Nel pieno della volatilità dei mercati, con ribassi velocissimi concentrati in poche ore e recuperi altrettanto celeri, il mondo dei dividendi alza la voce. Soprattutto a Piazza Affari, nota per essere il listino più generoso in Europa con gli investitori: nel 2025 è atteso staccare oltre 41 miliardi di dividendi, in crescita del 13,5% rispetto all’anno precedente. Arriva anche una seconda buona notizia: esiste una cinquantina di titoli sul segmento principale, l’Mta, il cui dividend yield, ovvero il rendimento della cedola rapportato al prezzo di mercato, è di almeno il 5%, fino al 13,5%. La grande stagione dello stacco dividendi inizia a fine aprile per concentrarsi per lo più a maggio. Certo, l’incertezza sul fronte geopolitico resta alta, a partire dal fatto che il presidente Usa, Donald Trump, ha firmato qualcosa come oltre 100 ordini esecutivi nei primi 63 giorni di governo, molti dei quali sui dazi. Nel frattempo, a soffrire di più è stata Wall Street, mentre l’Europa ha dato dimostrazione di resilienza in borsa grazie anche agli investimenti miliardari annunciati dalla Germania sul fronte delle infrastrutture e da quelli dei Paesi Ue, Italia compresa, sulla difesa.
Alberto Villa, Responsabile Equity Research di Intermonte, è positivo sul tema dei dividendi di Piazza Affari, che «passano dai 36,5 miliardi del 2024 a oltre 41 miliardi del 2025, tenendo conto che le nostre previsioni sui titoli che seguiamo riguardano oltre il 90% della capitalizzazione del mercato». Sul fronte della sostenibilità dei dividendi, Intermonte si aspetta per il prossimo anno un ulteriore aumento delle distribuzioni del 7% a quasi 44 miliardi. «Piazza Affari rimane uno dei mercati più generosi per chi cerca cedole ricche da settori maturi come finanziari e utilities, che sono molto ben rappresentati nel listino italiano», sottolinea Villa.
Costruire un portafoglio italiano basandosi sui dividendi non è però così semplice come potrebbe apparire, avverte Gabriel Debach, market analyst di eToro. «Nel 2025 richiede più selettività che mai», ragiona l’esperto, «in un contesto di crescita economica sotto l’1% e con la borsa in forte rally da inizio anno, la priorità non è inseguire il rendimento più alto, ma capire chi potrà permettersi di mantenerlo nel tempo». Certo, gli italiani amano i dividendi. «E i numeri lo confermano: molte big cap italiane, una volta aggiustate per i dividendi, mostrano performance di lungo periodo nettamente superiori a quelle percepite dal solo prezzo», ragiona l’esperto. «È il caso di titoli come Generali, Stellantis, Enel, Eni o le stesse banche, che nel tempo hanno costruito buona parte della loro attrattività proprio sulla componente di ritorno da dividendo».
I contributori principali di questa crescita delle cedole a Piazza Affari, riprende Villa, sono storicamente «i titoli finanziari, con le banche in prima fila, seguite da utilities ed energy. Tra le banche, la parte del leone spetta indubbiamente a Intesa Sanpaolo (con circa 6 miliardi di euro) e Unicredit (3,7 miliardi), ma forti incrementi sono attesi anche per Banca Mps, Banco Bpm, Bper, Banca Mediolanum e Banca Popolare di Sondrio».
Anche le assicurazioni rientrano fra i settori più generosi, «con forti incrementi nella distribuzione di dividendi agli azionisti. Da sempre le utilities sono titoli da cassettisti con business stabili, forte generazione di cassa e distribuzione di dividendi agli azionisti come elemento fondamentale della loro equity story», sottolinea Villa.
Secondo Debach, i rendimenti elevati del settore bancario «non sono solo frutto del risiko. Il vero motore è la redditività derivante da una trasmissione dei tassi rallentata. Il deposit beta (quanta parte di una variazione dei tassi viene trasferita in conto corrente, ndr) in Italia è tra i più bassi in Europa. Questo permette alle banche di proteggere i margini di interesse, soprattutto se hanno una base di raccolta retail ampia. Banco Bpm, Banca Ifis o Bper Banca offrono dividendi elevati, ma con rischi differenti. I multipli già tirati (data la corsa dei titoli, ndr) suggeriscono che d’ora in avanti la corsa sarà selettiva».
