La Commissione Europea ha dato semaforo verde a uno schema di aiuti monstre per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Nel dettaglio l’Italia riceverà fino a 23 miliardi di euro, nell’ambito del nuovo Clean Industrial Deal State Aid Framework, per installare 37,15 Gw di nuova capacità (eolico onshore, solare, idroelettrico e gas residuato da depurazione) e incrementare così del 48% l’attuale capacità Fer del Paese.
Per l’Italia si tratta di un obiettivo duplice: raggiungere il target del 39,4% di consumi elettrici coperti da rinnovabili entro il 2030 e iniettare una massiccia dose di stabilità nel sistema energetico nazionale. Per riuscirci, però, la prima cosa da organizzare sono le gare per gli operatori.
Il piano delinea due binari d’accesso nettamente distinti a seconda della taglia dei progetti. Per quanto riguarda i grandi impianti (sopra 1 megawattora) l’assegnazione avverrà tramite aste competitive, trasparenti e non discriminatorie. Gli operatori si sfideranno offrendo il prezzo minimo di esercizio necessario a rendere sostenibile il progetto. Per il solare saranno inoltre applicati i criteri di preselezione qualitativa previsti dal Net Zero Industry Act.
Per evitare barriere burocratiche, i piccoli operatori (che realizzeranno impianti sotto il 1Mw) beneficeranno invece del regime diretto, senza passare dalle gare. L’operatore dovrà presentare domanda al Gse (Gestore dei Servizi Energetici) all’entrata in esercizio dell’impianto con i prezzi che saranno regolati dall’Arera.
Un aspetto cruciale per gli investitori riguarda le modalità di erogazione dei fondi, che non avverrà tramite contributi a fondo perduto sulla costruzione, bensì attraverso un incentivo legato alla produzione reale per una durata di 20 anni. Lo Stato utilizzerà il modello dei Contratti per Differenza (Cfd) a due vie, un meccanismo finanziario simmetrico che si basa sulla differenza tra il prezzo di mercato dell’energia e la tariffa d’asta concordata.
Ciò significa che se il prezzo dell’energia sul mercato elettrico scende al di sotto del prezzo di esercizio concordato con l’operatore, lo Stato versa all’azienda la differenza. In questo modo, l’investitore ha la certezza di un flusso di cassa minimo garantito, riducendo a zero il rischio di mercato. Se il prezzo di mercato supera invece il prezzo di esercizio, il meccanismo si inverte: l’operatore è tenuto a restituire l’eccedenza allo Stato.
Uno schema in grado di proteggere sia gli operatori dai ribassi dei prezzi sia lo Stato (e i contribuenti) da extra-profitti in caso di fiammate dei mercati. Non a caso, il budget stimato di 23 miliardi si basa sulle attuali curve previsionali dei prezzi: se i prezzi dell’energia elettrica nei prossimi vent’anni si mantenessero stabilmente alti, l’esborso netto effettivo per le casse pubbliche potrebbe rivelarsi considerevolmente inferiore.
Al di là del pur rilevante capitolo delle gare d’appalto, la portata dell’operazione si misura sui suoi effetti macroeconomici di lungo termine. Nelle intenzioni di Bruxelles e Roma, la progressiva entrata in funzione di questi impianti ridurrà strutturalmente i prezzi dell’elettricità sul mercato interno e, al contempo, taglierà la dipendenza dell'Unione Europea dalle importazioni di energia.
In un contesto geopolitico ancora volatile, l’accelerazione sulla transizione pulita si inserisce perfettamente nella cornice del piano RePowerEu e del Clean Industrial Deal. Produrre più energia in house, a costi marginali azzerati (come nel caso di sole e vento), significa non solo abbassare le bollette di imprese e famiglie, ma anche blindare la competitività del tessuto industriale italiano ed europeo contro futuri shock geopolitici o strozzature nelle catene di approvvigionamento dei combustibili fossili. (riproduzione riservata)