Il disegno di legge di riforma della Difesa entra nella sua fase decisiva. Dopo i recenti annunci e il coinvolgimento diretto delle Forze Armate nella stesura, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha messo nero su bianco tempi e metodo: il testo sarà portato all’esame del Consiglio dei ministri entro marzo 2026, per consentire un rapido avvio dell’iter parlamentare.
È quanto emerge dalla lettera inviata al Parlamento, in possesso di MF-Milano Finanza, nella quale il titolare di Palazzo Baracchini richiama esplicitamente il contesto internazionale e la necessità di «decisioni rapide e scelte chiare». Una riforma che Crosetto definisce «ambiziosa» e che – scrive – ricadrà «su chi verrà dopo di noi», incidendo in modo diretto sulla sicurezza e sulla credibilità del Paese.
«È necessario rendere la Difesa più moderna, flessibile ed efficiente», spiega il ministro, sottolineando come molte nazioni alleate abbiano già avviato percorsi analoghi: come l’obiettivo di 265 mila militari della Germania e quello della Polonia di passare da 215 a 500 mila militari professionisti. Da qui anche l’esigenza di adeguare il quadro operativo e normativo interno, giudicato non più all’altezza delle trasformazioni in atto.
Per questo Crosetto ha formalizzato l’incarico a un Comitato strategico, composto da tutti i rappresentanti delle Forze Armate, chiamato a lavorare al disegno di legge. La proposta, nelle intenzioni del ministro, «deve nascere dall’esperienza operativa» per poter rispondere alle «reali esigenze del Paese».
Il perimetro della riforma è ampio. Il lavoro si concentrerà su capacità operative, semplificazione delle procedure e organizzazione del personale, includendo ambiti considerati ormai essenziali come le forze della riserva e la cyber security. Due tasselli chiave per rafforzare la resilienza del sistema difensivo nazionale in uno scenario segnato da minacce ibride, tecnologiche e asimmetriche. «I principali Paesi europei lo hanno compreso e stanno già intervenendo sul “fattore umano” dello strumento militare», aveva detto il ministro durante il question time del 28 gennaio.
Sul tema degli organici, la legge 244 del 2012 – che fissa il tetto del personale della Difesa a 170 mila unità (oggi circa 160 mila) – è stata più volte definita da Crosetto «da buttare via». Le esigenze operative, secondo il ministro, imporrebbero un aumento ben più consistente: almeno 30-40 mila unità in più. Una posizione ribadita anche nel documento informale presentato lo scorso 17 novembre al Consiglio supremo di Difesa, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
In quella sede Crosetto aveva indicato la necessità di 10-15 mila nuove unità da formare specificamente nelle nuove tecnologie e nell’intelligenza artificiale, per fronteggiare quella che definisce una guerra ibrida già in corso. Di queste, almeno 5 mila sarebbero necessarie nel solo ambito cyber. L’obiettivo è intercettare soprattutto i più giovani e quelle professionalità che difficilmente entrerebbero nei ranghi militari in senso classico.
Un modello che si affiancherebbe, senza sostituirla, alla riserva selezionata già esistente, composta da professionisti altamente qualificati, come gli ingegneri impiegati in missioni civili-militari all’estero. Non a caso Crosetto guarda a esempi stranieri: dalla Svizzera, dove il concetto di riserva coinvolge in forme diverse gran parte della popolazione adulta, fino ai grandi programmi di rafforzamento avviati da Francia, Germania e Polonia.
La posta in gioco, però, va oltre i numeri. Nella lettera al Parlamento il ministro insiste sulla necessità di un confronto ampio e trasversale, che superi le logiche di maggioranza. «Le scelte sul modello di difesa del futuro riguardano un Paese intero», ha chiarito più volte Crosetto, rivendicando una sola vocazione: la difesa del proprio Paese. (riproduzione riservata)