Tutta l’operazione di Leonardo Maria Del Vecchio per scalare la holding di famiglia Delfin, la cassaforte dell’impero creato dal padre Leonardo e portato avanti dal numero uno Francesco Milleri anche negli investimenti finanziari, si regge su un mega-prestito da 11 miliardi che tre istituti, due peraltro francesi, si apprestano a concedergli, una volta che l’istruttoria, complessa, data la mole di denaro in gioco, si sarà compiuta.
La volontà di Unicredit, Crédit Agricole e Bnp Paribas di finanziare questo prestito con titoli a garanzia ci sarebbe, secondo fonti vicine alle banche. Anche perché il quartogenito del fondatore di Luxottica (poi EssilorLuxottica) e il suo veicolo Lmdv Fin potranno ora contare complessivamente sul 37,5% di Delfin, e quindi su oltre un terzo dei suoi dividendi, oltre che su un terzo del nav della holding. Anche qui, i numeri sono colossali, come grandi le incognite dell’operazione.
Il valore delle partecipazioni, compreso il 32,4% di Essilux, è ad oggi attorno ai 43 miliardi se si considerano anche le quote in Generali (10,5%), Montepaschi (17,5%), Unicredit (2,7%), Covivio (28%). Di conseguenza il valore in trasparenza per Leonardo Maria Del Vecchio è di circa 16 miliardi, che verranno posti a garanzia di un finanziamento Lombard da 11 miliardi, usati cinque miliardi a testa per pagare le quote ai fratelli Luca e Paola, e un altro miliardo per rinegoziare i prestiti già in essere di Lmdv Capital per le acquisizioni portate avanti in questi mesi.
Le banche quindi hanno uno scarto di garanzia per attutire eventuali oscillazioni al ribasso del valore delle partecipazioni. Nel silenzio degli istituti coinvolti, di Lmdv, come della stessa Delfin che non essendo quotata non ha obblighi di comunicazione, restano per il momento non chiare le modalità di intervento se le cose si mettessero male; è pur vero che la holding ha capacità di manovra anche liquidando parte delle quote per fare cassa e distribuire dividendi dalle plusvalenze che venissero realizzate. Per statuto è il cda di Delfin, in carica a vita e presieduto da Milleri e con Romolo Bardin come ceo, che deve prendere queste decisioni.
Dunque è sulla saggezza di Milleri nel gestire le partecipazioni finanziarie che le banche contano in questa operazione così gigantesca. Tenere la barra dritta garantisce tutti, crea equilibrio, consente a Delfin di incassare i copiosi dividendi e di avere ruolo nella governance delle società coinvolte, come accaduto nella scelta di Milleri di votare per la rielezione di Luigi Lovaglio all’assemblea Mps.
Ma è anche vero che ora la situazione di Delfin è cambiata e c’è un socio più forte degli altri anziché otto azionisti paritari e litigiosi. C’è un altro effetto collaterale che riguarda Milleri: la vendita delle quote da parte dei due fratelli che avevano accettato l’eredità con beneficio di inventario consente adesso di chiudere la successione dopo quattro anni di bracci di ferro e scontri in tribunale tra gli eredi. Per questa via, anche i legati a Milleri, circa 400 milioni di euro, dovrebbero essere più facilmente liquidabili dai soci grazie alle cedole staccate dalla holding.
Il rischio assunto da Leonardo Maria è alto ma evidentemente per le banche è gestibile. Da quanto circolato ieri, i soci Delfin avrebbero approvato la distribuzione dell’80% degli utili per i prossimi tre anni. Il pagamento degli interessi annui alle tre banche, circa 400 milioni, in questo modo dovrebbe essere assicurato.
Gli otto eredi dovrebbero poter disporre entro giugno dei circa 1,5 miliardi di euro di utili ottenuti da Delfin attraverso le partecipate, che si aggiungono agli 1,4 miliardi del 2024. Circa 890 milioni arriveranno in Delfin come dividendi da Mps (457 milioni), Generali (248), Unicredit (70) e Covivio (115). Poi ci sono circa 1 miliardo di utili non distribuiti a partire dal 2022: lo statuto di Delfin prevede che in assenza di accordo di 6 su 8 quote venisse staccato solo il 10% dell’utile.
Dal punto di vista tecnico, secondo indiscrezioni, l’operazione dovrebbe prevedere un prestito ponte di 18-24 mesi e poi un finanziamento a lungo che preveda anche la restituzione del capitale. A pegno verrebbero date le azioni del veicolo Lmdv Fin e non quelle di Delfin né tanto meno quelle delle partecipazioni.
Ma in ogni caso, la distribuzione dei dividendi a partire dal terzo anno sarà di nuovo soggetta al via libera di 6 quote su 8. E se dicessero no tre soci, magari non per ragioni economiche ma di altro tipo, tutto si rimetterà in discussione. Per la famiglia intanto un nuovo appuntamento è già in agenda: il 27 maggio si terrà una nuova assemblea di Delfin. (riproduzione riservata)