito? Utili record per le banche che però si dimenticano dei prestiti a famiglie e imprese
Risiko sì, ma il credito? Utili record per le banche che però si dimenticano dei prestiti a famiglie e imprese
Le banche italiane si stanno aggregando. Ma assolvono alla funzione di fare prestiti e fidi? Numeri alla mano, si è affermato il modello capital light: meno rischio e più commissioni. Finchè dura

di di Fabio Pavesi 01/11/2026 11:00

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C’è un grande assente nell’epopea di notizie sul grande riassetto del sistema bancario italiano che pervade le cronache ormai dal 2024 e che è entrato nella sua fase (forse) finale. Tra concambi, sinergie, passivity rule, dettagli tecnici sulle opas, il convitato di pietra è il credito, di cui ben poco si parla. Peccato che sia il cuore dell’attività bancaria e che segnali il buon funzionamento della cinghia di trasmissione dalla politica monetaria all’economia reale. Le banche che si stanno mangiando tra loro assolvono alla funzione di fare mutui, prestiti e affidamenti alle imprese? A guardare alle ultime statistiche fornite dall’Abi parrebbe di sì.

L’ultimo rapporto segnala che a settembre lo stock di impieghi a famiglie e imprese è salito del 3,7% su base annua e che è ormai un trend strutturato che dura da tempo, con incrementi positivi mese su mese. A vederla così il credito non manca, anzi le banche, pur con un Paese che ha tassi di crescita del pil che si collocano sotto l’1%, appaiono più che virtuose. Ma lo sguardo andrebbe proiettato più lontano, in rapporto con la straordinaria fase di redditività del sistema, come non si vedeva da decenni.

La grande ricchezza nei conti bancari, prodotta dall’esplosivo rialzo dei tassi Bce che dal 2022 sono passati dalla lunga fase a zero a oltre il 4% e che hanno portato il margine d’interesse del sistema da quota 45 miliardi di euro del 2022 ai 60 miliardi del 2025, non è stata conseguita facendo più volumi di credito. Al contrario lo stock di impieghi è sceso. Come riportano le statistiche di Banca d’Italia nell’estate del 2022, all’avvio del rialzo dei tassi, i prestiti a famiglie e imprese erano di 1.348 miliardi di euro. Nell’estate di quest’anno il credito all’economia reale è sceso a 1.307 miliardi. Mancano all’appello 41 miliardi, una decrescita cumulata del 3% dello stock. Con un decremento di ben 61 miliardi per l’universo imprese, compensato dai 20 miliardi in più tra mutui e prestiti alle famiglie.

Quattro anni da Eldorado per i bilanci bancari, con il credito in ritirata. Del resto è intuitivo: lo spread tra tassi passivi della raccolta e tassi attivi sugli impieghi è volato. E il settore ha potuto aumentare i margini da interesse di ben il 30% in soli 4 anni, senza far crescere i volumi, anzi contraendoli.

Il migliore dei mondi possibili per un banchiere, che per ogni mille euro di prestito si è visto portare a casa ben oltre 30 euro di interessi.

L'impatto sui coefficienti patrimoniali e sui tassi sui mutui

Tra l’altro abbassando il profilo di rischio per la banca, dato che non solo si deve accantonare capitale nel fare credito, ma meno prestiti vogliono dire minori possibilità di imbarcare sofferenze e incagli futuri. Meno volumi di credito consentono poi di abbassare gli asset pesati per il rischio, tra cui appunto i crediti (i cosiddetti Rwa) che incidono nel calcolo dei coefficienti patrimoniali. Più il Rwa scende, più sale il Cet1. E quella forbice tra quanto costa raccogliere il denaro e a quanto viene prestato, dopo una breve recente pausa, sta di nuovo allargandosi in virtù del nuovo ciclo rialzista della Bce. Del resto le stesse statistiche dell’Abi ci dicono che a settembre il tasso medio sui nuovi mutui si colloca al 3,61% e quello sui nuovi finanziamenti alle imprese al 3,77%. Destinati probabilmente a salire in futuro. Mentre l’intero stock (quindi anche i prestiti contratti negli anni) vanta un tasso medio del 4,24%.