Le tensioni sul fronte geopolitico rendono cauti gli esperti. Secondo David Pascucci, analista di mercato di Xtb, «l’attuale situazione di mercato risulta alquanto particolare per via del distacco in corso tra mercati europei e mercati Usa, inoltre regna l’incertezza sui dazi che andrebbe a coinvolgere i mercati su scala globale, di fatto una situazione nel breve periodo che risulta ad alto rischio, quindi uno scenario tendenzialmente avverso al rischio».
I mercati europei risultano «particolarmente brillanti rispetto a quelli Usa che di fatto risultano negativi da inizio anno rispetto al Vecchio Continente che vanta performance pari a quelle che si registrano di solito verso la fine dell’anno, in sostanza rendimenti a doppia cifra», aggiunge l’esperto. Oltre all’incertezza che regna attorno al tema dazi e commercio internazionale, avverte Pascucci, i dubbi del mercato «si concentrano anche sull’andamento dell’economia americana che presenta buoni dati macro ma all’interno di tendenze di lungo periodo alquanto preoccupanti, come ad esempio l’andamento rialzista della disoccupazione e la discesa dell’inflazione, entrambe molto lente ma continue. Queste variabili incidono molto sull’andamento di lungo periodo di tutto il mercato azionario globale, pertanto l’atteggiamento dell’investitore dovrebbe essere di tipo difensivo e concentrato sul lungo periodo».
Con la conseguenza che l’analista eviterebbe titoli di aziende «che potrebbero essere colpite dai dazi (le auto, per esempio, sono state prese di mira dalle tariffe Usa, ndr), quindi sul commercio internazionale, meglio optare per titoli che coniugano una buona capitalizzazione su settori stabili con un buon livello di dividend yield, quest’ultimo fattore determinante per una scelta ottimale per il lunghissimo periodo in quanto si compensano eventuali movimenti negativi sui corsi azionari».
Il comparto energetico, sottolinea Villa, «è più volatile, con utili correlati all’andamento del prezzo del petrolio, tuttavia Eni offre dividendi interessanti. In crescita anche la distribuzione attesa da settori come consumer e industriali, con alcune eccezioni come Stellantis, che dopo un 2023 molto positivo ha visto un crollo degli utili nel 2024 e, conseguentemente, dividendi in forte calo a 2 miliardi rispetto ai 4,8 miliardi dell’anno precedente».
Debach avverte che nel comparto industriale la volatilità resta alta: «D’Amico opera in settori ciclici, dove i flussi di cassa sono meno prevedibili. mentre Piaggio rappresenta una via di mezzo, ma anche qui vale la regola della prudenza: l’alta cedola non è garanzia di sostenibilità». Secondo l’analista di eToro, energia e utilities restano «l’ancora difensiva. Eni, Enel e Snam offrono dividendi regolari, sostenuti da flussi di cassa più stabili e minore esposizione alla congiuntura interna. In un portafoglio a dividendo, sono il baricentro».
Per Debach, la strategia migliore in questa fase è costruire equilibrio, «combinare titoli con rendimenti tra il 5 e l’8% e payout solidi, integrando le cedole a doppia cifra. Il rischio vero non è perdere un dividendo, ma inseguirlo a ogni costo». Pascucci, dal canto suo, ritiene che le vendite sui listini azionari possono rappresentare un punto di partenza interessante per acquistare titoli «a prezzi piú vantaggiosi e sfruttare anche la componente prezzo nel lungo periodo e non solo la componente dividendi. In sostanza, l’approccio deve essere improntato nel lungo periodo e basato sullo stacco dividendi futuro e non sulla componente prezzo che in questo caso rappresenta il rischio maggiore». Un buon prezzo di entrata, in sostanza, deve accompagnarsi a una società dal business solido, che può continuare a staccare cedola anche in futuro. (riproduzione riservata)