Risiko, dopo le banche tocca alle sgr. Ecco tutti i dossier più caldi nella fase due del consolidamento
Risiko, dopo le banche tocca alle sgr. Ecco tutti i dossier più caldi nella fase due del consolidamento
Da Anima a Banca Generali passando per Amundi, adesso tocca ai gestori, che possono finire nel mirino dei big italiani ma anche dei player esteri. Con il governo alla finestra

di di Andrea Deugeni e Luca Gualtieri 06/11/2026 21:29

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Il risparmio potrebbe essere il grande protagonista della seconda fase del risiko finanziario italiano. Le manovre avviate nell’autunno del 2024 hanno ridisegnato gli equilibri del settore bancario, coinvolgendo sia i gruppi tradizionali sia gli istituti specializzati. Già in quella fase alcune società del wealth e dell’asset management sono state interessate dal consolidamento, ma è nei prossimi mesi che la partita potrebbe entrare davvero nel vivo.

Gli occhi del mercato sono puntati soprattutto sull’opas di Intesa Sanpaolo su Mps. Se andasse in porto, l’operazione porterebbe nel perimetro di Ca’ de Sass non solo le attività di wealth management di Mediobanca, ma soprattutto il 13,35% di Generali oggi detenuto da Piazzetta Cuccia. Il destino della partecipazione dipenderà dalle condizioni poste dall’Antitrust.

La proposta di Intesa è di introdurre barriere informative, le cosiddette chinese walls, per prevenire lo scambio di informazioni sensibili e neutralizzare i possibili conflitti sul piano concorrenziale. Sulla carta però l’operazione darà vita a un colosso con in mano il 50-55% delle gestioni patrimoniali.

L'interesse del mercato per Banca Generali e Unicredit

Numeri che giustificherebbero degli interventi sul nuovo gruppo. A Trieste il gioiellino del wealth management si chiama Banca Generali. Fa gola a molti e, in un’ottica di pax non belligerandi fra Intesa e Unicredit, potrebbe diventare una delle contropartite di una più ampia convergenza strategica tra le due maggiori banche del Paese.
 

Nel giro di un anno la private bank guidata da Gian Maria Mossa controllata dal Leone con il 50,17% è finita prima nel mirino di Mediobanca e poi di Mps, offerte che hanno bloccato il gruppo per due volte con la passivity rule mentre si disegnavano i nuovi accordi di insurebank fra il gruppo e la controllante Generali in Italia. Un percorso che assegna alla banca un ruolo più ampio nella gestione della ricchezza della clientela del Leone.
 

Ma c’è chi ritiene che il candidato favorito per un m&a sia proprio Unicredit, terzo socio del Leone con circa il 9% e, secondo alcuni rumor, proiettato già oltre il 10%. La ragione è che la banca guidata da Andrea Orcel è in cerca di fabbriche prodotto da internalizzare e ha spesso giustificato proprio l’investimento a Trieste con la volontà di sviluppare sinergie industriali. Per Unicredit mettere le mani su Banca Generali significherebbe rafforzarsi nella consulenza e nella gestione dei grandi patrimoni, acquisendo una rete capace di alimentare ricavi da commissioni. Per Generali, per cui nei prossimi mesi potrebbe arrivare il nuovo accordo di partnership proprio con la banca di Orcel, un’eventuale cessione potrebbe accompagnarsi a un salto di scala nella distribuzione.

Potrebbero intrecciarsi invece le partite di Anima e Amundi, qualora prendesse forma un'aggregazione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia. Anima, controllata da Piazza Meda dopo l'opa del 2025, gestisce masse per quasi 210 miliardi; la controllata del gruppo francese invece deve affrontare la progressiva riduzione dei rapporti commerciali con Unicredit. La banque verte, che detiene il 29,3% di Bpm, sta valutando il conferimento delle proprie attività bancarie italiane in cambio di nuove azioni. Secondo alcune simulazioni, l'operazione consentirebbe ai francesi di salire al 44-46% del capitale senza un'opa totalitaria, qualora ricorressero le condizioni per l'esenzione. Il 5 novembre lo stesso ceo Giuseppe Castagna ha chiarito che Bpm non intende prendere l'iniziativa e che qualsiasi proposta dovrà essere conveniente per tutti gli azionisti, non soltanto per Agricole.

I nodi industriali tra Anima, Mps e Amundi

Uno dei nodi industriali riguarda proprio Anima. Castagna ha ribadito l'intenzione di mantenerla nel perimetro del Banco, senza tuttavia considerare la presenza di Amundi. All’interno del nuovo gruppo franco-italiano le due società potrebbero conservare la propria autonomia, ridefinendo le rispettive attività e gli accordi distributivi. Per Anima resta inoltre aperta la questione del contratto con Mps, in scadenza nel 2030. L'opas di Intesa sul Monte e l'eventuale trasferimento di una parte degli sportelli senesi a Bper potrebbero modificare la rete attraverso cui vengono distribuiti i prodotti.

Più delicata è la posizione di Amundi. A metà del 2027 scadrà l'accordo con Unicredit, ridimensionato da Orcel a favore della piattaforma interna OneMarkets e di altri gestori. La banca punta a recuperare autonomia nella gestione del risparmio e ad aumentare la quota di commissioni trattenute sulla vendita dei prodotti. Un'aggregazione tra Bpm e Agricole potrebbe però riaprire il negoziato. L'operazione potrebbe essere accompagnata dalla cessione a Unicredit di un pacchetto di sportelli del Banco, anche per soddisfare le richieste dell'Antitrust.

In cambio, l’Agricole potrebbe ottenere il rinnovo dell’alleanza tra Piazza Gae Aulenti e Amundi. Orcel rafforzerebbe così la presenza della banca nella ricca Lombardia, mentre il gruppo francese conserverebbe un importante canale distributivo per i propri fondi nel secondo mercato europeo. In questo scenario, il rinnovo dell'accordo con Orcel consentirebbe ad Amundi di preservare una parte rilevante della propria distribuzione in Italia, ma resterebbe il problema dei rapporti e delle sovrapposizioni con Anima. L’asset manager milanese si ritroverebbe a monte della catena una proprietà francese, quadro che potrebbe generare mal di pancia difficile da trascurare in Italia. (riproduzione riservata)