Rapporto Draghi due anni dopo: l’Ue rallenta sulle riforme chiave per la competitività
Rapporto Draghi due anni dopo: l’Ue rallenta sulle riforme chiave per la competitività
Secondo il Draghi-watch solo il 15% delle raccomandazioni è stato attuato. Risultati più concreti nei settori in cui è riuscita a intervenire direttamente, dalla riduzione degli oneri burocratici all’accesso ai finanziamenti

di Anna Di Rocco 09/09/2026 12:32

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A due anni dal rapporto sulla competitività dell’Unione Europea, con cui Mario Draghi richiamava Bruxelles e gli Stati Membri alla necessità di intervenire per evitare una «lenta agonia» dell’economia europea, poco è stato fatto. Delle 383 raccomandazioni contenute nel documento dell’ex premier italiano, appena il 15,7% era stato pienamente attuato a luglio, secondo il monitoraggio dell’European Policy Innovation Council. E anche considerando le misure parzialmente realizzate, la distanza tra le ambizioni di Draghi e i risultati resta ampia. Un altro studio, realizzato dall’Institut Montaigne con una metodologia diversa, porta la quota al 30%. Ma la conclusione non cambia: le riforme più difficili sono ancora da fare.

Le riforme più difficili devono ancora essere affrontate 

Il rapporto Draghi-Letta era stato indicato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen come la guida per il suo secondo mandato. Ma guerra in Ucraina, migranti e negoziato sul prossimo bilancio europeo hanno progressivamente spostato il dossier competitività sullo sfondo.

Sia il monitoraggio «Draghi watch» (che ha rilevato che il 41,3% delle proposte dell’ex premier italiano è stato parzialmente attuato) sia quello dell’Institut Montaigne, indicano lo stesso problema: le riforme politicamente più difficili devono ancora essere affrontate. Molte inciderebbero infatti su competenze oggi nelle mani dei governi nazionali, rendendo più difficile raggiungere un accordo. 

A procedere più lentamente sono proprio gli interventi considerati decisivi: l’integrazione dei mercati dei capitali, la rimozione delle barriere nel mercato unico e la riduzione delle dipendenze strategiche. Tutte misure che richiedono agli Stati membri di rinunciare a parte delle proprie competenze. Anche l’integrazione dei mercati dell’energia e l’armonizzazione delle regole per gli appalti della difesa e le telecomunicazioni avanzano a rilento.

L’Irlanda vuole accordo entro fine anno 

Il problema è ancora più visibile quando si apre il confronto con Stati Uniti e Cina, che stanno aumentando il vantaggio sull’Europa nella corsa all’intelligenza artificiale. Gli investimenti americani in AI, data center e semiconduttori hanno sostenuto la crescita degli Usa, che dal luglio 2024 ha costantemente superato quella europea.

Secondo il report, Bruxelles ha ottenuto i risultati più concreti nei settori in cui è riuscita a intervenire direttamente, dalla riduzione degli oneri burocratici all’accesso ai finanziamenti per le imprese e all’accelerazione delle autorizzazioni per le tecnologie pulite. Ma quando servono decisioni condivise dagli Stati, il percorso si inceppa. 

È il caso del mercato unico dei capitali, uno dei pilastri del piano Draghi e uno dei dossier più delicati. La frammentazione dei mercati europei continua a limitare le risorse a disposizione delle aziende che vogliono crescere. L’Irlanda, che assumerà la presidenza di turno dell’Ue a luglio, punta a un accordo politico entro la fine dell’anno.

«Sul fronte dell’agenda europea per la competitività, l’Irlanda «affronterà questi dossier con tutta l’energia e l’aggressività possibili», ha detto al Financial Times il premier irlandese Micheál Martin. «L’Europa deve fare un salto in avanti perché la competitività è una questione chiave nei rapporti con gli Stati Uniti e con la Cina», ha aggiunto. (riproduzione riservata)