A un mese esatto dall’assemblea che ha riconfermato Luigi Lovaglio alla guida di Mps, tra i grandi soci del Monte torna a salire la tensione. E, archiviato lo scontro sulle nomine e sui comitati, il confronto si sposta ora sul terreno della strategia.
A riaccendere il dibattito è stata un’intervista al Corriere della Sera di Francesco Gaetano Caltagirone, secondo socio dell’istituto con il 13,5%, che ha preso posizione sui due dossier più sensibili del momento, il futuro della quota in Generali e la scelta del partner.
Sul primo punto l’imprenditore romano si è detto contrario a qualsiasi ipotesi di vendita del 13,2% del Leone detenuto attraverso Mediobanca: «Oggi un pacchetto importante di Generali è oggetto del desiderio delle grandi banche. Non capisco perché chi ce l’ha dovrebbe venderla. La compagnia dà al gruppo una componente assicurativa che tutte le banche cercano. Perché rinunciarvi?». La posizione è diversa da quella di Lovaglio, che negli ultimi mesi ha definito più volte la quota un asset «nice to have», cioè molto profittevole ma non imprescindibile.
In altre parole, la partecipazione potrebbe anche essere smontata in funzione di operazioni straordinarie se il riassetto nel settore del credito aprisse scenari più favorevoli. Ed è proprio sul terreno del consolidamento che le distanze tra il banchiere e il secondo socio di Mps appaiono più marcate. Da settimane il mercato assiste a un avvicinamento tra Lovaglio e il ceo di Banco Bpm Giuseppe Castagna, un asse emerso con chiarezza durante l’assemblea e interpretato come il possibile preludio a un’integrazione tra i due gruppi.
Caltagirone parla di «un nuovo assalto al risparmio italiano» ma l’operazione potrebbe incontrare il gradimento del governo e soprattutto del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti che da tempo lavora alla nascita di un terzo polo bancario in grado di competere con i due grandi campioni, Intesa Sanpaolo e Unicredit. E l'idea potrebbe piacere anche ad azionisti forti di ambo le parti da Delfin a Davide Leone fino ai fondi internazionali, allettati dalle sinergie in vista.
«Temo che il risultato della recente assemblea favorisca da un lato la fusione di Mps in Bpm distruggendo qualcosa che da cinque secoli esiste a Siena, e dall’altro che ci possa essere un nuovo assalto al risparmio italiano», ha dichiarato Caltagirone, che per Siena prefigura una perdita della sede e dell’autonomia: «Ho la percezione che esistano forti istanze perché in un’eventuale fusione tra Bpm e Mps sia Bpm a incorporare Mps e non viceversa, con l'effetto di spostare la sede a Milano e disperdere sia l'indotto sia quel tesoro di professionalità che si è accumulata negli anni nella più antica banca del mondo».
Ma sul mercato non c’è uniformità di vedute. Diversi analisti fanno notare che, almeno sul piano finanziario, potrebbe essere Mps ad avere oggi le carte più forti per guidare l’integrazione. Siena capitalizza circa 29 miliardi contro i 21 del Banco e dispone soprattutto di una leva strategica che il mercato considera decisiva: il 13,2% di Generali.
Secondo un recente report di Deutsche Bank, quella partecipazione potrebbe essere utilizzata a sostegno del deal, rafforzando la componente cash dell’operazione con una potenza di fuoco fino a 8 miliardi. In aggiunta il portafoglio di attività industriali derivanti dalla fusione con Mediobanca, che secondo il piano di Lovaglio proietteranno in futuro Rocca Salimbeni al vertice degli istituti europei per redditività, metteranno la banca senese in una posizione di forza nel disegnare gli assetti del nuovo gruppo.
Anche in un contesto del genere però un merger comporterebbe la diluizione dei soci di Mps, con Delfin in discesa dal 17,5 all’11%, il Tesoro dal 4,9 al 3,2% e Caltagirone dal 13,5 al 6,8%, quota quest’ultima che potrebbe superare di poco quella di Crédit Agricole, oggi socio forte di Piazza Meda la cui influenza verrebbe depotenziata dal merger domestico. (riproduzione riservata)