Si dirà che non solo mutui e prestiti sono diventati molto cari nel periodo dal 2022 al 2025, ma anche la raccolta è costata assai di più. Vero per i conti deposito a durata prestabilita, meno probante per i depositi di conto corrente liberi, storicamente remunerati vicino a zero che, sempre secondo Abi, si collocherebbe allo 0,36%. Un dato statistico che potrebbe fare a pugni con la realtà, dato che molti dei conti correnti liberi non hanno tuttora remunerazione. I depositi in conto corrente liberi secondo Banca d’Italia ammontano tuttora a 1.400 miliardi di euro. Di fatto superando di 100 miliardi lo stock di impieghi a famiglie e imprese e rendendo remunerativo al massimo il fare credito, dato che il costo per le banche del denaro in questo caso è vicino a zero.

Che le banche abbiano potuto fare molti soldi, pur limitando il credito negli ultimi anni, solo grazie all’effetto tassi è un fatto.

La dinamica della domanda di credito

Ma si potrebbe supporre che più che la contrazione dell’offerta da parte degli istituti, sia stata la domanda di credito ad auto-limitarsi, in virtù del maggiore costo a indebitarsi si sia. È la famosa metafora del cavallo: non beve perché non ha sete o perché l’abbeveratoio è vuoto?

Per i banchieri è spesso la domanda a latitare. Del resto è vero che l’attività bancaria è tipicamente prociclica. Quando l’economia corre il credito tende a crescere, mentre si affievolisce con l’economia in difficoltà o quando il costo degli oneri sul debito cresce. Ma si è affermato un trend più strutturale: da tempo si è allargata la forbice nel rapporto tra i depositi dei clienti e il credito. Il cosiddetto loan to deposit ratio (Ldr) in media per il sistema bancario italiano si situa da tempo intorno all’80-85%. Con poche eccezioni all’insù e all’ingiù. E’ uno dei rapporti più bassi in Europa, documentano le analisi della Bce.

Se in più la gran parte dei depositi, come accade in Italia, è remunerata a cifre risibili, allora non c’è bisogno di spingere sui volumi per far correre il margine d’interesse. E tenere basso il rapporto tra depositi e impieghi serve anche ad avere liquidità da spendere nelle attività finanziarie: non bloccano capitale e possono essere più remunerative del credito. Oltre che sostenere storicamente il debito pubblico italiano. L’intero sistema oggi detiene ben 400 miliardi di titoli di Stato della Repubblica: un argine allo spread, quando latitano i compratori esteri come più volte accaduto nel passato.

Il sistema bancario italiano si sta sempre di più radicando sul modello capital light: credito tenuto a bada e sviluppo delle attività connesse alla gestione del risparmio. Più profittevole e con bassi se non nulli rischi sul capitale. In fondo c’è la sterminata ricchezza finanziaria degli italiani, gestita ancora in modo inefficiente, rispetto in genere all’Europa, con bassa esposizione all’equity, agli accantonamenti previdenziali e con masse di denaro lasciate sui conti correnti. Una manna per le commissioni bancarie, cresciute a doppia cifra negli ultimi anni.

In questo modello in trasformazione si inserisce il consolidamento del sistema, alle battute finali del risiko che sta imperversando.

Utili bancari e scenari futuri di consolidamento

In fondo il contesto spingeva a questa fase. I grandi utili, la redditività con i Roe al 15%; le perdite sui crediti dopo anni di crisi, scese a livelli fisiologici hanno spinto i valori di mercato delle banche a livelli impensati qualche anno fa. La carta bancaria sempre più cara ha permesso le offerte di scambio, come sta accadendo. Oggi in media le banche italiane producono profitti tra il 30 e il 40% dei loro ricavi. Banche ricche in economia debole potrebbe essere il nuovo leit motiv. Con in più il rischio che le nuove concentrazioni finiscano per valorizzare le banche sul mercato, ma possano anche limitare ulteriormente il credito. (riproduzione riservata)