Il Giappone è sempre più al centro dell’attenzione dei mercati. Non si tratta di semplice curiosità per quanto accade nella quarta economia al mondo per pil. I movimenti sui tassi di Tokyo possono avere effetti di grande rilievo negli Usa e nell’Ue. Il rendimento dei bond giapponesi a dieci anni ha superato nei giorni scorsi il 3%. È la prima volta che accade dal 1996. Già questo fa capire la portata storica del livello raggiunto.
I tassi, triplicati in due anni, risentono dei timori per l’inflazione e per le politiche di bilancio espansive della premier Sanae Takaichi. La Banca del Giappone, guidata dal governatore Kazuo Ueda, ha aumentato i tassi all’1,25%, il livello più alto dal 1995, ma il mercato prevede ulteriori strette nei prossimi mesi.
Cosa vuol dire questo per Usa e Ue? Gli investitori giapponesi, forti creditori verso l’estero, stanno osservando con crescente attenzione i titoli nazionali, che sono sempre più redditizi nel confronto con quelli internazionali.
Inoltre il governo di Tokyo sta imponendo ai grandi investitori istituzionali domestici di investire nei confini nazionali. Il ministro delle Finanze Satsuki Katayama ha invitato il Government Pension Investment Fund (Gpif), il più grande fondo pensione del mondo con asset per 1.800 miliardi di dollari, ad aumentare «in modo significativo» le posizioni sugli asset nazionali, con l’obiettivo di rafforzare lo yen e la sostenibilità del debito.
Ma se gli investitori giapponesi lo faranno, dovranno ridurre gli asset detenuti all’estero. Anche le banche nazionali, secondo stime di Hsbc, hanno venduto 70 miliardi di titoli esteri quest’anno, mentre ne avevano acquistati per 35 miliardi l’anno scorso.
Gli altri Paesi rischiano così di perdere alcuni grandi compratori di titoli. A giugno 2026, gli investitori giapponesi avevano quasi 5.200 miliardi di dollari di asset all’estero, di cui 2.400 miliardi di bond e 2.800 di azioni. L’esposizione giapponese potrebbe ridursi, come sta avvenendo nei confronti degli Stati Uniti. Un fattore che ha preoccupato in misura rilevante il segretario al Tesoro Scott Bessent.
Gli Usa hanno soccorso lo yen vendendo euro, lasciando peraltro all’oscuro la Bce. Bessent lo ha fatto per evitare vendite in massa di titoli Usa da parte di Tokyo. Il Giappone è il primo acquirente estero al mondo di Treasury: ne ha per 1.100 miliardi di dollari, il 3,5% del totale, un livello comunque inferiore al picco di circa 1.200 miliardi a fine 2025.
Per Washington è una questione di primaria importanza. Anche il fondo sovrano della Norvegia ha annunciato la volontà di ridurre l’esposizione verso gli Usa di 80 miliardi. Nel frattempo l’ammanco di compratori statali non riesce a essere compensato dalla domanda di Treasury degli emittenti di stablecoin, la cui crescita si è arrestata nell’ultimo anno.
Unicredit ha rilevato che da inizio anno il Giappone ha ridotto l’esposizione ai bond Usa di 80 miliardi, anche se per il momento si è trattato in gran parte di titoli a breve termine, mentre il calo di Treasury a lungo termine è stato di 11 miliardi di dollari. «Gli investitori temono che le posizioni giapponesi possano diminuire ulteriormente a causa della necessità di arginare l’indebolimento della valuta – una questione che rimane aperta dopo la decisione sui tassi presa dalla Banca del Giappone – e di impiegare il risparmio per assorbire un’offerta crescente di debito pubblico nazionale, dato che il governo sta attuando una politica fiscale espansiva», ha osservato Luca Cazzulani, head of strategy di Unicredit. «Qualsiasi riduzione prolungata della domanda giapponese di titoli del Tesoro potrebbe rappresentare un ulteriore ostacolo per i bond statunitensi».
Per Unicredit il comportamento degli investitori giapponesi «rimarrà una variabile importante da monitorare per le implicazioni sui titoli del Tesoro statunitensi», inoltre «un eventuale aumento strutturale della propensione nazionale tra gli investitori giapponesi rappresenterebbe una sfida a medio termine per i mercati obbligazionari globali», incluso quelli europei.
I movimenti in Giappone possono causare così un rialzo dei tassi globali, assieme agli altri fattori che stanno spingendo in alto i rendimenti in questa fase. Deutsche Bank ha stimato che la potenziale riallocazione verso attività giapponesi possa raggiungere i 440 miliardi di dollari nei prossimi anni, in uno scenario di massimo impatto che coinvolgesse fondi pensione, compagnie assicurative e investitori al dettaglio.
«Se i rendimenti domestici continuano a salire, il Giappone potrebbe gradualmente trattenere una quota maggiore di capitale in casa», ha rilevato Vanguard. «Questo aspetto è rilevante non solo per lo yen e i titoli di Stato giapponesi, ma anche per i mercati Usa, Ue e per le condizioni di finanziamento globali in senso più ampio».
Per il momento il rimpatrio delle risorse in Giappone è agli inizi. Molti investitori del Paese stanno aspettando che la banca centrale raggiunga il picco sui tassi. Tuttavia su questo punto c’è incertezza, in particolare dopo il dissenso di due membri del board (nominati da Takaichi) nell’ultimo rialzo della Bank of Japan.
«La questione del rimpatrio potrebbe iniziare a prendere slancio nel 2027», ha osservato State Street. Per i mercati di tutto il mondo sarà un motivo in più per guardare verso Tokyo. (riproduzione riservata)