Dove le politiche monetarie divergono, nascono opportunità. È il caso dei reverse yankee bond: obbligazioni denominate in euro ma emesse da società americane che approfittano dei tassi di interesse più bassi in Eurozona (2% vs 3,5%-3,75% della Fed) per ridurre il costo del debito e cogliere opportunità di arbitraggio tra le due sponde dell’Atlantico (nel bel mezzo della guerra tra Stati Uniti-Israele e l’Iran il cambio euro/dollaro ha oscillato dal minimo del 16 marzo a 1,1411 al massimo del 16 aprile a 1,1824).
Tanto che il 2025 è stato il miglior anno di sempre per queste obbligazioni grazie ai differenziali di tasso favorevoli, all’aumento degli investimenti (capex) da parte degli hyperscaler, cioè i grandi operatori del cloud computing che gestiscono infrastrutture IT globali su vasta scala, alle scadenze consistenti di debito, ai costi competitivi per le obbligazioni in euro e ai timori di una svalutazione del dollaro.
Secondo le stime di Bloomberg, i volumi dei reverse yankee bond con rating pari o superiore a BBB- hanno raggiunto lo scorso anno 143 miliardi di euro, con una quota di mercato nell’ordine del 25% dell'offerta totale di bond investment grade in euro (10%-12% la market share nel biennio precedente), mentre quelli high yield (18 miliardi) hanno raggiunto il livello più alto dal 2017. La profondità dei mercati dei capitali obbligazionari europei sta progressivamente migliorando e, in questo senso, il finanziamento im euro da parte degli emittenti americani non è da leggere come un fenomeno puramente opportunistico.
Sebbene l’offerta nel 2026 sia stata finora inferiore rispetto all’avvio euforico dello scorso anno, comunque leggermente sopra la media storica, Barnaby Martin, credit strategist di Bank of America, stima circa 80-90 miliardi di euro di emissioni di titoli reverse yankee quest’anno. Ci sono colossi statunitensi che emettono in euro e poi convertono interamente in dollari per ridurre il costo del finanziamento in valuta Usa.
Tuttavia, spiega Martin, oggi è più probabile che una quota maggiore dei proventi delle emissioni resti in euro, anziché essere convertita, rispetto al passato. I risparmi attualmente ottenibili dalla conversione in dollari non sono, infatti, particolarmente significativi, a fronte di una compressione degli spread delle società statunitensi più accentuata rispetto a quelli delle imprese in Europa. In effetti negli ultimi anni una parte crescente dei proventi rimane in euro soprattutto per le aziende con ricavi importanti nel Vecchio Continente. Solo nei settori con una bassa esposizione all’Europa è più probabile la conversione in dollari.
Tra i motivi più comuni alla base di tali emissioni, sottolinea a Milano Finanza Antonella Manganelli, ad di Payden & Rygel Italia, vi sono la diversificazione delle fonti di finanziamento, la necessità di avere passività in valute diverse per allinearsi al mix di ricavi o, semplicemente, il fatto che sia più conveniente emettere in euro piuttosto che in dollari statunitensi. Il vantaggio per gli investitori, aggiunge Fabrizio Viola, Portfolio Manager di Generali Asset Management, è di aumentare la diversificazione dei propri portafogli nonché di catturare il premio al rischio che questi emittenti offrono per incentivare una nuova base di investitori.
Gli svantaggi, prosegue Antonella Manganelli, potrebbero essere disallineamenti nell'esposizione valutaria in prospettiva futura, premi di credito potenzialmente più elevati per i nomi più incentrati sugli Stati Uniti che sono meno conosciuti sul mercato europeo o la possibilità di emettere meno debito rispetto al mercato statunitense. Viola aggiunge il fatto che bisogna dotarsi di una copertura adeguata sui fondamentali di questi emittenti e non fidarsi solo delle agenzie di rating (nella tabella una selezione di reverse yankee bond con rating elevati).
Sebbene nel 2025 il settore bancario sia rimasto quello dominante per questo tipo di obbligazioni, si è registrata una crescita delle emissioni da parte delle società tecnologiche. Tale crescita è dovuta al fabbisogno in aumento di capitale delle aziende per lo sviluppo di infrastrutture legate all'intelligenza artificiale. «Solitamente sono emittenti dei settori pharma, utility o energy, ma nel corso del 2025 hanno prevalso i colossi hi-tech come Amazon, Google, Microsoft, Ibm e Apple che hanno collocato svariati miliardi anche in euro per finanziare i propri piani di investimento sull’AI», indica Viola. «Questo è un trend che ci attendiamo continuerà nel 2026».
La prossima fase del mercato dei reverse yankee bond per gli esperti sarà, quindi, guidata dagli hyperscaler, le cui esigenze di finanziamento superano quelle del resto del mercato corporate. I giganti del web e dell’information technology dovranno continuare a finanziare gli ingenti piani di capex necessari per restare competitivi e cogliere le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale.
«Molti cicli storici di investimenti in conto capitale particolarmente intensi hanno portato a emissioni di debito significative», ricorda il credit strategist di BofA. «Nel complesso i nostri analisti del credito statunitense continuano a prevedere uno scenario base di circa 140 miliardi di dollari di emissioni da parte degli hyperscaler nel prossimo anno, ma mantengono un atteggiamento prudente visti i rischi al rialzo su questa previsione. Ritengono, infatti, possibile che i collocamenti di bond degli hyperscaler possano arrivare fino a 300 miliardi di dollari già quest’anno».
D’altra parte le stime del consenso sui capex di queste giganti tecnologici continuano a essere riviste al rialzo in modo rilevante e Martin osserva come queste spese stiano rapidamente erodendo il margine di sicurezza rappresentato dal free cash flow degli hyperscaler. In effetti, «i nostri analisti del credito hanno rilevato che solo Microsoft è probabilmente destinata a generare quest’anno un free cash flow, al netto di dividendi e riacquisti di azioni proprie, superiore al capex. Proprio alla luce di quest’incertezza persistente sui livelli di investimenti necessari, permane la possibilità di un ulteriore aumento delle emissioni da parte degli hyperscaler che cercheranno di diversificare, ampliando il proprio raggio d’azione in termini di raccolta».
Questo, sostiene l’esperto di Generali Asset Management, sposterà i pesi all’interno degli indici di mercato del settore del credito europeo dando via via sempre più peso al segmento IT-software, fino ad oggi relegato ai margini con percentuali di poco superiori al 2%. Non mancheranno, però, anche emittenti domestici americani che punteranno sulle nuove emissioni in valuta euro per sfruttare a proprio vantaggio il processo di de-dollarizzazione che vede sempre meno flussi di capitale nella valuta statunitense, ma non necessariamente su attivi di qualità emessi da società Usa.
Il segmento si conferma particolarmente appetibile. Il rendimento medio di un basket di reverse yankee bond del settore IT sulle varie scadenze varia dal 3,3% sulla scadenza 5 anni, sale al 3,6% sul 7 anni e al 3,9% sul 10 anni, per atterrare poi sulle scadenze molto lunghe dove raggiunge e a volte supera il 4,6%.
Tuttavia, sono emittenti dall’alto merito di credito, spesso con rating in area singola A, che aiuta a tenere più piatta la curva dei rendimenti. Qualche punto base in più, conclude Viola, all’incirca una ventina in modo pressoché uniforme lungo la curva tranne sulla scadenza più lunga dove il mercato diventa molto rarefatto, si raggiunge con emittenti dei settori finanziario, utility o industriali che hanno rating in area BBB. (riproduzione riservata)